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Stefan Sagmeister: «La bellezza ha un ruolo fondamentale nel mondo contemporaneo»

È uno dei più importanti graphic designer viventi, figura trasversale fra le arti, vincitore di due Grammy e collaboratore di Lou Reed, Mick Jagger e Charlie Watts. Lo abbiamo intervistato

© Stefan Sagmeister

A fine marzo Stefan Sagmeister, uno dei più importanti graphic designer al mondo, è stato ospite dello IED – Istituto Europeo di Design di Milano e ha tenuto una conferenza dal titolo Why Beauty Matters. Sagmeister ha conseguito il Master of Fine Arts alla University of Applied Arts di Vienna e, in qualità di Fulbright Scholar, un master al Pratt Institute di New York. Due volte vincitore di un Grammy, ha praticamente vinto tutti i più importanti premi internazionali di design e lavorato per clienti come Rolling Stones, HBO e il Museo Guggenheim. Il tema del talk si è concentrato su come ci sentiamo e comportiamo in modo diverso quando siamo circondati dalla bellezza, attraverso esempi di architettura, design e scienza. Lo abbiamo intervistato.

Stefan Sagmeister photographed in Melbourne Australia by James Braund

Vorrei iniziare con un riferimento al titolo della tua recente conferenza in IED, Why Beauty Matters. Perché la bellezza è importante?
Abbiamo scoperto che le cose belle funzionano molto meglio e spesso creano significative aggiuntive che oggetti progettati soltanto per funzionare non potevano offrire. Si potrebbe cadere nell’idea sbagliata che la bellezza ora avrà meno importanza, perché l’attuale velocità della vita ridurrà le opportunità di fermarsi ad annusare le rose. Il nostro consulente scientifico, il professor Helmut Leder, invece ci mostra che la bellezza può essere vista in effetti come una scorciatoia per preservare energia e prendere decisioni inconsciamente, senza pensiero cosciente, il che significa che la bellezza gioca un ruolo ancora più centrale in questi tempi sempre più veloci.

Durante la tua carriera hai lavorato con molti artisti diversi e linguaggi artistici diversi. Come cambia, o non cambia, l’approccio in base al contesto?
Quando ero un giovane designer, credevo che fosse tutta una questione di idee e che la forma e lo stile fossero elementi secondari. Incontro molti giovani designer che affermano la stessa cosa. Dopo aver pensato questo per 30 anni, ho capito che mi sbagliavo. Gli attributi formali, inclusa la bellezza, sono assolutamente centrali quando si tratta di produrre qualcosa che dovrebbe funzionare bene. Circa dieci anni fa sono stato a una conferenza di design al Memphis Convention Center, all’epoca ero un tabagista e quindi ho passato molto tempo fuori da solo a fumare. Ricordo di essermi guardato intorno e non riuscivo vedere letteralmente nulla, perché sentivo che la bellezza era stata messa da parte, lo spazio era progettato in maniera completamente, assolutamente utilitaristica. Era come se il progetto fosse stato fatto pensando: «Come possiamo renderlo più economico e veloce possibile?». Il motivo per cui ho pensato a questo è che ero appena tornato da una conferenza a Lisbona, che si era tenuta nel castello che domina la città. Si tratta un castello medievale, un edificio con funzione militare e difensiva, eppure ogni singola maniglia di quel castello era ricoperta di decorazioni ed era progettata per essere bella. Ecco, questo elemento mi ha colpito e mi ha fatto domandare: cosa ci è successo? Perché lo facciamo?

© Stefan Sagmeister

Che ruolo gioca il design nella nostra vita quotidiana?
In questo momento oltre il 50% della popolazione mondiale vive nelle città. Per questa metà della popolazione è stato progettato tutto ciò che li circonda: lenti a contatto, vestiti, case, stanze, strade, parchi, città. Questi elementi progettati svolgono per l’abitante di una città esattamente lo stesso ruolo che può avere la natura nei confronti di un indigeno che vive nella foresta pluviale. Possono essere progettati bene o male, faranno la differenza. Ovviamente esistono sono molti prodotti che ci semplificano la vita, ma tendiamo a notarli solo quando falliscono gravemente nella loro funzione. Posso salire su un aereo e ignorare completamente il fatto che sia davvero un incredibile pezzo di design: lo noterò solo quando si schianterà.

Com’è stato lavorare con artisti come Lou Reed e Rolling Stones? Hai qualche storia particolare ‘dietro le quinte’ con loro? 
Ecco un lungo resoconto del mio primo incontro con il signor Mick Jagger dal mio diario: mercoledì, una limousine nuova di zecca e perfettamente pulita mi viene a prendere in studio, andiamo all’aeroporto di Newark, biglietti business class per LA e ho uno stupido sorriso stampato in faccia per tutto il tragitto. Guardo il paesaggio industriale del New Jersey con la Statua della Libertà alle spalle, chiedendomi se questo è uno di quei momenti ‘felici’ che mi capitano circa una volta all’anno. La mattina dopo Lucy, l’assistente di Jagger, mi incontra al bar, mi fa un rapido discorso su Mick e andiamo nella suite. Nell’ascensore sono nervoso. Mick apre la porta, si volta subito senza salutare e io mi sento a disagio. Ci presenta Lucy, lui è amichevole ma impegnato a sfogliare un catalogo di Sotheby’s con Charlie Watts. «A nove milioni è un vero affare», dice con un forte accento british guardando un dipinto di Monet. «Peccato che non ho più muri per appenderlo». Aiuto Lucy ad aprire le bottiglie d’acqua, Mick afferra il mio portfolio e dice: «Allora, sei tu il tizio galleggiante». «Quello galleggiante?» gli rispondo. «Sì, tutte le tue cover sembrano galleggiare in una scatola di plastica». Gli piace il lavoro su Lou Reed, gli piace l’attenzione ai dettagli in altri lavori e quindi posso smettere di essere nervoso. Gli chiedo delle sue cover preferite degli Stones e lui accenna senza esitazione: «Exile on Main street, Sticky Fingers e Some Girls». Erano anche i miei preferiti, ottimo. «Dovrebbe essere facile lavorare insieme, dato che ti avrei nominato esattamente le stesse cover, solo in un ordine diverso: Sticky Fingers, Some Girls ed Exile on Main street», gli rispondo. Charlie Watts, a voce bassa, chiede a Jagger: «Cosa c’è su Sticky Fingers?». Mick risponde: «Oh, sai Charlie, è quello con la cerniera, quello che ha fatto Andy Warhol». Lo stupido sorriso felice di prima è tornato sul mio viso.

© Stefan Sagmeister

Perché il design della cover di un album musicale è così importante? Qual è il suo scopo?
In questo momento storico ha perso gran parte della sua importanza, perché i file digitali non hanno bisogno di essere protetti da un pacchetto. Allo stesso tempo però vediamo una fantastica resurrezione della cover dell’album in vinile con la creazione di design di altissima qualità, ma solo per un pubblico specializzato e molto più ridotto.