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Alla scoperta delle origini dei CCCP

'Fellegara, dove sono nati i CCCP Fedeli alla linea' è un gioiello, un volume edito da NFC Edizioni di Rimini nel 2015 e contiene materiale fotografico inedito sulla band e sulla sua genesi

Nei giornali c’è una regola non scritta e senza senso per cui si parla dei libri solo quando escono. Che stronzata. Stampiamo circa 70 mila titoli l’anno, ne leggeremo un decimo, ne mandiamo al macero chissà quanti altri. Ci preoccupiamo per l’ambiente ma disboschiamo foreste per dare alla luce i libri di Renzi e della Meloni (non sarebbe “etico” d’ora in poi pubblicare i libri dei politici solo in digitale? Così, come gesto). La novità, soltanto la novità, tutto il resto è spazzatura. Ma chi i libri li legge, li sfoglia o li frequenta, sa che sono oggetti che hanno bisogno di tempo, che devono invecchiare e maturare tra le mani di chi li possiede, prendere polvere su uno scaffale, essere scoperti quando si è pronti, magari anni dopo.

E nell’estate in cui piangiamo la morte di Calasso (non è attuale, ok ma lo piangeremo a lungo) ecco un motivo buono per ripescare un volume del 2015, appena sei anni fa che sembrano mille nell’era dell’immediato in cui siamo. Sempre parlando di tempo: non solo il libro ha sei anni, ma parla di cose successe quarant’anni prima. Fellegara, dove sono nati i CCCP Fedeli alla linea è un gioiello. Edito da NFC Edizioni di Rimini, contiene materiale fotografico inedito sulla band e sulla sua genesi. Ci sono le pagine scritte a macchina, la storia di come è nata Emilia Paranoica (un mantra che Ferretti si ripeteva tra sé perdendosi in quei campi piatti della Pianura), le foto sgranate e sottoesposte e le polaroid colorate di Toni Contiero che ha curato anche tutta la grafica del volume. Ma soprattutto c’è la storia di un luogo da cui prende il nome il libro, la casa in cui la band viveva ancora prima di essere una band. «Fellegara appunto: a quella casa andremo e torneremo per lungo tempo così come gli eroi di Allen Ginsberg andavano e venivano da Denver. Concitati, tristi, esaltati, coinvolti, rabbiosi, un insieme di stronzità e dolcezza che mai s’è visto uguale» scrive Zamboni.

Come gli Stooges nella Fun House, qui tutto parte da una casa. Il cervello lavora per assimilazioni ma per una volta diamogli aria nuova: non è esistito solo lo scenario beat punk americano coi diner notturni e il sunset boulevard, per dio anche noi abbiamo fatto grandi cose con l’urbanistica e la musica! Posso dire ode a Fellegara senza sembrare sovranista? Ah, non posso? Sticazzi: ode a Fellegara in mezzo alla pianura padana, guai a chiamarla “cascina”, dove uno spiantato Ferretti, appena licenziatosi dal lavoro “per vivere” trova questo luogo e ne fa la base dei futuri CCCP. Zamboni è in ospedale, post appendicite, quando si vede arrivare il compagno trionfante nella stanza a dirgli che tutto è cambiato, che finalmente hanno una casa. «Esulto come posso, Ferretti non può nemmeno considerare che io sia a letto lì per qualche motivo ragionevole e forse lo deludo per non vestirmi ed andare». Il libro è epico. Ferretti parla in tono mistico e marziale, come la dicotomia vivente che è sempre stato: «Siamo arrivati tardi o forse troppo presto, comunque il nostro tempo non assomigliava al vostro». Booom.

Il libro, montato assieme come una fanzine scritta a macchina coi fogli cuciti e le polaroid colorate e corredato di cut up presi dai giornali è il manifesto di un’epoca culturale che non c’è più, di una vivacità tutta italiana fatta di fanzine e concertini alla festa dell’unità che oggi fa nostalgia. Nelle pagine si procede come in un racconto iniziatico: «Zero soldi, zero garanzia, la precarietà fatta giornata, s’addicono alla Linea, certificano Fedeltà». Oppure: «Tutti a percorrere la California ma qui, imperterrito, lo sguardo volge a Berlino, alla Russia, verso la Mongolia. Oh Reggio Emilia! La più filosovietica tra tutte le province dell’impero americano. Per te: punk e musica melodica. Tutto sembra possibile a portata di mano». Nei racconti tra i tramonti in mezzo ai campi, tra le melanzane “mostruose” che crescevano, prende vita un’immaginario che è stato sempre zozzato dalla stampa avvezza ad etichettare e semplificare. Lo spiega bene l’episodio del giornalista di Panorama, che viene accolto a Fellegara con sospetto e infatti poi ne scrive come di uno squat di fattoni. Comunisti, pesanti, politici i CCCP anni ‘80 percepiti dal pubblico generalista. Da una parte fu la loro fortuna mediatica (non a caso poi disconosciuta in toto dal suo leader) ma da queste pagine la storia è un altra: semplici, liberi dal lavoro e precari per scelta, eroici a loro modo, cazzoni forse, giovani. Gente che puoi definire “artisti” senza provare quel senso di imbarazzo che la parola suscita. Persone che in un luogo lontano dalle città e dal loro presenzialismo accoglievano viandanti da tutte le parti e contaminavano la scena culturale segnandola per sempre. Di quel culto, Fellegara fu il tempio e questo libro è il suo lascito. Nell’attesa che esista qualcosa di anche lontanamente simile, nella speranza che la “casa” soppianti le case dei talent di Amici e X Factor, vi lascio alle sue pagine.

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