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Wendy Ewald: comprendere il mondo con la fotografia nel nuovo libro di MACK

Nel 1976 la fotografa si è trasferita in Kentucky per conoscere il territorio e i suoi abitanti attraverso la fotografia, coinvolgendo la comunità locale. L'abbiamo intervistata in occasione dell'uscita di 'Portraits and Dreams'

Denise Dixon, ‘Self-portrait reaching for the Red Star sky,’ from ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Nel 1976 Wendy Ewald arriva in Kentucky, nei Monti Appalacchi, nella contea di Letcher. È appena uscita dal college e intende conoscere il territorio e i suoi abitanti attraverso la fotografia, con un programma di formazione fotografica che mette in atto con alcune classi elementari del luogo. È proprio con la fotografia, la sua pratica, il suo linguaggio, la sua carica relazionale, che Wendy  Ewald contribuisce tecnicamente ed emozionalmente sia ad intessere una rete sociale tra i bambini che parteciperanno al suo corso e la comunità del luogo, sia a mostrare loro il mondo da una diversa prospettiva, sia a metterli in contatto con la loro parte più intima e profonda.

Russel Akemon, ‘I am lying on the back on my old horse,’ from ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Affida ad ogni ragazzino una macchina fotografica, istruisce gli allievi sui rudimenti della tecnica, comprensivi anche di istruzioni per lo sviluppo e la stampa, e li manda fuori nel mondo cittadino con il loro occhio meccanico. Nel libro Portraits and Dreams, pubblicato recentemente nella sua nuova edizione da MACK, la produzione dei bambini, che inizia nel 1976 e finisce nel 1982, viene divisa in quattro atti: Self-Portraits, Animals, Family Portraits, Dreams, ma è evidente un comune fil rouge dettato dalla rappresentazione del loro mondo, interiore e privato. Il territorio urbanistico e sociale dove abitano non viene quasi mai percepito, a volte compare la chiesa come luogo della collettività, ma solitamente nello spazio dell’inquadratura il soggetto principale è la loro vita, un cerchio molto stretto attorno alla loro casa e alla loro famiglia. Ne emerge una rappresentazione non documentaristica, ma una visione dal taglio piuttosto simbolico, una messa in scena in molti casi, dove i concetti di morte e vita fluiscono languidi e perenni a volte nelle profondità dell’immagine, a volte nelle sue superfici. In alcuni casi si percepisce in maniera molto pronunciata una padronanza, forse inconscia, del linguaggio visivo e della valenza meta-linguistica della fotografia. Compaiono spesso immagini di immagini, dal televisore ad esempio, fotografie di fotografie, rappresentazioni simboliche del nucleo famigliare attraverso le immagini domestiche disseminate per casa, o l’uso di ritratti di fratelli morti in guerra per immortalarne la presenza anche nell’assenza. Nel documentario prodotto – una sorta di “Come eravamo” che mette in relazione l’esperienza educativa di Wendy Ewald a Letcher negli anni Settanta con quello che sono diventati ora quei bambini – uno dei partecipanti testimonia che «sono andati fuori a trovare le immagini», come se a parità di funghi e mele le immagini fossero un prodotto della natura disseminato chissà dove, e nella ricerca di esse ci si può imbattere anche in sé stessi.

Allen Shepherd, ‘I dreamt I killed my best friend, Ricky Dixon,’ from ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Usi la fotografia come mezzo di formazione, di utilità per il sociale e di inclusione, ma anche come linguaggio scelto per la tua espressione artistica. Come riesci a far coesistere le cose?
Non le separo. Come ho scritto nel mio libro, Secret Games, «Quando ho iniziato a insegnare con la fotografia, ho considerato le mie foto diverse dal lavoro dei miei studenti. Ho usato le mie capacità didattiche per aiutarli a creare le fotografie che pensavo fossero in grado di fare. A poco a poco mi sono resa conto che stavo lavorando come un coreografo con dei ballerini o un regista con degli attori. Il mio lavoro era riconoscere l’unicità della visione di ogni bambino e coltivare questa visione per produrre fotografie. Per qualche tempo ho lavorato con due metodi separati che correvano paralleli fino a quando non ho capito che era possibile combinarli». Credo che esista un linguaggio estetico di collaborazione come c’è per la fotografia, per esempio.

Vernon Gay Cornett, ‘A portrait of my family,’ in ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Arrivi in Kentucky, sui Monti Appalacchi, nel 1976, a 25 anni, appena diplomata al college. Cosa ti ha spinto a voler dare inizio al tuo metodo di insegnamento e formazione fotografica ai bambini delle scuole elementari? Da dove nasce il tuo metodo? In cosa consiste?
Ho iniziato a lavorare con i giovani quando ho lasciato la scuola secondaria, nel 1969. Ero in una comunità delle “First Nations” nel Labrador, in Canada. Fotografavo con una fotocamera di grande formato e mi ero portata anche una Polaroid per insegnare la fotografia ai bambini. Ho visto rapidamente che le loro foto avevano un’estetica diversa dalla mia, molto più interessante. Tutto è partito da lì. Li aiuto tecnicamente a padroneggiare la macchina fotografica, ma per usarla a modo loro.

Denise Dixon, ‘Jamie is praying for help from his kin people who have died,’ in ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

In Portraits and dreams i bambini delle valli di Letcher County descrivono il loro mondo interiore attraverso la fotografia. Sono immagini introspettive, simboliche, oniriche. Anche se in molte vengono ritratti genitori o fratelli o animali i soggetti sono rilevati come simbologia della loro sfera affettiva, del loro mondo privato. Fotografavano con una consapevolezza istintiva secondo te?
Penso che abbiano una consapevolezza istintiva dovuta alla composizione del loro ambiente, alla progettazione delle loro case e al posizionamento all’interno del paesaggio, così come alla loro autodeterminazione. Hanno anche il paesaggio e il mondo animale con cui lavorare.

Molte immagini sono meta-fotografie: i bambini spesso utilizzano l’immagine di un’immagine per un uso simbolico, per rappresentare il legame familiare o anche le proprie paure. Prima che tu arrivassi la fotografia era vissuta da loro esclusivamente come contenitore di ricordo e memoria o pensi ci fosse già un approccio più sviluppato all’immagine visuale?
Penso che per molti sia stato più creativo di così. Hanno realizzato collage di famiglia e li hanno appesi in modo consapevolmente artistico nelle loro case. Hanno prodotto dei libri e li hanno collocati creativamente tra gli album domestici.

Freddy Childers, ‘Self-portrait with the picture of my biggest brother, Everett, who killed himself when he came back from Vietnam’ in ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Denise Dixon in un’intervista fatta da te e pubblicata in Portraits and dreams dice che spesso le immagini provenienti dal televisore o dalla sua immaginazione le facevano paura e per questo le piacevano. Attraverso l’utilizzo della macchina fotografica capisce in un certo senso il meccanismo di creazione dell’immagine, come un’inquadratura o un certo tipo di luce ad esempio diano significato oltre che cambiare l’aspetto dell’immagine. Attraverso la fotografia impara quindi a non avere più paura di quel tipo di immagini, ma a comprenderle. La macchina fotografica è usata dai bambini di Letcher County per esorcizzare le proprie paure?
Penso che fotografare i sogni li aiuti a fare i conti con essi e con le proprie fantasie. Come mi ha detto Allen Shepherd, facendo una fotografia di un sogno che aveva avuto sull’uccisione di Ricky Dixon è stato possibile, per lui, risolvere un litigio avuto con Ricky per un coltello da caccia. Gli chiese di recitare il sogno e in questo modo rinnovarono la loro amicizia.

Le immagini prodotte saranno state di molto superiori a quelle poi pubblicate. Hai riscontrato dei generi e filoni specifici nella produzione dei bambini? La morte, la sua rappresentazione o comunque la sua traccia si avverte spesso…
Non ho mai pensato di dividere le fotografie per generi, ma li ho potuti evidenziare durante le interviste che facevo. Nelle loro fotografie compare la morte per gli incidenti minerari, per l’allevamento e la macellazione dei propri animali. Inoltre ci sono anche gli incidenti con le armi.

Greg Cornett, ‘Gary Crase and his mom and dad in front of their house on Campbells Branch,’ from ‘Portraits and Dreams’ by Wendy Ewald (MACK, 2020). Courtesy the artist and MACK.

Hai usato questo metodo di approccio educativo e di formazione non solo in America, ma anche in altri Paesi e Nazioni. Che differenza hai riscontrato?
Per esempio l’attenzione alla dimensione onirica dei bambini in Messico e alla ritrattistica in Sudafrica.

Quale sarà il prossimo Paese?
In questo momento sto lavorando su due libri: gli immigrati messicani a Chicago e una storia, ambientata a Ditroit, sulla mia famiglia e un gruppo di pugili africani-americani, tra cui Sonny Banks e Al “Blue” Lewis, famoso per essersi battuto anche con Muhammad Alì.

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