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Stephen Gill, tra uomo e natura

Alla Galleria Arnolfini di Bristol, fino al 16 gennaio 2022, è esposta la grande retrospettiva di Stephen Gill, fotografo inglese vincitore di molti premi. Lo abbiamo intervistato

Invisible 2002-2005 Stephen Gill © the artist, all rights reserved-min

Alla Galleria Arnolfini di Bristol, fino al 16 gennaio 2022, è esposta la grande retrospettiva di Stephen Gill, fotografo inglese vincitore di molti premi con The Pillar, il suo famoso atlante di uccelli messo insieme con un semplice sensore di movimento applicato alla macchina fotografica. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come la sua carriera si sia evoluta in quasi quarant’anni di attività e di come il comportamento umano sia sempre stato il suo focus preferito.

Night Procession 2014-2017 Stephen Gill © the artist, all rights reserved-min

Dal punto di vista creativo sei molto prolifico. Infatti in mostra alla Galleria Arnolfini di Bristol la tua retrospettiva espone quasi quarant’anni di fotografie. La tua produzione è anche molto eterogenea, sia dal punto di vista concettuale e di contenuto, ma anche tecnicamente. Cosa ti spinge a fotografare e cosa funge da comune denominatore di tutta la tua produzione?
Penso che il mio fotografare sia una cosa abbastanza immediata, spesso è una reazione accompagnata da: «Oh, è bellissimo, è tragico, mi piacerebbe saperne di più.» Anche Coming up for Air è nato da una reazione alla mia vita personale e cittadina, immergendola in un mondo subacqueo immaginario. Anche se lo scenario varia notevolmente, fotografando cerco di reagire con velocità ad esso, non ponendomi domande come «È una buona idea?», «Mi piacerà?» o «Piacerà ad altre persone?». Nell’esecuzione del mio lavoro tendo ad essere guidato dal soggetto: per prima cosa penso a come potrei rispondere al meglio al suo stimolo, riprodurlo o aiutarlo ad esprimersi, oltre a come posso aiutare il soggetto a essere coinvolto.

Qual è stata la prima fotografia fatta che ti ricordi? Cosa ti ha spinto a fare quella fotografia?
Le prime foto che ricordo di aver fatto sono state a un tavolo per uccelli nel giardino di mia madre e mio padre, a Bristol, nel Regno Unito. È stato come trovare una convergenza dei miei interessi per gli uccelli e gli animali e iniziare a imparare ad esprimermi visivamente. C’è una foto nella mostra da Arnolfini che mi piace molto per come è nata e per l’immagine in sé. Erano le 6 di una domenica mattina ed ero al mercato di Hackney Wick, ho guardato un uomo, con cui ci siamo salutati vicendevolmente con un cenno della testa. Mi ha visto con una macchina fotografica, io l’ho visto con un mappamondo. Lo ha sollevato sopra la sua testa, io ho portato la macchina fotografica al mio occhio. Poi abbiamo continuato ognuno la propria giornata. È stato un momento molto speciale per me. Un’altra foto che vorrei menzionare che non riesco a togliermi dalla testa è tratta dalla serie Night Procession. Non ha nulla di straordinario. Immortala il terreno di una foresta coperto di neve, con alcuni rami e ramoscelli intrecciati. Ma c’è qualcosa in quell’immagine che continua a tornare alla mia mente. Sembra così silenzioso lì. So che tutte le fotografie sono silenziose, ma sembra l’immagine più silenziosa che abbia mai fatto. Naturalmente la neve suggerisce questa sensazione, ma in più questa foto è stata scattata con una fotocamera da remoto, per cui non c’era presenza umana. Per me quello è il silenzio.

The Pillar 2015-2019 Stephen Gill © the artist, all rights reserved-min

Inizialmente fotografavi in bianco e nero. Cosa ti ha fatto deviare verso l’uso del colore?
È stato solo un processo naturale, come se tu dovessi studiare i classici e partissi dalle basi come la comprensione della forma, della figura, della geometria, così come del senso della luce. Credo che per fare questo ci siano voluti almeno dieci anni, quindi fino al 1997 non ho fotografato a colori e farlo è stato come imparare una lingua completamente diversa.

Secondo te, qual è il tuo lavoro più rappresentativo e perché?
È quasi impossibile dirlo perché penso che tutti siano in qualche modo rappresentativi del mio viaggio e trovo difficile sceglierne uno. Forse direi che The Pillar è di una certa importanza perché sono arrivato ad un punto in cui ho completamente rimosso la mia presenza fisica e penso di aver lavorato su questo per anni: essere meno coinvolto, avere meno controllo e fare un passo indietro. Con The Pillar ero finalmente uscito totalmente.

The Pillar 2015-2019 Stephen Gill © the artist, all rights reserved.-min

Molti tuoi progetti seguono una specifica indagine visiva: secondo un metodo di rappresentazione sempre uguale porti a galla le connotazioni specifiche dell’individuo, creando una sorta di atlante di variabili umane. Come è iniziata questa tua ricerca?
Spesso la ricerca inizia da interessi personali o incontri o intrighi. Dipende. Trolley Portraits, ad esempio, è nato perché avevo l’ernia del disco e il mio medico mi disse che avrei dovuto prendere un carrello per andare in giro con i miei treppiedi e le mie macchine fotografiche. Poi ho iniziato a vedere tutti con i trolley. Questo succede quando vediamo ciò che vogliamo vedere, insieme a un comportamento un po’ ossessivo forse. Spesso, naturalmente, parlavo con le persone e capivo che per molte di loro, per lo più donne, il loro carrello non era usato necessariamente per trasportare cose. Era un aiuto per camminare o anche per avere più presenza fisica. A volte le idee sono diventate evidenti mentre lavoravo o mi muovevo, come è successo per Invisible Series. Indossando, per lavoro, una giacca fluorescente che mi rendeva molto visibile, mi sono reso conto che aveva l’effetto opposto, in realtà ero invisibile. Ho parlato con molte persone che indossavano, come me, quella giacca e anche loro hanno confermato la mia sensazione. Penso di essere sempre stato interessato alle persone e al loro comportamento. Anche se alcuni miei lavori sono molto personali, sicuramente i temi con cui mi sono cimentato attingono, subconsciamente o incidentalmente, all’empatia umana e universale.

Russian Women Smokers si richiama fortemente alle Cigarettes di Irving Penn. Quali sono state, nel tempo, le tue influenze e i tuoi modelli?
Devo dire che non sono stato influenzato da Cigarettes di Irving Penn. Per me non si trattava di sigarette scartate o pezzi di carta accartocciati, quelle di Russian Women Smokers sono sigarette pensate come ritratti senza persone. Le emozioni umane sono contenute e incorporate in esse. In termini di influenze, la vita stessa, la musica e la natura hanno giocato un ruolo importante nel mio lavoro sin da quando ero piccolo. Quando ero più giovane fotografi come Eugène Atget mi hanno stupito perché amavo il modo in cui le sue immagini erano così delicate, proprio come un respiro, niente di più. Erano così silenziose, ma allo stesso tempo avevano un peso enorme. Mi è piaciuto anche il lavoro di Sergio Larrain perché ha dimostrato così bene la capacità della fotografia di trasmettere sentimenti, emozioni e poesia, oltre ad essere uno strumento descrittivo.

Già nei tuoi primi lavori cercavi di rappresentare fotograficamente un certo equilibrio tra l’uomo e la natura, ma negli ultimi anni soprattutto con Night Procession e il famoso e premiato The Pillar hai marcato ancora di più il tuo focus sulla natura. Perché? E che tipo di natura esce dai tuoi lavori?
Anche in Night Procession – dove la natura è al centro del lavoro con piante, animali e uccelli – ho voluto riflettere su come essa viva intorno a noi e come a volte sia ignara di noi. Sebbene influenzata dal comportamento umano, la natura in Night Procession è rappresentata dal punto di vista dell’animale, che ci guarda da dietro. Penso che la natura sia infinitamente stimolante, un mondo intenso e in continua evoluzione, spesso trascurato, e che una volta che inizi a guardarla dentro è un qualcosa di profondo e bello, caotico e violento. La trovo abbastanza ingannevole e affascinante, spesso davvero travolgente. Quando sono nella natura profonda il mio cuore inizia a battere in un certo modo. Gran parte di ciò che si sente quando ci sei immerso non è visibile e questo ha avuto un enorme fascino per me poiché l’immaginazione, in questo modo, deve lavorare di più. Penso anche che essere guidati e ispirati dalla natura stessa sia stata un’opportunità. Dato che ho vissuto in città per tutta la mia vita, era qualcosa di nuovo per me, quindi volevo che essa stessa guidasse, formasse e modellasse il lavoro. Non imponendo troppo la mia presenza probabilmente è stata anche maggiormente incoraggiata a mostrarsi.

Trolley Portraits 20002 Stephen Gill © the artist, all rights reserved-min

In The Pillar quel metodo schematico e scientifico che usavi per indagare la variabile umana l’hai utilizzato per cogliere le sfaccettature della natura. Il soggetto di questo tuo progetto infatti non sono solo gli uccelli ritratti “a tradimento” dalla fotocamera a sensore a movimento, ma è anche il paesaggio naturale retrostante, che cambia con le stagioni, con le ore del giorno e della notte. Ce ne parli?
Quando ho posizionato la fotocamera di fronte all’arco che compie il sole e impostata poco prima che gli uccelli fossero perfettamente a fuoco, stavo pensando di concentrarmi sulle forme e le linee in modo che non apparisse semplicemente come uno studio di uccelli. È stato un tipo di esperimento il cui funzionamento mi ha stupito. Penso che la forma regolare, la composizione e la rigidità del pilastro che piantai, nella speranza che gli uccelli potessero atterrare sulla sua superficie di 6 cm, abbia dato molto spazio a linee e forme, spesso contorte. Avendo avuto questa costante le variabili infinite hanno avuto modo di mostrarsi. Quello che ho trovato e amato è che tutte le foto sembravano un po’ sbagliate e fuori tempo. Quando si assemblano molte cose non secondo la norma – come se si suonassero molti strumenti musicali tutti deliberatamente non sintonizzati – si creano armonie diverse. Così mettendo insieme tutte queste immagini di uccelli un po’ “sbagliate”, si è creata comunque un’armonia, risultando coerenti nel loro insieme. Con gli uccelli – queste creature incredibili, quasi preistoriche con le loro zampe simili a rettili – sembrava quasi di aprire una porta in un altro mondo. Era il loro mondo, alle loro condizioni. Penso che questa serie abbia un po’ modificato il modo di rappresentarli, anche perché ho voluto farlo con immagini fuori fuoco e appositamente “sbagliate”.

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