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Tommaso Bovo: come fotografare la fine

Il graphic designer racconta la sua storia e spiega di come, insieme ai suoi allievi dello IED, ha realizzato un progetto dedicato al tema della fine «di una relazione, di un'esistenza, di tutto»

© Sara Vivarelli

Tommaso Bovo nasce a Venezia ma vive e lavora a Firenze, dove si occupa di graphic design, new media e critica del design. Ha lavorato come Art Director e tuttora collabora con diverse aziende. I suoi lavori sono stati pubblicati da diverse riviste come Interni e Domus. Attualmente è docente di Graphic Design e Metodologia del Progetto all’Istituto Europeo di Design – IED. Con i suoi studenti ha realizzato un “viaggio” fotografico sul concetto di fine.

Come hai iniziato ad occuparti di new media e graphic design e com’era il contesto di quel periodo?
Beh, interessante, perché credo di aver iniziato questo mestiere senza rendermene conto. A volte credo di occuparmi di design da sempre. La mia maestra delle elementari mi disse che avrei fatto quello che faccio ora, non so da cosa lo intuì, ma ricordo che anni dopo mi ripeté: «te lo avevo detto io…». 
Mi sono laureato nel 2005 e da quell’anno ho iniziato la professione. Utilizzando un paradosso, questo mestiere è rimasto sempre lo stesso, quindi sempre diverso. In quegli anni c’erano clienti che ti chiedevano ancora di progettare manifesti, gli ultimi: oggi quasi nessuno te li chiede più, solo qualche ente culturale è ancora disposto a mettere la propria immagine vicino alle campagne per il Black Friday o ai poster del Partito Marxista-Leninista. Del resto chi è che guarda più le pareti delle città? Abbiamo in tasca strumenti molto più eccitanti: ora è già tanto se guardiamo dove mettiamo i piedi quando camminiamo. 
Sono cambiati i medium, ma anche ciò che definiamo “design della comunicazione” è in continua ridefinizione. Prima il progetto viveva in un novecentesco e rassicurante mondo fatto di regole alle quali ci si doveva attenere. La Scuola Svizzera la faceva da padrona, dettando princìpi che diventavano spesso dogmi imprescindibili. Il carattere tipografico era sacro, non poteva essere toccato e doveva mantenere la sua massima leggibilità. Poi è arrivato il computer, il grafico ha avuto il potere di modificare con una certa facilità immagini e font, e l’ha trovata un’operazione interessante: il bisogno di leggibilità si è così trasformato in bisogno espressivo. Le regole che alcuni sacerdoti del design avevano ideato sono state rivedute completamente. 
Ma è normale, il graphic design è una disciplina che per sua natura vive in una situazione di perenne crisi: il suo destino è quello di cercare degli strumenti e dei princìpi che verranno continuamente messi in discussione da chi verrà dopo di te.

© Frisancho Miguel

Che rapporto hai con la fotografia?
Amo la fotografia, anzi la adoro, è uno strumento eccezionale, uno dei modi più immediati e contemporanei di comunicare. 
La grafica è figlia della fotografia perché ha a che fare con l’immagine e la sua dimensione comunicativa. Un grafico deve essere in grado di saper fotografare bene: non è un caso che molti designer siano anche ottimi fotografi. Per loro la macchina fotografica non è un hobby, ma uno strumento fondamentale di ricerca progettuale.

Mi ha molto incuriosito il progetto fotografico La Fine, realizzato con i tuoi allievi dello IED di Firenze. Come è nato, come si è sviluppato?
Il progetto nasce dall’intenzione di lavorare su un tema poco affrontato dal design: i propri sentimenti. La fine è uno stato d’animo, una situazione esistenziale che abbiamo vissuto tutti. La fine di una relazione, la fine di un’esistenza, il pensiero di “farla finita”, è una condizione personale, intima. Il tema è stato affrontato spesso nell’arte o nella letteratura, ma raramente dal mondo della progettazione. 
Questo progetto è stato realizzato durante il primo lockdown. I ragazzi hanno dovuto realizzare tutto all’interno delle loro abitazioni o andando in luoghi isolati o abbandonati dove non c’era nessun tipo di contatto sociale. 
Ho chiesto agli studenti di non preoccuparsi delle immagini sbagliate. Lo scopo era provare a sperimentare su quelli che comunemente sono considerati errori: la sfocatura, l’immagine mossa, i disturbi di fondo, il flash sparato… era tutto accettato. Abbiamo voluto esplorare le potenzialità dei linguaggi a cui noi spesso diamo delle regole: regole che ci aiutano ma allo stesso tempo rischiano di limitare la libertà di sperimentazione. 
Avremmo dovuto realizzare una mostra, ma il distanziamento sociale lo rendeva impossibile: abbiamo così deciso di adattare il materiale per poterlo portare online. Il web è stato per noi una vera salvezza. Ho voluto far lavorare i miei studenti a questo progetto partendo da una mia convinzione. Credo che il mondo accademico sia ancora troppo legato a un insegnamento del design grafico novecentesco basato su princìpi razionalisti. Ad oggi la Scuola Svizzera ha avuto il merito di fornire le basi teoriche più strutturate sulla disciplina: saremo per sempre debitori di quell’esperienza, ma ha avuto il limite di considerare il design grafico come il risultato di una somma di regole. Purtroppo, o per fortuna, non è così. L’obiettivo di questo progetto è stato quello di provare a portare un corso di design della comunicazione in ambiti diversi: non abbiamo lavorato sulla corretta composizione, ma sull’emozione. Tutti ci siamo commossi ascoltando una canzone, leggendo un libro, guardando un film: forse nessuno si è mai commosso di fronte ad un elaborato grafico. Credo che il designer oggi debba porsi il problema di come superare la perfezione fredda e rigorosa del passato per provare a veicolare messaggi che arrivano ad emozionare e a significati un po’ più complessi della facile leggibilità. Attorno a noi siamo circondati da immagini grafiche tecnicamente ben eseguite ma fredde e pronte ad essere dimenticate. Non ha senso strutturare una perfetta composizione se poi è incapace di colpire il cuore e la mente di chi la guarda.

© Wang Elisa

Design, fotografia e social media. Come comunicano tra loro questi mondi?
Nei social sta vincendo l’immagine sulla parola. Facendo un esempio molto semplice, e forse banale, potrei dire che è molto facile trovare un ragazzo con un account Instagram, molto più difficile che utilizzi Twitter. A questo però non si è accompagnata una educazione all’immagine. Viviamo una forma di analfabetismo visivo in cui tutto va bene, l’importante è che faccia eccitare l’occhio per qualche frazione di secondo. Vediamo giornalmente migliaia di immagini usa e getta, capaci di emozionarci, ma pronte a essere sostituite con uno scroll veloce sul cellulare. È una sorta di dittatura della bellezza, in cui tutto è giustificato per il solo fatto di essere esteticamente appagante, cromaticamente stimolante. 
Compito del designer è dare un senso a questa bulimia di immagini. Tutti oggi sono in grado di produrre foto, abbiamo in tasca macchine fotografiche che sono mille volte più potenti e prestanti di quelle utilizzate da un Man Ray o un Robert Capa. Tutti noi siamo in grado di fotografare un bel tramonto, ma il solo fatto che sia bello non vuol dire che quella foto rimanga al di là del rapido appagamento estetico: non sono contrario al bello, anzi, ma emozionerà qualcuno che se ne dimenticherà qualche istante dopo. L’immagine rimane solo se è in grado di raccontare qualcosa, quando riesce ad andare al di là del bello, quando riesce a dare un significato. Del resto progettare è questo, trovare un senso alle cose che realizziamo.

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