Piero Gemelli: «Si vede sempre quello che si conosce» | Rolling Stone Italia

Home Black Camera Interviste Fotografia

Piero Gemelli: «Si vede sempre quello che si conosce»

Abbiamo intervistato il celebre architetto e fotografo, uno dei più importanti fotografi italiani a livello internazionale. Dal prossimo ottobre una sua mostra sarà esposta a Napoli

Anna Mosca, Vogue 1986 © Piero Gemelli

Piero Gemelli, architetto e fotografo, è uno dei più importanti fotografi italiani a livello internazionale. Il suo lavoro, che abbraccia anche la grafica e la scultura, si caratterizza per la perfetta alchimia tra creatività e razionalità. La sua costante ricerca visuale, affiancata da una forte volontà di rinnovamento, gli permette di creare opere dalla natura profonda, mai statiche. Prossimamente ci sarà una sua grande mostra, che si terrà a Napoli da inizio ottobre fino a metà novembre 2021. Lo abbiamo intervistato.

Se dovessimo delineare la figura dell’artista, saprebbe indicarmi le caratteristiche peculiari?
L’argomento della domanda, così vasto e complesso, sfugge a qualsiasi tentativo di esplicazione univoca. Per me l’artista è colui che, nella globalità del lavoro svolto, conserva nel tempo coerenza e sviluppo di un linguaggio unico. La definizione prevede solo due regole fondamentali: la personalità e il riconoscimento da parte di terzi.

Il suo lavoro è di natura multidisciplinare, dal momento che abbraccia la fotografia, il disegno, la scultura, l’architettura e il design. Quando è cominciato tutto?
Nasco e penso come architetto: essere architetto è una “forma mentis”. Lo studio dell’architettura è stato fondamentale, ti insegna a guardare, ad analizzare, ti fa vedere anche ciò che ancora non c’è e rappresenta la matrice della mia progettualità. A Roma, dove mi sono laureato, iniziai ad approfondire il mezzo fotografico e a formarmi come fotografo professionalmente, ho anche insegnato fotografia per alcuni anni. Dopo la laurea decisi di trasferirmi a Milano: lì cambiò tutto. La svolta, che lanciò la mia carriera fotografica, avvenne quando Vogue, rivista che da giovane professionista romano compravo per aggiornarmi e trarre ispirazione, mi commissionò una immagine di un rossetto all’interno di un servizio realizzato da Gian Paolo Barbieri per il numero speciale Ala Moda, una foto a piena pagina. Era il 1983. Quell’evento trasformò la mia passione nella mia professione.  Nel 1987 decisi di aprire il mio primo studio a Milano. Cominciai a viaggiare e avere commesse di lavoro anche a New York, Parigi, Londra, lavorando per riviste come Vogue Italia e altre edizioni internazionali del gruppo Vogue, e realizzando campagne importanti per Estée Lauder, Gucci, Tiffany, Ferrè, solo per citarne alcuni dei tanti brand per cui ho prodotto immagini. Il disegno e la scultura, invece, non le ho mai vissute come “arti”. Disegnare, per me, vuol dire imprimere su un supporto reale un’idea che sarà la base per la fotografia che scatterò. La scultura, al contrario, è il prodotto tridimensionale che collega un’immagine alla sua intenzione espressiva. Tutte queste esperienze, generalmente, si ritrovano nelle mie fotografie. A volte nelle immagini sono presenti sculture e disegni, generando così sinergia e dialogo tra le diverse espressioni artistiche. Le mie opere fotografiche, grafiche o scultoree, non sono quindi semplice emulazione, non mi fermo a rappresentare pedissequamente la realtà, né mi interessa imitarla, ma voglio crearla di nuovo. Quando scatto o disegno, registro ciò che il mio occhio interiore ha accumulato e visto nel corso della mia esistenza; alla fine si vede sempre quello che si conosce. Ogni linea, ogni scatto, diventa rielaborazione della realtà. Il significato profondo di questa operazione è la volontà di governare le cose talvolta anche distruggendole. Per cercare il bello anche nell’imperfetto.  Ma l’abbattimento del reale si unisce alla necessità di ricomporre la sua immagine secondo il mio sentire: quando le linee diventano forme, quando la fotografia si fissa sulla carta, non mi trovo davanti ad una copia sterile del mondo esterno. Indipendentemente dalla somiglianza, so di aver ricreato la mia realtà. La mostra An Interior Life, curata da Maria Vittoria Baravelli e tenutasi nel 2019 all’interno del mio studio, raccontava perfettamente il senso profondo che si cela dietro il mio lavoro.

Annette © Piero Gemelli

Le opere che realizza, accanto ad una grazia non banale, vibrano di una particolare energia positiva. Come lo spiega?
Una volta costruita l’immagine, l’opera d’arte è pronta per entrare nell’intimo di persone diverse come una sorta di assimilazione permanente. Sulla base di questo, è impossibile registrare le infinite percezioni. Per quanto mi riguarda, l’energia alla base dei miei lavori è quella della contrapposizione. Nelle mie opere, la dualità delle opposizioni diventa linfa vitale. Questo pensiero lo si ritrova anche nel mio concetto di bellezza. Il bello è per me equilibrio di imperfezioni, difetti calibrati che generano un canone estetico alternativo.

Quanto è importante l’introspezione nel suo processo creativo?
La fase introspettiva, nel mio approccio artistico, è fondamentale. L’arte, intesa come flusso di conoscenza, mi fornisce la grande opportunità di poter entrare in comunicazione con l’inconscio. Quella conversazione silenziosa che intercorre tra me e me stesso, mi aiuta a smontare certi modi di vedere ovvi e, forse, automatici. Questo sistema favorisce l’affiorare di nuovi stimoli fondamentali alla creatività. La consapevolezza di ciò che conserviamo nel profondo di noi stessi non è, però, arte; per avviare la metamorfosi in tale senso è necessario un deciso gesto artistico, inteso come sviluppo e travalicamento del nostro bagaglio emotivo.

Montblanc © Piero Gemelli

Come riesce a conciliare l’estetica con il contenuto?
L’abilità di un professionista consiste proprio in questo; affrontare un lavoro con la propria identità stilistica e facendo sue quelle che sono le richieste dei clienti. Se hai chiarezza di quello che sei, l’idea si adatterà naturalmente alla circostanza. Aver avuto l’opportunità di lavorare per Vogue, per Vogue Italia in particolare o per Condé Nast America, durante il mio periodo newyorchese, mi ha permesso di sviluppare e dare corpo ad un forte stile personale che mi permise, dopo essere stato a lungo “studiato”, di poter realizzare campagne importanti e avere la libertà di affrontare le consegne senza condizionamenti o imposizioni.

Attualmente l’umanità si trova in una situazione di paura e insicurezza. Quale conforto può fornire l’arte?
Chi ha detto che l’arte debba per forza consolare l’uomo? L’idea creativa nasce e prende forma nell’artista, ma la vita dell’opera d’arte non termina nel momento della sua realizzazione, ma continua nella fase della fruizione da parte dello spettatore; ed è in questo preciso attimo che avviene l’elaborazione e l’assimilazione. L’opera d’arte ingloba la storia personale dell’autore, ma l’opera in sé è anche lo strumento con il quale l’artista si libera del proprio Io per tentare di creare una nuova realtà, un’avvenire alternativo. Spetterà poi all’osservatore, come essere naturale e sociale, continuare il viaggio iniziato dall’artista.

Ritratto surrealista © Piero Gemelli

La fotografia, nella realtà sempre più digitale, può ancora considerarsi strumento di riflessione collettiva?
Lo è più ora che mai. La democratizzazione del mezzo ha fatto sì che, la fotografia, uscisse da una nicchia di pochi privilegiati, ad essere un potente mezzo di “massa” accessibile a tutti; favorendo una documentazione più diversificata e veloce. Il rischio, di questo flusso costante di immagini, è quello di non saper distinguere cosa conservare e cosa no. Questa problematica non è legata tanto allo sviluppo tecnologico, quanto alla coscienza di chi usa la fotografia; non basta avere una macchina fotografica per essere fotografo.

WEB
INSTAGRAM