Reviviscenza. Segni di memoria per un ponte su Genova | Rolling Stone Italia

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Reviviscenza. Segni di memoria per un ponte su Genova

Il nuovo libro di Andrea Botto documenta tracce, segni e un substrato silenzioso di dettagli che parlano dell’evento tragico del crollo del ponte, ma senza mostrarlo apertamente, senza pietismi o sentimentalismi

Andrea Botto, 18 Settembre 2020, Reviviscenza, 2020 © Andrea Botto

Genova, 11:36, 14 agosto 2018. Una parte del ponte Morandi, insieme al suo pilone di sostegno, il numero 9, collassano tragicamente portandosi dietro 43 vittime e una scia infinita di devastazione umana, territoriale, sociale, urbanistica ed architettonica. Poche settimane fa è stato pubblicato da Rizzoli, con il contributo di RINA, Project Manager per la demolizione e la ricostruzione del viadotto Polcevera e il supporto della Struttura Commissariale e dell’Avvocatura di Stato, il libro Reviviscenza. Un ponte su Genova di Andrea Botto (Rapallo, 1973). L’intento del fotografo ligure è quello di documentare il cantiere che dallo smantellamento del Ponte Morandi ha portato al nuovo Ponte Genova San Giorgio disegnato da Renzo Piano, ma il libro non è solo questo. Le immagini di Botto sono intrise di tracce, di segni, un substrato silenzioso di dettagli che parlano dell’evento tragico senza però mostrarlo apertamente, senza pietismi o facili sentimentalismi. Il fotografo di Rapallo persegue così la sua ricerca rivolta al paesaggio e alle sue fragilità in relazione all’uomo e la natura con un lavoro che abbraccia l’intera comunità ligure e anche nazionale. Lo abbiamo intervistato.

Andrea Botto, 15 Giugno 2020, Reviviscenza, 2020 (estratto libro) © Andrea Botto

Perché il titolo Reviviscenza?
Il titolo nasce da un evento casuale e transitorio di cui rimane traccia solo in una fotografia presente nel libro: la comparsa di un murales realizzato da un writer anonimo nell’estate del 2019 sull’argine del torrente Polcevera, nel luogo del crollo della pila 9 del Ponte Morandi e successivamente cancellato dai lavori. Quella parola, che indica il ritorno alla vita dopo un trauma, mi è rimasta in testa nei mesi successivi e mi è sembrata assolutamente pertinente per descrivere non solo quello che era successo a Genova, ma anche il senso del mio progetto fotografico sul cantiere.

Il tuo essere ligure, far parte del territorio, conoscerlo come casa tua, ha partecipato alla documentazione fotografica?
Certamente la mia vicinanza geografica al luogo è stata influente, sia in termini di partecipazione emotiva al post crollo, sia per la possibilità di andare in cantiere molte più volte di quanto avrei fatto normalmente se avessi abitato più lontano e a qualunque ora del giorno o della notte. Questo non solo per seguire le attività più significative, ma per maturare la confidenza necessaria a costruire un rapporto personale con il luogo e le persone che vi lavoravano.

Andrea Botto, 2 Luglio 2019, Reviviscenza, 2020 © Andrea Botto

Come il tuo stile documentaristico, rivolto soprattutto al linguaggio paesaggistico, ti ha fatto approcciare alla produzione di questa campagna fotografica?
C’è stata una totale e fortunata coincidenza tra il mio sguardo e quello del mio committente RINA, che ha avuto il ruolo di project manager, direzione lavori e coordinamento della sicurezza sull’intero progetto di demolizione e ricostruzione del ponte. Il mio occhio si pone sempre a una certa distanza dalle cose, per mettere in relazione i diversi elementi presenti nella scena, per sottolinearne la teatralità o per stimolare un’osservazione più attenta e profonda, anche in quelle situazioni dove apparentemente sembra non ci sia nulla di significativo da vedere. Anzi, sono proprio quelli i momenti in cui si deve fare più attenzione, come quando si deve controllare e certificare che un lavoro corrisponda alle specifiche di progetto. Sapendo che vedere di più non significa per forza vedere meglio e che non ci possiamo fidare totalmente del nostro occhio.

Andrea Botto, 21 Ottobre 2019, Reviviscenza, 2020 © Andrea Botto

Come hai pensato di trasmettere la parte emotiva ed umana del crollo del Ponte Morandi?
Come spesso è accaduto nei miei lavori in cui mi sono confrontato con il tema della catastrofe, credo di averlo fatto usando il potere evocativo delle immagini, attraverso elementi visuali che partecipano alla costruzione del progetto anche in maniera simbolica. Quell’evento è qualcosa di troppo grande e doloroso per essere guardato direttamente, ha bisogno di tempo per essere elaborato e non potrà mai essere cancellato. Nel libro ci sono diversi segni che affiorano ogni tanto nella sequenza, anche se mai in maniera totalmente esplicita e che si offrono piuttosto a chi ha la curiosità e la sensibilità di coglierli.

La tua documentazione lascia spazio anche alle tracce umane, gli appunti scritti su un foglio, un panino morsicato, i giubbotti da lavoro appesi ad un appendiabiti. Anche se ritrai gli operai e gli addetti ai lavori nel cantiere o le riunioni, la rappresentazione della figura umana sembra far parte del tutto. Sono più i segni del loro passaggio che conferiscono umanità all’immagine. Perché?
Perché l’uomo rimane e lascia traccia di sé in ciò che fa, nelle azioni che modificano l’ambiente in cui vive, attraverso una serie di stratificazioni successive nel tempo. Non è il protagonista della scena, ma è parte di un complesso sistema di relazioni in cui ogni azione ha sempre una conseguenza, sia essa negativa come il crollo di un ponte o positiva come la sua ricostruzione. Anche guardare non è mai un atto neutrale privo di conseguenze.

Andrea Botto, 7 Maggio 2020, Reviviscenza, 2020 © Andrea Botto

KA-BOOM, un tuo precedente lavoro si focalizza proprio sul concetto di “paesaggio esploso’. Dal 2008 fotografi esplosioni civili e ti interroghi su come le esplosioni si ripercuotano poi sul paesaggio e sulla natura stessa della rappresentazione dell’esplosione al suo apice. In un certo senso, vista la natura programmata di queste esplosioni, quello che intendi rappresentare è anche la valenza performativa dell’esplosione stessa. Come questa tua progettualità si è manifestata in questo lavoro?
Sapevo che almeno una parte del Ponte Morandi avrebbe dovuto essere demolita con un’esplosione controllata ed è anche per questo che ho cercato fin da subito il modo di poter seguire da vicino questo cantiere, in cui avrei potuto mettere a disposizione la mia quasi ventennale esperienza in materia di demolizioni e grandi opere. Contrariamente a KA-BOOM dove l’esplosione è sostanzialmente l’atto finale e il culmine dell’azione performativa, qui era una sorta di momento di passaggio, come avviene spesso nelle demolizioni, in cui si crea un vuoto temporaneo nel tessuto urbano che andrà poi ad essere nuovamente riempito. L’aspetto performativo, se così si può dire, è nel caso specifico riferito più alla transitorietà del cantiere, al suo non essere mai uguale a sé stesso e al modificarsi nel tempo, al suo rappresentarsi quasi fosse un grande spettacolo teatrale (alcune immagini fanno esplicito riferimento a questo). Ho quindi cercato di sfruttare maggiormente questi aspetti di provvisorietà nella costruzione del mio lavoro. Ho scelto di fotografare il ponte sempre a pezzi, per frammenti successivi, mostrandolo nella sua interezza solo una volta completato, come per suggerire una realtà troppo complessa per essere colta tutta insieme e in cui la decostruzione e la ricostruzione dell’opera rappresentano lo stesso processo mentale che ha prodotto le immagini.

Quando ti sei trovato davanti le rovine del Ponte Morandi su cosa hai preferito concentrarti, su ciò che era rimasto o su ciò che non c’era più? Sui resti di cemento o sul vuoto?
Credo di essermi concentrato di più sulle rovine e sui resti di ciò che è stato. Nei miei lavori cerco sempre le tracce degli eventi passati e sono molto affascinato dalla materialità della memoria, intesa veramente come qualcosa che riesce ad incarnarsi non solo nelle persone, ma anche negli oggetti e nel paesaggio. Sono sempre affascinato nel verificare quanto la nostra percezione di un luogo possa cambiare in base alla conoscenza degli eventi che vi sono accaduti in passato. Nel caso del Ponte Morandi il calcestruzzo è realmente qualcosa di concreto (non a caso la sua traduzione inglese è proprio concrete), tanto iconico e scultoreo quando era in piedi, quanto mastodontico e plastico una volta crollato a terra. La vista delle macerie dopo l’esplosione ha immediatamente attivato nella mia mente l’immaginario della distruzione dopo il crollo del 2018, con tutto il suo carico emotivo, che ho in parte rivissuto quando ho fotografato il luogo dove sono conservati, ancora sotto sequestro, i reperti del ponte crollato che ho voluto poi inserire nelle ultime pagine del libro. In questo senso, paradossalmente, l’acciaio del nuovo Ponte Genova San Giorgio disegnato da Renzo Piano, assume una leggerezza assolutamente inaspettata che rappresenta quasi la dicotomia di quei blocchi di cemento armato, non solo a livello concettuale.

Andrea Botto, 7 Maggio 2020, Reviviscenza, 2020 © Andrea Botto

Nel racconto in stile documentativo della vita del cantiere che inizia con la prima messa in sicurezza fino alla creazione del nuovo ponte, compaiono immagini in cui il linguaggio fotografico si rende concettuale. Isoli i materiali e gli elementi dal loro contesto, facendone emergere volumetrie ed ombre e ne elevi la loro valenza simbolica. Come sei riuscito a far coesistere e dialogare linguaggi differenti?
Sono molto felice e ti ringrazio che per la seconda volta parli di ‘stile’ documentario e non di fotografia documentaria riferendoti al mio lavoro, una sottile sfumatura che non è affatto banale, almeno per me. Mi riferisco ovviamente a ciò che diceva Walker Evans a proposito dell’arte, che non è mai un documento, ma può assumerne lo stile. In questo senso, il mio modo di guardare rimane esattamente lo stesso e non trovo alcuna differenza tra un paesaggio e un oggetto, tra sguardo largo e visione di dettaglio. L’estrema attenzione nella costruzione dell’immagine rimane esattamente la stessa e credo renda l’alternanza del tutto naturale, dando alla sequenza del libro il giusto ritmo. Nel mio lavoro non c’è alcun intento narrativo, anche se le fotografie sono montate seguendo un ordine cronologico e non c’è nemmeno una volontà puramente testimoniale, anche se le immagini mostrano sostanzialmente ciò che ho visto. Quello che dà consistenza e significato al progetto è in questo caso il montaggio e la sua messa in pagina in forma di libro, un dispositivo che per me rimane ancora molto importante nell’innescare relazioni tra un’immagine e l’altra e tra le immagini e l’osservatore.

Il 15 giugno 2020 ti concedi un autoscatto della tua ombra tra le macerie del cantiere. Chi hai voluto fotografare?
Quella doppia pagina è una delle mie preferite dell’intero volume e l’accostamento delle due immagini credo rappresenti bene ciò che ho appena detto in precedenza, sia in termini formali, sia concettuali. Probabilmente fotografando la mia ombra volevo fotografare me stesso, dicendo che anch’io facevo parte della realtà che stavo guardando e che in quel luogo ero rimasto impresso indelebilmente. Possiamo intenderla come una dichiarazione di partecipazione all’evento o anche un’allusione a chi non c’è più. È certamente un esplicito riferimento al fotografico, all’idea di fotografia come traccia e impronta materiale della realtà, ma anche a molte immagini come questa che punteggiano la storia della fotografia, penso ad esempio agli autoritratti di Lee Friedlander o alle ombre lasciate su alcune superfici dalle persone esposte all’esplosione nucleare di Hiroshima.

Hai già percorso il nuovo ponte? Che cosa hai provato?
L’ho percorso a piedi poche ore prima che venisse riaperto al traffico ad agosto del 2020 e poi più volte in macchina nei mesi scorsi. Devo dire che è stata una sensazione positiva, come una sorta di pacificazione o di “reviviscenza”.

REVIVISCENZA. UN PONTE SU GENOVA

fotografie di Andrea Botto
Rizzoli, 2020
50 euro
Rizzoli Libri

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