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Caos, masse di pendolari e umanità schietta: 496 ritratti da Roma Termini

'Roma Stazione Termini' è il nuovo libro di Niccolò Berretta, edito da Drago, che raccoglie quasi 500 immagini dal 2009 a oggi e ci racconta una Roma senza filtri, dal punto di vista della sua stazione

Niccolò Berretta risponde al telefono per parlare del suo libro con una voce allegra, sorridente. Si può “sentire” un sorriso al telefono? Sì, come si può avvertire quello stesso sorriso che alberga nella sua fotografia. Ed è un sorriso di stupore, di ingenuità senza malizia o giudizio, più che altro è la manifesta espressione di gratitudine che ha chi scopre qualcosa o incontra qualcuno. Non a caso anche i soggetti fotografati nei 496 ritratti di Roma Stazione Termini (Drago edizione) spesso e volentieri hanno un sorriso accennato, se non addirittura un bel ghigno sguaiato, segno di complicità e intesa con chi li ritrae. In questo piccolo mattone stiloso tra i tanti turisti, impiegati, addetti alla manutenzione, professionisti in viaggio, ci sono persone ai margini, poveri, desperados, gente che siamo abituati a guardare con un misto di compassione e scaramanzia (la paura di finire come loro attanaglia tutti i precari, le vittime di questa pandemia, le vittime di un’economia terrificante). Embè, che hanno da sorridere? Adesso ci arriviamo.

Roma Stazione Termini © Niccolò Berretta/Drago

Ogni giorno escono libri e lavori socialmente rilevanti, con fotografie tecnicamente più elaborate, si divulgano immagini di premi. Le foto di Roma Termini non somigliano a quelle dei premi internazionali ma forse sono più importanti.  Qui c’è qualcosa di nuovo, per l’Italia almeno, ecco perché questo libro è così importante. Qui manca del tutto la morale, anzi la predica. Roma Stazione Termini parla di senzatetto senza far la lezioncina savianesca alla società civile che li ha dimenticati, senza farci sentire in colpa come fanno le pubblicità delle associazioni umanitarie mostrandoci bambini poveri ricoperti dalle mosche nella fascia oraria del pranzo. Eddai, caccia un eurino in offerta tu che puoi mangiare! Richard Avedon sosteneva che ogni ritratto fosse un autoritratto e non a caso il volto del fotografo si trova di tanto in tanto ben camuffato tra quello di barboni (per favore non scandalizzatevi se non usiamo “senzatetto”), passanti, dimenticati vari, gente in cerca di fortuna, insomma un campionario umano, una vera e propria collezione di storie.

Roma Stazione Termini © Niccolò Berretta/Drago

«Certezze non ce ne sono, può capitare a chiunque di finire così» dice al telefono Berretta che per due anni ha fatto il volontario alla Caritas e non ha scattato una foto. Nessun “progetto” strappa-like, nessuna cover o premio internazionale. Eppure i mezzi li avrebbe avuti. Invece stava lì a dare una mano e ascoltava le storie di queste persone, a volte le registrava di nascosto, ma non le ha mai spettacolarizzate. Archiviava, elaborava. Cercava un lavoro su cui concentrarsi a lungo termine e così la stazione è diventata il suo pallino per dodici anni. «Ho provato anche in altri quartieri di Roma ma la stazione era sempre il punto più stimolante in cui finivo». 

Roma Stazione Termini © Niccolò Berretta/Drago

Così ecco che un “romano de Roma” ci introduce in quel grande bordello che è la capitale con i suoi secoli e secoli di casini, con tutte le sue contraddizioni. Quale luogo migliore di Termini per atterrarci in mezzo? Qui non ci sono i cinghiali a piede libero, il degrado, i gabbiani, le buche e i Casamonica, non servono. Bastano i volti stravolti, l’outift improbabile, il caos sui muri e le borsette di plastica trabordanti di vestiti. Nelle foto gli sguardi stralunati di una folla che è la massa di un girone dantesco il cui accesso è sbarrato bene o male a tutti i non romani. Entra solo chi ha il coraggio di mischiarsi a loro. La romanità è il pass, l’attitudine, la filosofia che permette tanta sfrontatezza. Ed ecco il sorriso che ritorna. 

Roma Stazione Termini © Niccolò Berretta/Drago

Paradossalmente nel girone c’è un’atmosfera adrenalinica, in cui tutto è permesso. Tanto dramma quanta voglia di vita, tanta sciatteria nell’abbigliamento quanta libertà di mandarla affanculo la moda di Milano del Pitti e tutte le loro boiate. Il bello è che Berretta è anche un fotografo di moda, o almeno un fotografo che lavora nella moda e forse hanno ancora più valore queste foto scattate sottoesposte, a volte in condizioni di luce pessime. Segno che era più importante il soggetto dell’estetica, segno che l’estetica da cui siamo tutti assuefatti con gli occhi rimodellati dai feed di Instagram perfetti è una sorta di infiammazione di cui ci dobbiamo liberare. Un fotografo ha fame di storie prima ancora di ogni altra cosa. È quello che lo fa alzare la mattina dal letto e andare in giro per anni nella sua città a scattare.

Roma Stazione Termini © Niccolò Berretta/Drago

Scorrendo i 496 scatti di Berretta in questo piccolo volume mi è venuto in mente Walker Evans che se ne stava nascosto fuori dagli uffici fingendosi barbone per ritrarre gli impiegati all’uscita dal lavoro. Niccolò si nasconde difficilmente col suo metro e ottanta e il fisico da pugile («ma grazie all’appendicite ho perso 10 kg») e ha convinto ogni persona a posare per lui. Con alcuni ci ha fatto amicizia come con Bruno «er tassinaro abusivo. Lui in questo anno di pandemia è finito come loro, mi ha aiutato tantissimo ha convinto alcuni a posare, mi ha fatto da guida». Ma è a suo modo nascosto. Gli scrivi su WhatsApp e gli fai notare che non ha l’immagine del profilo che oggigiorno è come andare in giro col passamontagna e lui non ci fa caso. Alla domanda sul perché, risponde sorpreso: «Boh l’ho tolta e mai più rimessa. Se vuoi la rimetto». Insomma, questo libro è il manifesto della “fame” di Berretta e per questo è importante. Prendete e nutritevene anche voi.

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