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Nino Migliori: il rapporto tra uomo e natura in un nuovo libro sul Delta del Po

'Gente del Delta', pubblicato da Humboldt Books, ripercorre la sua celebre serie neorealista anni Cinquanta che racconta un'Italia in ricostruzione emotiva, comunitaria e sociale dopo la guerra

© Fondazione Nino Migliori

Recentemente per Humboldt Books è uscito un nuovo libro di Nino Migliori, Gente del Delta. Pubblicato ora, ma tratto dalla sua celebre serie neorealista anni Cinquanta, questo lavoro di Migliori, insieme a Gente del Sud e Gente dell’Emilia, rappresenta un’Italia in ricostruzione, dal punto di vista anche e soprattutto emotivo, comunitario e sociale. Il fermento del “nuovo” e della ritrovata libertà post bellica dialogano serratamente con le antiche tradizioni del territorio, con un sapere che sa di storia, con il procedere sempiterno del Po. I bianco e neri di Migliori raccontano la storia di un paese, ne entrano nelle viscere e ne escono con dei ritratti poetici ed emozionanti dove il fiume e l’uomo comunicano secondo un loro magnifico codice naturale.

© Fondazione Nino Migliori

Con Gente del Delta torni alle tue origini. Cos’era che ti spingeva a fotografare allora e cosa ti spinge a farlo ancora oggi?
Finita la guerra sentivo la necessità di riappropriarmi della vita, di tutto quello che mi era mancato durante i lunghi anni del conflitto. Quando era iniziata avevo quattordici anni, nel pieno dell’adolescenza, era una grande limitazione della libertà: la paura dei bombardamenti, dei rastrellamenti, la perdita di persone care. Certamente con le dovute e necessarie differenze, credo sia quello che stanno provando i giovani oggi con le costrizioni imposte dal Coronavirus. La fotografia rappresentò il mezzo a me più adeguato per afferrare la realtà, entrare in contatto con la gente, raccontare stati d’animo e allo stesso tempo sperimentare e verificare il suo linguaggio. Riferimenti che ho sempre mantenuto e che tutt’ora mi accompagnano.

© Fondazione Nino Migliori

Perché, insieme all’editore Humboldt Books, hai deciso di pubblicare ora questa tua passeggiata sul Delta del Po del 1958?
Durante il nostro procedere nella vita intraprendiamo strade che vengono temporaneamente lasciate, per essere poi riprese in futuro quando le condizioni saranno più opportune secondo un disegno del destino. Alberto Saibene e Giovanna Silva, fondatori di Humboldt Books, mi hanno contattato attraverso Mauro Zanchi, perché da tempo pensavano di inserire un mio lavoro inedito, o prevalentemente tale, nella loro raffinata e mai scontata linea editoriale che fa del viaggio fisico o mentale il centro d’interesse. Una parte della mia serie realista, che avevo raggruppato sotto i titoli di Gente del…, era già apparsa in diversi libri, ma Gente del Delta – pur presente – era sempre rimasta marginale, forse proprio perché fin dalla sua realizzazione era in attesa di una pubblicazione a lei dedicata. E così è avvenuto a più di sessant’anni di distanza. Quindi devo ringraziare Giovanna e Alberto che hanno colto e catturato questa bolla temporale e anche Vasco Brondi, Mauro Zanchi e Corrado Benigni che hanno accompagnato le fotografie con testi emozionali e colti.

© Fondazione Nino Migliori

Gente del Delta insieme a Gente del Sud e Gente dell’Emilia fa parte della tua serie neorealista. Negli anni Cinquanta, contemporaneamente, hai cominciato a indirizzare la tua produzione anche a sperimentazioni e a una ricerca focalizzata su un linguaggio meta-fotografico. Come le tue anime fotografiche hanno saputo coesistere e lavorare insieme?
È vero, a volte è sembrata una schizofrenia, a volte è stata considerata come un desiderio di distinguersi comunque e in qualche modo. Per me, invece, i lavori che citi hanno sempre rappresentato l’unità della fotografia che può esprimersi in mille modi diversi, con o senza macchina fotografica, in bianco e nero o a colori, figurativa o astratta, perché finché la luce entrerà nel processo di fissazione di una immagine, che sia analogica o digitale, si potrà parlare di fotografia. Da subito e spinto dal caso mi sono trovato a pormi domande su cosa fosse la fotografia: come, ad esempio, uno scarto di carta sensibile in bianco e nero, ritrovato dopo un giorno, potesse presentare dei cromatismi. Così cominciai ad analizzare gli elementi che la costituivano: luce, pellicola, carta sensibile, sviluppo, fissaggio, acqua, tempo e calore. Da questa ricerca nacquero le sperimentazioni: dalle ossidazioni ai pirogrammi, dagli idrogrammi agli senopeogrammi. Erano riflessioni sul mezzo, ma anche un modo per rompere gli schemi rimanendo nel campo della pura fotografia, come lo erano quelle realiste che facevo negli stessi anni. Successivamente, a iniziare dal 1968 con Antimemoria, cominciai a realizzare lavori che, come dici, appartengono alla meta-fotografia.

© Fondazione Nino Migliori

Gianni Celati in Verso la foce descrive così l’influenza del Po sulla sua resa visiva: «L’alto e il basso, l’est e l’ovest, il largo e lo stretto, e molte altre cose del genere svaniscono sulla superficie dell’acqua, dove sparsi raggi di sole portano un brillio che mi dà lievi stralunamenti». Come il Po ha influenzato, invece, il tuo modo di rappresentare il fiume stesso e la gente che lo abitava?
Gli ambienti in genere mi hanno sempre affascinato, che siano naturali, urbani o sociali, perché ognuno solletica tante curiosità e desiderio di conoscenza. Per esempio la natura intesa in senso lato è stato un soggetto da me analizzato a partire dal 1974 con Herbarium. Nel caso di Gente del Delta già la denominazione porta all’idea sottesa al lavoro. Non si trattava di ritrarre la bellezza, il fascino, lo smarrimento che il grande fiume porta in sé, come lo sanno ritrarre le parole poetiche di Celati, ma volevo rendere insieme la forza e la dolcezza, l’accoglienza e lo scontro, la serenità e la difficoltà del rapporto che si era instaurato tra gli abitanti e il Po. Nella settantina di fotografie che costituiscono il lavoro non ce n’è nessuna solo del fiume e quando compare è sempre in dialogo con le persone.

© Fondazione Nino Migliori

Riusciresti a immaginare questo tuo lavoro a colori?
Utilizzo il bianco e nero o il colore in base agli stimoli e alle conseguenti idee che mi vengono in mente quando devo realizzare un lavoro. Non ho una predilezione precostituita. Penso che il colore, in genere, sia una preferenza più estetizzante, per cui, in questo caso, non credo avrebbe potuto rendere quell’atmosfera serena, quel tempo sospeso e quella condizione di umidezza che il bianco e nero ha saputo rappresentare.

© Fondazione Nino Migliori

Sei un camaleonte. Nella tua carriera e nella tua produzione fotografica hai tratto ispirazione da ogni dove e continui instancabilmente a fare ricerca cercando nuovi metodi di linguaggio e di interazione. A cosa stai lavorando ora?
Quello che stiamo vivendo adesso è un altro genere di tempo sospeso che limita gli incontri e di conseguenza attutisce le percezioni e gli stimoli. Ma è necessario seguire le indicazioni e le regole anche solo per senso civico. Quindi questa situazione mi ha portato ad aprire il fascicolo dei buoni propositi, dicasi progetti fotografici, che erano rimasti nel cassetto. I due che sto realizzando sono in attesa da quasi quindici anni: il primo è relativo allo studio di Morandi, le fotografie le ho potute fare durante il “periodo verde” e ho già fatto la prima scelta; mentre il secondo è un lavoro a quattro mani per cui sottoposto a degli stop and go, ma che, anche se con difficoltà, mi sono ripromesso di portare a termine dato che l’ho riattivato e perseverare nel rinvio sarebbe diabolico.