'Lungo quel tratto di costa', le fotografie di Elio Castellana parlano di natura e memoria | Rolling Stone Italia

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‘Lungo quel tratto di costa’, le fotografie di Elio Castellana parlano di natura e memoria

Per due anni l'artista ha osservato quotidianamente la falesia della spiaggia di Cerano, a pochi chilometri a sud di Brindisi, fotografando ogni cambiamento. Il suo lavoro sarà esposto a Roma: l'abbiamo intervistato

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Elio Castellana, pugliese di origine, in Lungo quel tratto di costa ha osservato quotidianamente e costantemente (2018-2020), attraverso il mezzo fotografico, la falesia della spiaggia di Cerano, a pochi chilometri a sud di Brindisi. La sua indagine è un approfondimento sul paesaggio pugliese, sulla sua mutevolezza ad opera della natura e dell’uomo, ed inoltre anche sulla mortalità umana come esaurimento della materia. 
Alla Galleria Gallerati di Roma, dal 3 giugno al 4 luglio 2021, a cura di Claudio Libero Pisano, sarà esposta questa sua ricerca che, partendo da un concetto di memoria personale e fotografica si insinua nelle maglie più strette dell’arte contemporanea in un’astrazione materica. Lo abbiamo intervistato.

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Come ti consideri: un fotografo o un artista che fa uso della fotografia?
Walter Benjamin all’alba del ventesimo secolo denunciava la perdita dell’aura di unicità e sacralità dell’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica. All’inizio del ventunesimo, aggiungerei, l’uso smodato e narcisistico della fotografia, insieme ai new media, ha determinato la perdita dell’aura della realtà stessa, impoverendo il rapporto dell’uomo con essa. In una società delle immagini in cui la fotografia ha assunto un valore banalmente retorico e segretamente funzionale ai dictact del post-capitalismo, e ha perso ogni valenza che rinsaldi la comunità, trovo più interessante usare la fotografia come un modo per ridare corpo a un mondo magari sepolto ma vivo. In questo, la mia formazione artistica mi è d’aiuto: parto dal teatro sperimentale passando per la pittura, il cinema, la perfomance, il disegno, la fotografia. In definitiva, non ha tanto senso definirmi un fotografo, quanto un artista che, per così dire, dipinge quando fotografa, medita quando disegna e così via, cercando di restituire uno sguardo rigenerato e disfunzionale sulle cose.

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Lungo quel tratto di costa è un’indagine polivalente: geologica, visiva, filosofica, antropologica e in un certo senso anche sociale. Che cosa, prima di tutto, ti ha spinto a lavorare a questo progetto?
La mia attività artistica coincide con la mia esperienza sensoriale del mondo e con la sua dimensione sacra, concetto fin troppo equivocato. Per sacro intendo un fenomeno, non necessariamente religioso, legato ai nostri sensi, di avvicinamento al “non umano”, e che proviamo proprio in quanto uomini, come ad esempio la sensazione straniante che ci può prendere di fronte a un particolare tramonto. Il mio Instagram, ad esempio, offre un libero resoconto di questo vagare nella dimensione “sacrale” del mondo. Non parto mai da un pensiero, ma da un evento che è vero perché gli è stata infusa l’esistenza grazie alla fede nel suo realizzarsi. Ecco, per me l’arte è come la scommessa che quel qualcosa di cui sospetto l’esistenza, possa venire alla luce, a costo di metterci anni per trovarne la forma. Da questo atteggiamento nasce un interesse multidisciplinare verso gli elementi della creazione, disposizione che ricorda quella degli umanisti rinascimentali per i quali mito, tecnica, astrologia, scienza, poesia, magia, erano materia viva per ogni atto creativo. Ogni progetto che porto avanti ha l’ambizione di spostare, seppur di poco, il nostro punto di vista sul mondo. Per me l’arte non ha tanto a che vedere con la bellezza, quanto con un atto di liberazione dello sguardo dai canoni dati per scontati nella nostra cultura. Ritornando a questo progetto, la sua nascita è legata a un evento: lavoravo a Fake Error Landscapes, un progetto fotografico a tre che coinvolgeva, oltre me, mio padre Giovanni e, idealmente, anche mia madre Livia, morta poco più di un anno prima. Mentre scattavo, mio padre teneva oggetti appartenuti o usati da mia madre davanti all’obiettivo. L’interazione tra realtà e illusione ottica dava vita a immagini visivamente ambigue, che aprivano nuovi punti di vista su reale e virtuale. Ebbene, durante il primo shooting sulla spiaggia di Cerano, dove da piccolo passavo le estati, mi accorsi della bellezza della falesia che orla per chilometri quel tratto di costa. Capii che lì il mio fotografare avrebbe dovuto prendere una nuova via: quel paesaggio fatto di pareti argillose, colorate di giallo, arancio, rosso, dalla superficie erosa dal mare, ricamate di lunghe radici e disseminate di frane, aveva qualcosa di potente da dire. Era mio compito prestare fede a quel richiamo e dargli voce.

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Come le tue origini pugliesi si mescolano con la ricerca visiva di Lungo quel tratto di costa?
In Puglia ho vissuto fino ai diciotto anni, poi mi sono spostato a Roma per studiare. Nel tempo avevo issato un muro nei confronti della mia terra. Diversi anni dopo, in treno verso casa dei miei, un’estate, che ho realizzato che non c’era nulla di paragonabile all’esperienza di attraversare un oceano di olivi che si estendono a perdita d’occhio. Le loro fronde generavano riflessi di luce che mi accecavano. Ecco, ero tornato in Puglia. Lo avevo fatto in un modo che aveva una profondità nuova, quella di un’esperienza di vita primordiale, come può essere l’infanzia, in cui siamo tutt’uno col mondo. La mia arte ha una forte affinità con questo modo di essere, ovviamente senza quella genuinità dell’esperienza infantile e la sua immediatezza animale. L’arte implica una presa di distanza, una visione a volo d’uccello che, a mio parere, è anche un atto di magia. È grazie a questo elevarsi, che riecheggia le mie letture, ascolti musicali, visioni, immersioni nella storia dell’arte, riflessioni filosofiche, che un luogo così particolare come la mia terra d’origine può trasformarsi in mondo dal quale chiunque può essere afferrato per poter riconoscere nell’opera qualcosa che lo riguarda in prima persona.

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Come sei passato dall’indagine fotografica alla resa concettuale dell’installazione in mostra?
Il corpus fotografico, materiale ed esperienziale da cui ha preso forma il lavoro era enorme; inizialmente ne ero sopraffatto. Grazie al confronto con il curatore Claudio Libero Pisano, con altri artisti, quelli con cui condivido Studio 54, storica fucina romana di creatività, ma soprattutto riconoscendo a ciascuna cosa che avevo davanti la propria natura, alla fine il materiale si è ridotto disponendosi nel modo che sarebbe risultato più adatto. Ad esempio, la scelta di usare stilemi della pittura medievale e rinascimentale per del materiale fotografico che tratta del parallelo fra i tempi ciclici della natura e quelli apparentemente lineari di nascita e di morte della vita umana mi è sembrata una scelta coerente. Ricordo infine che nell’ultimo anno ho avuto modo di studiare l’opera del filosofo Felice Cimatti, storica voce di RaiRadio3. In ogni suo libro sentivo risonare un aspetto fondante della mia creazione. Ne è venuta fuori una collaborazione: ha scritto un testo dedicato alla mia mostra e sarà coinvolto il 18 giugno alle 19 in un talk a tre con me e il curatore alla Galleria Gallerati di Roma.

Lungo quel tratto di costa © Elio Castellana

Le immagini delle falesie argillose in continua mutazione riportano alla mente una certa arte concettuale che fa capo all’arte informale. Quali sono state le influenze da cui hai attinto per la produzione di questo progetto?
Più che l’arte informale mi hanno sempre colpito quei brani di pittura informale presenti nell’arte antica. Penso ad alcuni finti marmi del Beato Angelico, a cui Didi-Hubermann dedica uno studio critico, Le figure del dissimile, e che lungi dall’essere banalmente un’alternativa all’uso molto più costoso dei marmi veri, sono esempi di pittura pura e presente. Tra le influenze cito le sublimi opere di Adreij Rublev, il cui equilibrio compositivo e la chiarezza tonale echeggiano nell’allestimento e nelle immagini della mostra. Dalla pittura fiamminga proviene il modo con cui è trattato il corpo umano, come nella famosa deposizione di Van der Weyden, dall’arte concettuale una certa economia dei mezzi al servizio di una dilatazione dei registri linguistici e sensoriali del lavoro. In conclusione quello che mi auguro è che chi visiterà la mostra possa viverla come un evento che metta in discussione il proprio essere individui dotati di uno sguardo solamente individuale ed esclusivamente umano.

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