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Identità e memoria nelle foto di Karim El Maktafi

Il fotografo nato in Italia e di origine marocchina racconta i suoi studi, il progetto 'Hayati' e la storia della copertina del 'Washington Post' con il calco di un volto

Prima della corsa, cavalieri aspettano il loro turno. Dalla serie Fantasia. © Karim El Maktafi

La sua carriera fotografica è scandita da un’ottima formazione e dalle esperienze che continua a cucire insieme. La sua ricerca è caratterizzata da una visione intima e personale, legata fortemente alle sue origini marocchine; nella sua produzione fotografica è  evidente un imprinting culturale che unisce tutti i suoi progetti. Dopo aver fatto qualche domanda di rito a Karim sul suo percorso, abbiamo fatto un passo indietro su uno dei suoi lavori più conosciuti Hayati (“la mia vita” in arabo), chiedendogli quale sia la sua opinione sull’utilizzo dello smartphone come mezzo per registrare e testimoniare quello che accade nelle nostre vite.

Ciao Karim, ci racconti dei tuoi studi legati alla fotografia?
Dopo aver vinto una borsa di studio, il mio percorso è iniziato studiando all’Istituto Italiano di Fotografia a Milano fino al 2013. In seguito ho lavorato come assistente per diversi fotografi, per poi intraprendere altre esperienze formative. Nel 2016 sono stato in residenza per un anno a Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton a Treviso e nel 2017 ho avuto l’onore di ottenere una Mentorship di un anno con la fotografa americana Maggie Steber (VII Agency), che mi ha seguito nello sviluppo di alcuni progetti. Nel 2018 è arrivata la borsa di studio di Magnum Photos con Alex Majoli e ho seguito il lavoro di grandi fotografi come Davide Monteleone, Rafal Milach, Bryan Schutmaat, Terra Project e Giulia Tornari. Un altro apporto importante per la mia professione è stato quello di poter costruire progetti sotto la guida di photo editor come Daria Scolamacchia e Giulia Ticozzi.

 

Alla fine della performance un cavaliere prende il controllo del suo cavallo prima di lasciare il campo. Dalla serie Fantasia. © Karim El Maktafi

Quanto è stata importante l’esperienza con Magnum e Alex Majoli?
Come tutte le esperienze formative che ho fatto, quella con Majoli è stata molto importante. Alex è uno tra i migliori fotografi di reportage e fotografia documentaria dei nostri tempi, ma è anche un ottimo insegnante: è riuscito – in sole due settimane – a spingermi oltre al limite e a dare il massimo. Di queste esperienze è stato importante anche lo scambio che avviene con gli altri partecipanti, fotografi provenienti da diverse parti del mondo, con cui si crea un rapporto professionale e umano.

Recentemente hai realizzato una foto che è diventata la copertina del Washington Post. L’immagine rappresenta il calco di una faccia con una mascherina. Com’è nata l’idea di questa foto e perché hai scelto di non andare fuori a fotografare?
La quarantena ci sta mettendo a dura prova tutti e ci sta spingendo a fare i conti con noi stessi. Non sono mai stato troppo legato al fotogiornalismo nel senso stretto della parola, non mi piace inseguire le notizie del momento. Ho deciso di non uscire a raccontare quello che succede perché ci sono già molti fotografi bravi e talentuosi che si stanno occupando di questo, e poi perché stare a casa è doveroso. Alcune giornate sono molto lunghe, per questo una mattina mi sono svegliato pensando alla situazione assurda che stiamo vivendo e con la voglia di sperimentare e fare qualcosa di nuovo senza dover necessariamente uscire, provando a fare fotografia still-life. Ho sfruttato due elementi che sono presenti dove vivo: il calco della faccia della mia coinquilina e una mascherina. Ho allestito un piccolo set luci e così è nato quello scatto, in maniera molto semplice e naturale.

Interpretazione visiva del coronavirus, Cover Washington Post Magazine 12 aprile 2020. © Karim El Maktafi

In questo periodo sono stati realizzati tanti lavori con le webcam e gli smartphone per documentare quello che accade nel mondo a causa del Covid-19. Penso al tuo lavoro Hayati, che è un progetto intimo e di ricerca personale, realizzato interamente con il cellulare. Mi parli del tuo approccio con questo mezzo?
Mi sono trovato a usare questo strumento perché per il progetto era il mezzo più adatto, per fotografare quotidianamente ciò che mi circonda, come famiglia e amici, senza essere troppo invadente. Credo che gli smartphone abbiano un grosso potenziale se utilizzati nella maniera corretta. Sono delle macchine fotografiche a tutti gli effetti e il loro punto di forza è che sono alla portata di tutti. Se usati con la giusta consapevolezza, soprattutto in questo periodo potremmo vedere dei racconti sinceri di questo strano momento.

Sei molto legato alle tue origini marocchine. Guardando i tuoi lavori ho notato che spesso sviluppi questa relazione culturale con un gioco tra realtà e immaginario, per esempio anche con la scelta dei titoli. Mi riferisco a Fantasia, tuo ultimo progetto che è stato esposto al Photolux Festival nel 2018 e Ghorba. Mi dici qualcosa del modo in cui sviluppi la tua ricerca?
Durante il mio percorso ho capito l’importanza di raccontare storie a me vicine, storie che mi riguardano in prima persona.
Il mio lavoro si concentra su tematiche legate tra di loro come identità, appartenenza e memoria. Tutto parte dal mio passato e dalle mie origini che di conseguenza mi portano a lavorare sul presente. I miei progetti vogliono essere un modo per abbattere le barriere e un tentativo di avvicinare le persone a una cultura che si pensa soltanto di conoscere, ma che possiede sfaccettature che solo chi vive dall’interno riesce a cogliere. Solitamente lavoro su progetti interi e non su opere singole, proprio per poter dare una continuità a chi guarda, per creare un reale contatto con le tematiche che affronto. L’idea parte da me e dai miei trascorsi e, una volta elaborati i pensieri, mi concentro sulla ricerca approfondendo le tematiche dal punto di vista storico/sociale. Cerco ispirazioni da qualsiasi punto di vista, da qualsiasi forma di arte: fotografia, illustrazione, musica, cinema e da qualsiasi altro input che possa aiutarmi nel processo. Cerco di capire cosa già è stato affrontato sullo stesso argomento, provo a comprendere come gli altri fotografi, artisti, scrittori, registi hanno deciso di trattare la stessa tematica e ci metto del mio.

Dal Progetto a lungo termine Searching for Heritage (Marocco 2015 – in corso). © Karim El Maktafi

Finita questo periodo avrai sicuramente dei progetti. Puoi anticiparmi qualcosa?
Già da diverso tempo sto lavorando a un nuovo progetto, ancora in via di sviluppo, che parla sempre di identità e di giovani che nascono in bilico tra due culture. Spero di poter riprendere a lavorare presto.

Posso chiederti anche che consiglio daresti a un tuo coetaneo che vuole lavorare nel mondo della fotografia? 
Studia, sii gentile e non mollare mai.

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