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Paesaggi, foto d’archivio e Baudelaire: Santolo Felaco racconta ‘Spleen’

«Ho deciso di realizzare questo lavoro spinto dalla necessità di dare una forma alle sensazioni che mi provoca l'opera di Baudelaire», dice il fotografo degli scatti astratti e inquietanti del suo nuovo progetto

Spleen © Santo Felaco

Spleen di Santolo Felaco è un flusso di immagini inconsce, primordiali, svuotate del loro valore narrativo, ma simulacro di uno stato d’animo. Si susseguono serrate alternando paesaggi e dettagli a ritratti spersonalizzanti, secondo un comune viaggio nell’inconscio del fotografo. Abbiamo intervistato Santolo per farci raccontare la sua storia artistica.

Spleen © Santolo Felaco

La parola “Spleen” viene tradotta da te, nel titolo, come “malinconia”. Quello che il tuo progetto vuole mostrare è una sensazione, un’ambientazione, qualcosa di astratto. Cosa ti ha stimolato a produrlo? Un moto interiore, la passione per Baudelaire o altro?
Alla base di questo lavoro sicuramente c’è la passione per Baudelaire, il suo libro I fiori del male mi ha profondamente influenzato nel corso della mia esistenza. Possiamo dire che la poesia Spleen del poeta maledetto rispecchia perfettamente il mio stato d’animo che mi ha spinto a realizzare questo lavoro. Quest’ultimo penso sia anche il riflesso di quella che definisco nel testo del progetto «la virulenta furia barbarica del nostro tempo». Mi sento di dire che ho deciso di realizzare questo lavoro spinto dalla necessità di dare una forma, seppur astratta, a queste sensazioni; in altri termini, di dare luce a qualcosa di buio che aleggia dentro di noi. Per far luce non c’è nulla di meglio della fotografia che è fatta di questa sostanza.

Spleen © Santolo Felaco

Nel progetto fai dialogare le tue fotografie con immagini d’archivio. Che valore aggiuntivo pensi conferiscano all’insieme del lavoro?
Passiamo molto tempo della nostra giornata a fissare lo schermo di computer, di uno smartphone o della vecchia e cara televisione. Nella nostra società, a differenza delle altre epoche, la nostra percezione della realtà avviene anche in maniera indiretta e veicolata da questi media. Non a caso le immagini d’archivio sono state ottenute volutamente fotografando lo schermo del computer, poi successivamente post-prodotte per aggiungere la mia interpretazione alla scena. L’atto di fotografare uno schermo di un notebook per me ha lo stesso valore che fotografare una scena “reale”; sono due tipi di esperienze sensoriali e conoscitive che viviamo costantemente ogni giorno. Per me era interessante dare valore ad entrambe.

Spleen © Santolo Felaco

Le immagini, per modalità di ripresa, colore, esposizione, positivi e negativi, risultano frammentate, probabilmente volutamente slegate. Perché? Cosa le unisce secondo te?
Le foto dal punto di vista linguistico appaino molto diverse fra loro, talvolta ciò potrebbe spiazzare o disturbare. In Spleen ho cercato di abbandonare l’idea di un registro linguistico coerente per tutto il lavoro, cosa che avevo ottenuto nel mio precedente lavoro Caput Mundi. Avevo bisogno di più libertà per dare voce a quello che sentivo ed avevo dentro, che è troppo informe, incoerente e talvolta ineffabile per essere disciplinato da schemi di coerenza. Tutte queste immagini sono unite da un impercettibile filo, che mette in relazione evocazioni di sensazioni, incubi ed eventi passati e recenti che sono in qualche modo legati. Un po’ come dire che quel filo è l’idea del termine “spleen” e le foto le sue manifestazioni. A volte mi piace pensare che queste foto abbiano tutte lo stesso “profumo”.

Spleen © Santolo Felaco

Cosa emerge della tua storia personale da questo lavoro?
Più che episodi della mia vita personale emergono stati d’animo e riflessioni. Con Spleen ho cercato di guardare il mondo scavando dentro di me, come se cercassi ciò che la nostra società sedimenta in ognuno di noi, che poi viene elaborato dal nostro inconscio. Oltre a ciò ci sono dei luoghi speciali per me che non erano entrati mai in nessuno dei miei lavori. Luoghi che erano perfettamente in linea con ciò che volevo rendere e che mi hanno aiutato molto nello svolgimento del lavoro.

Spleen © Santo Felaco

Il taglio, la resa, lo spirito di Spleen hanno dei rimandi chiaramente cinematografici. Quali sono stati i tuoi riferimenti, fotografici e non, per produrlo?
Non ho dei riferimenti cinematografici espliciti. Sicuramente il cinema ha influito, sebbene in maniera inconscia, nella realizzazione di questo lavoro. Il riferimento fotografico più forte, invece, è stato il libro Tout va bien di JH Engstrom, opera straordinaria, che mi ha ispirato, soprattutto, per la definizione del registro fotografico utilizzato per questo lavoro.

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