Home Black Camera Interviste Fotografia

Vagabondi dell’Arte: storia di un viaggio sostenibile

Ventuno giorni, tremila chilometri, più di sessanta ore in treno in compagnia di una tela: è il racconto del viaggio in stile beat generation di Francesca Dondoglio e Andrea John Déjanaz

©Andrea John Dejanaz

Nello scorso mese di luglio l’artista torinese Francesca Dondoglio e l’attivista e fotografo Andrea John Déjanaz hanno fatto qualcosa degno di un’avventura da beat generation. Viaggiando solo su mezzi pubblici e in autostop, hanno portato in giro per tutta Italia un’opera – un olio su tela con campiture rosse e blu – da Santa Maria di Leuca fino al Monte Bianco, sorreggendola e fotografandola in analogico in luoghi speciali, noti e meno noti.

Un’opera dipinta con due colori: il rosso e il blu. Francesca, dove trova origine questa operazione artistica e perché hai scelto proprio questi colori?
Ho sempre amato gli estremi nella speranza di trovarci qualcosa di fisso. Trovarlo però non è stato semplice, ci sono voluti anni di ricerca, sperimentazioni quotidiane e un enorme lavoro di sottrazione. Il risultato è la polarizzazione tra due colori dal valore fortemente simbolico. Il rosso rappresenta l’azione, che può significare da un lato impulso di vita, dall’altro distruzione e violenza. Il blu rappresenta invece la dimensione interiore, che può andare dalla tensione spirituale fino allo spleen. L’intersezione tra i due colori mi interessa molto: è una linea scura che chiamo Via di mezzo e dà il titolo alla serie pittorica. Inizialmente pensavo fosse indice di equilibrio, ma ben presto ci ho visto il compromesso che, paradossalmente, sbiadisce l’esperienza di una vita che voglio vivere – nel bene e nel male – in tutta la sua polarità. Ho volut creare un luogo in cui i contrari potessero finalmente convivere. Avevo urgenza di individuare un luogo in cui la dualità non fosse divisione, uno spazio dove due diverse nature potessero coesistere senza conflitti o compromessi. Forse il vero equilibrio è vivere gli estremi senza compromessi. Questa è la via di mezzo che dipingo.

©Andrea John Dejanaz

Trasportare in giro per l’Italia un’opera d’arte, da un capo all’altro del Paese. Come è nata questa idea?
Nata al chiuso dello studio torinese durante il lock-down, la serie non aveva mai visto la luce del sole. In un periodo in cui le gallerie d’arte erano tutte chiuse, cresceva forte l’esigenza di farla respirare all’aria aperta. Ed è così che l’abbiamo arrotolata e siamo partiti. Via di mezzo è contemporaneamente opera e idea. L’idea è stata quella di percorrere, in maniera sostenibile, la linea che congiunge i due estremi d’Italia. 25 treni e 18 bus dal tacco dello Stivale fino alle pendici del Tetto d’Europa, passando per scenari diversi: dai vicoli affollati di Napoli al silenzio dei Sassi di Matera, dal fuoco delle cave di bauxite fino al ghiaccio della Valle d’Aosta. Decisi a partire, volevamo far coesistere i nostri approcci alla vita; la soluzione più ovvia e comoda sarebbe stata quella di salire su una macchina, mettere la musica al massimo e inoltrarci nel cuore delle bellezze della nostra penisola. Ma qualcosa avrebbe stonato… John è un attivista per il clima e siamo ben consapevoli della necessità di cambiare il sistema come unica via per avere un futuro che offra ancora possibilità alla società. Così l’alternativa è venuta naturale: attraversare l’Italia usando mezzi pubblici (quasi sempre vuoti), consapevoli che, nel bel mezzo di una pandemia, non fosse certo l’idea più sicura. Il futuro dovrà essere così, o non ci sarà. Non è per caso che abbiamo scelto come ultima tappa proprio un ghiacciaio, simbolo tangibile della crisi climatica.

© Andrea John Dejanaz

Un viaggio lungo e intenso. Tra i luoghi che avete visitato e che hanno ospitato l’opera, qual è stato il più suggestivo?
Senza alcun dubbio Pompei. Abbiamo avuto la fortuna di trovarci completamente soli nell’anfiteatro romano. Nell’aria Echoes dei Pink Floyd non poteva che riportarci con la mente al leggendario concerto Live at Pompeii del 1972. Sentendo tutta la forza e il mistero che quelle antiche rovine emanavano, abbiamo “esposto” la tela al centro dell’arena deserta. È stata un’esperienza totalizzante. Una sorta di rito performativo senza spettatori. La location più impegnativa invece è stata l’ultima, quando ai piedi del Monte Bianco ci siamo arrampicati su una ripida pietraia per scattare la foto finale con il ghiacciaio. Poco dopo è scoppiato un violento temporale.

© Andrea John Dejanaz

Un progetto itinerante testimoniato attraverso un altro linguaggio, quello della fotografia. Andrea John, da cosa deriva la scelta di utilizzare la fotografia analogica?
Per me la fotografia analogica è soprattutto imperfezione, materialità e “separazione dei tempi”. In un mondo che ci vuole perfetti, accettare l’imperfezione in noi stessi e in quel che facciamo ci rende più liberi. Ci siamo lasciati trasportare accettando che le nostre immagini fossero vive, ma non ideali. Allo stesso tempo non potevamo vivere o vedere tutto, e qui entra in gioco la materialità: il mondo in cui viviamo è finito così come le nostre possibilità. Volevo che queste condizioni ci fossero anche per le nostre fotografie, così ho scelto di scattare poche foto (circa 300) e di usare anche rullini scaduti o già impressi. Ultima, ma non meno importante, la separazione dei tempi. Il viaggio è stato il tempo della sola creazione, fino alla fine abbiamo vissuto con emozioni contrastanti l’attesa dei risultati senza poterli assaporare visivamente, interrogandoci sulla qualità della loro riuscita, col timore di non vederli affatto. E una volta avute in mano le fotografie, è stato come tornare a viaggiare.

Foto: © Andrea John Dejanaz