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Maïmouna Guerresi, la fotografia oltre il reale

Un’identità formata da una trama armoniosa di due culture, occidentale e africana, legate assieme dalla spiritualità sufi islamica

©Maïmouna Guerresi, Courtesy Mariane Ibrahim Gallery

Maïmouna Guerresi è una scultrice, fotografa e videomaker italo-senegalese. Artista affermata a livello internazionale, espone in tutto il mondo dividendosi tra l’Italia e il Senegal. Nella conversione all’Islam trova il motore della sua ricerca artistica. Le sue opere sono un viaggio metafisico che ci porta a superare diffidenze di genere e religione.

© Maïmouna Guerresi, Courtesy Mariane Ibrahim Gallery

Chiedo a lei, chi è Maïmouna Guerresi?
Raccontare se stessi non è cosa semplice. Posso dire che il mio linguaggio e il mio operare artistico sono l’espressione della mia interiorità. Un’identità formata da una trama armoniosa di due culture, occidentale e africana, legate assieme dalla spiritualità sufi islamica.

Quando ha cominciato ad approcciarsi all’arte, e quando ha capito che voleva fare l’artista di professione?
Fin da giovane ero desiderosa di esprimere le mie emozioni attraverso l’arte. Mi piaceva disegnare. Ed ero curiosa di conoscere la fotografia e altre tecniche espressive come la scultura. Terminati gli studi accademici, ho scelto di dedicarmi completamente all’arte visiva. Ho iniziato ad esporre i miei primi lavori fotografici in bianco e nero, intitolati Mimesis. Questi lavori si inserivano nel contesto della body Art: io, artista e al tempo stesso soggetto principale dell’opera, ricercavo un contatto cosmico con la natura.

L’Africa e la religione sono due elementi essenziali del suo lavoro, in che modo influenzano la sua ricerca artistica?
Sono cresciuta in una famiglia religiosa. A casa ospitavamo spesso dei religiosi africani che provenivano dal Burundi, colleghi di mio zio missionario. In quel periodo desideravo raggiungere mio zio in Burundi e dedicarmi alla fotografia. Il destino invece, più avanti, mi ha portato a conoscere un’altra Africa, quella musulmana in Senegal che mi ha aperto verso nuove conoscenze spirituali. Con il rito islamico della Shahadah (testimonianza di fede) ho preso il nome di Maïmouna , e ho approfondito la mia nuova fede nella comunità Muride, nella città santa di Touba. Lottando contro i preconcetti e i luoghi comuni sull’Islam, ho continuato in questo percorso, cercando di rappresentare un concetto di bellezza che coniuga etica ed estetica, attraverso la mia sensibilità artistica.

© Maïmouna Guerresi, Courtesy Mariane Ibrahim Gallery

Che rapporto ha con la fotografia e cosa rappresenta per lei?
Nella preparazione delle mie opere fotografiche, c’è sempre una fase progettuale e compositiva. Sono fondamentali le scenografie, e i personaggi; come lo sono gli abiti e i fondali che dipingo. Fondali dove aggiungo scritte calligrafiche: invocazioni o semplici lettere che oltre ad avere funzione grafica, decorativa, assumono una valenza esoterica e taumaturgica.
Realizzo così una mise en scène di una ricerca di equilibrio estetico e interiore.

I suoi progetti fotografici M-eating e Montagne nere mi hanno particolarmente colpito per la forza simbolica ed evocativa che riescono a trasmettere. Vuole raccontarmeli?
Sono due progetti realizzati in periodi differenti. Montagne nere, realizzata nel 2006, fa parte di una serie fotografica di ricerca sulle figure velate. Ho scattato queste foto sulle montagne di pietra di basalto in Senegal. Mi sono ispirata alla montagna sacra, come simbolo di congiunzione della terra e del cielo. Il fuoco ricorda la perenne luce divina. Il colore monocromo dei veli, bianco, rosso nero, creano una forte immagine grafica. Mentre la loro forma conica si confronta con la forma piramidale delle montagne. Le donne, insieme al paesaggio, evocano l’arcaico rito dell’unione cosmica.

M-eating è il titolo che accompagna la serie di lavori fotografici iniziati nel 2012. Sono delle immagini che rappresentano uomini, donne e bambini africani. I soggetti, fotografati isolatamente, siedono davanti allo stesso tavolo. A decorare il tavolo non è il cibo, ma pochi oggetti come un piatto, una brocca d’acqua o vecchi residui bellici. In questo contesto, il residuo bellico perde il suo significato minaccioso originario per assumerne uno innocuo, quotidiano, decorativo.
L’incontro a tavola diventa così un occasione per riflettere sull’uomo contemporaneo e il suo rapporto con la società. Fa parte di questa serie il politico Rubber Tires, First Lesson (2014). In questi giorni, l’opera è installata ed esposta come manifesto a Torino grazie all’iniziativa di Flashback Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto edizione 2020 (progetto ideato da Alessandro Bulgini e curato da Christian Caliandro). Il manifesto pubblico funge da guardiano per chi si sposta ormai solo per esigenze lavorative o situazioni di necessità. In questo contesto l’oggetto di scarto si spoglia del suo significato originario per diventare uno strano elemento di studio.

© Maïmouna Guerresi, Courtesy Mariane Ibrahim Gallery

La sua arte si esprime attraverso diversi linguaggi artistici; come riescono a convivere insieme, e soprattutto, la poliedricità è una caratteristica positiva per gli artisti?
Sono un’artista eclettica. Mi avvalgo di diversi linguaggi espressivi: dalla fotografia alla scultura all’installazione al video. A volte nella fotografia entrano in scena delle mie sculture o, viceversa, presento le sculture insieme a delle immagini fotografiche, creando così un linguaggio circolare, un dialogo tra le diverse tecniche. L’arte è un’ espressione estetica dell’interiorità dell’artista e l’artista è testimonianza del proprio tempo, dell’etica, della cultura, del suo ambiente.

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