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Occhi segnati: la street photography di Steve Panariti

Le sue fotografie ci proiettano in un mondo di fantasmi che vagano nella notte e parlano attraverso gli occhi. Un mondo fatto di volti scavati e deformi che raccontano di vissuti complicati e difficili

Paria © Steve Panariti

Il volto di un mezzadro, quello di un passante. Che cos’è bello, che cos’è brutto? Il grosso muro di separazione tra i due opposti per Steve Panariti, fotografo originario Torino, si assottiglia fino a sparire. La strada diventa luogo di indagine, dove i volti delle persone in alcuni casi si trasformano, mentre in altri si scoprono come storie da ascoltare. Il tutto sempre avvolto in un bianco e nero che pretende attenzione sul soggetto. Da un lato i forti contrasti dati dal flash restituiscono facce bianche come fantasmi nella notte, dall’altro i ritratti offrono un confronto con occhi carichi di storie da raccontare.

Da dove inizia la tua carriera fotografica?
La mia carriera fotografica è iniziata nei primi anni 2000 come fotografo di moda per uno studio che si occupava di fashion design per grossi brand. Mi sono fatto spazio in questo settore inizialmente come secondo fotografo, dopo aver studiato fotografia all’Istituto Bodoni. Pur continuando a lavorare nel campo della moda, ho iniziato a vedere il bello anche in altro e così mi sono avvicinato alla street photography.

Paris © Steve Panariti

Qual è il tuo approccio sulla strada?
Principalmente mi muovo con due diversi approcci. Uno dove uso un flash a mano e quindi, passeggiando, se vedo dei soggetti che attirano la mia attenzione, scatto. È un approccio più violento perché in molti si spaventano a causa della luce improvvisa, ma questo mi diverte. Ad alcuni faccio vedere il risultato e devo dire che la maggior parte delle persone mi ringrazia, in particolar modo gli anziani. L’altro invece è quello del ritratto frontale con luce diurna. Anche se sono sempre in strada, ho un approccio ben diverso con il soggetto. Con queste persone parlo a lungo, voglio conoscerle e rimango ad ascoltarle anche per ore. Solo alla fine concludo il tutto con un ritratto molto più forte di quello che sarebbe stato senza il loro racconto. Per esempio vicino a casa dei miei abita un mezzadro, uno degli ultimi rimasti molto probabilmente. Con lui ho parlato veramente a lungo, c’è stato uno scambio importante e ricorderò per sempre il suo vissuto. Ha iniziato a fare questo mestiere ad appena diciotto anni, coltivando la terra e allevando polli e galline. A un certo punto ha fatto una strana espressione con gli occhi, mi è piaciuta e ho voluto cogliere quel momento. Questo è solo un esempio del lavoro di dialogo e, soprattutto di ascolto, che sta dietro i ritratti che faccio con quest’approccio. Spesso si tratta anche di persone che non parlano mai con nessuno e che magari hanno alle spalle un vissuto difficile.

Mezzadro © Steve Panariti

L’uso del flash è presente in molte tue fotografie. Raccontaci di quest’altro approccio.
La cosa che più mi piace è l’effetto che procura agli occhi, quando rimane quella sorta di cicatrice nera per alcuni minuti. Per me è come se ci fosse una sorta di scambio. Il soggetto si imprime sulla mia pellicola e il mio flash si imprime nei suoi occhi. So che chi ho appena immortalato si ricorderà di me almeno per i prossimi seicento metri. Inoltre il flash rende l’immagine più drammatica; il mio obiettivo è dare un connotato di violenza alle fotografie, esattamente come quando da bambini ci si metteva la luce sotto il mento per raccontare le storie horror. Utilizzando il flash dal basso, i volti delle persone cambiano e si deformano, specialmente sui vecchi, le cui rughe diventano ancora più profonde e proiettano ombre imprevedibili.

Cos’è che ti fa scegliere di scattare con un approccio piuttosto che con l’altro?
Sicuramente deve ispirarmi e incuriosirmi il volto della persona che incrocio. È una cosa molto istintiva. Alcuni volti, drammatizzandoli con il flash, rendono di più, mentre altri sono talmente intensi che sento il bisogno di fermarmi per poter parlare e farmi raccontare la loro vita, prima di ritrarli.

Ti è mai capitato di trovarti in situazioni spiacevoli?
Mi è capitato di trovarmi in situazioni un po’ rischiose in entrambi i casi. Qualche anno fa, a Parigi in una zona di spaccio, ho rischiato di prendermi un pugno in faccia perché ho fatto una foto con il flash ad un uomo di colore. Invece, mi ricordo di una volta a Barriera di Milano, dove ho rincontrato un vecchio tossicodipendente che non vedevo da tanto e non è stato piacevole perché non mi aveva riconosciuto. Questo per dire che, a volte, per trovare ciò che veramente mi piace e mi interessa, mi infilo in situazioni di disagio, ma essendo nato e vissuto in Barriera so come muovermi e come comportarmi.

Pugni in faccia © Steve Panariti

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?
Ed Templeton è sicuramente molto importante per me. Non mancano Larry Clark e Nan Goldin. Tra l’altro, ironia della sorte, sto collaborando con Guido Costa che è gallerista di Nan Goldin, per la realizzazione del mio nuovo libro. Poi anche Boogie, che è un fotografo serbo, mi è di grande ispirazione. Le loro fotografie raccontano il disagio e, come dicevo poco fa, dopo tanti anni nella moda ho iniziato a vedere il bello altrove.

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