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‘In the light of you’ e la fotografia sociologica collettiva

Il progetto di Giorgio Barrera è uno studio visuale della società durante la pandemia: una nuova lettura dello spazio in cui, da quasi un anno, siamo costretti

© In the light of you, Giorgio Barrera. Fotografia di Marco Cappelletti

Personaggio eclettico, Giorgio Barrera, è docente alla scuola BAUER di Milano, da anni si occupa di fotografia, video e scrittura, vincendo numerosi premi. Autore del saggio La battaglia delle immagini, il suo obiettivo è quello di utilizzare l’arte al fine di rendere la realtà più chiara e leggibile, facendo della comunicazione e del confronto interpersonali, i capisaldi della sua ricerca. L’abbiamo intervistato.

© In the light of you, Giorgio Barrera. Fotografia di Giorgia Bellotti

Che cosa ha dato il via a questo progetto? Da quali necessità scaturisce?
Direi una sequenza di combinazioni: un dibattito online sulla fotografia, l’inizio del confinamento a Firenze, ma anche le mie ricerche precedenti. È evidente che il lavoro prende spunto dalle misure di distanziamento sociale, ma il suo intento è di dispiegare valori umanistici. Diciamo che nasce da una necessità squisitamente visiva. Come dire, risponde alle seguenti domande: «Come vorresti vedere rappresentato questo momento storico al di là della cronaca degli avvenimenti?» – «Quale tipo d’iconografia ritieni possa essere utile e che non diventi necessariamente un monito?» Se ci si pongono domande, si progredisce. Il progetto, così, è divenuto uno studio visuale che va oltre la mera documentazione. L’altra necessità è quella di analizzare il fatto che siamo sempre meno umani e che va diminuendo l’interesse per l’umano come essere che pensa. In questo senso, l’umano che si incontra, è un umano che prende in considerazione l’altro. Ritengo siano aspetti rilevanti della socialità e della psicologia sociale.

In the light of you. Come mai la scelta di questo titolo?
Il titolo significa “in considerazione di te”. Anche per chi non conoscesse bene l’inglese, è comunque di facile intuizione perché, letteralmente, assume in italiano un significato probabilmente ancora più poetico. “Nella luce di te, nella tua luce”. Abbiamo bisogno di un po’ di poesia in mezzo a tutte le norme che ci regolano. Il titolo doveva, nei miei pensieri, infondere immediatamente un messaggio di calma, qualcosa che si frapponesse al senso di urgenza che ci comanda. Prima di trovarlo, pensavo comunque a un titolo che riguardasse l’incontro o l’idea di relazione. Ho scelto l’inglese, perché mi auguro il progetto possa avere un respiro internazionale.

© In the light of you, Giorgio Barrera. Fotografia di Enrico Caruso

Due persone si guardano negli occhi mantenendo una distanza, mentre tutt’intorno il paesaggio urbano fagocita lo spazio visivo. Che cosa vuoi comunicare?
C’è un modo di dire «un’immagine vale più di mille parole» che, sebbene sia una semplificazione evidente di concetti importanti, mostra chiaramente che ciò che diciamo a parole, non sempre riusciamo a comunicarlo con le immagini. Ovviamente è vero anche viceversa. C’è un ma, ed è un ma molto rilevante, perché nella storia dell’uomo le immagini precedono le parole. Perché questa premessa? Perché, secondo me, questo progetto scava nell’interiorità dell’uomo quasi fosse una fiaba in cui ognuno può riconoscersi e fare parte dell’immagine. In questo senso, se siamo parte di essa, diventiamo volendo, attori della costruzione della storia e quindi degli avvenimenti che la rendono tale. In primis voglio comunicare che è importante fare relazione, stare ben dritti a guardare gli altri e le cose che ci circondano. Possiamo farlo con vantaggio se ci incontriamo e ci confrontiamo. Il resto può essere approssimazione e pregiudizio.

Questo progetto si è allargato anche fuori dai confini italiani, coinvolgendo fotografi di altri Paesi. Come mai hai deciso di farlo diventare un lavoro collettivo?
Devo dire che non mi sento di averlo deciso, è sorto spontaneamente, come se fosse la normale vocazione del progetto. Di certo, l’idea dell’incontro fra le persone e l’incontro dei fotografi rafforza alcuni elementi portanti del progetto stesso, che riguardano l’ascolto dell’altro. Il porsi uno di fronte all’altro, come davanti a uno specchio, vuole essere anche metafora della creazione di reti di persone e pensieri condivisi. I fotografi, come le persone che si prestano a essere ritratte nelle fotografie, si uniscono per creare un’immagine condivisa. C’è una consapevolezza inconscia che si agita in noi abitanti di questa era digitale. Riguarda l’ubiquità che percepiamo quando siamo in rete, siamo lì, ma anche qui e in ogni posto cerchiamo di coprire diverse posizioni con un noi stessi allargato e le nostre immagini. In questo senso, potremmo sostituire questa idea del singolo che copre posizioni e che si mostra, con un’immagine che viene invece coperta, fatta propria, da una moltitudine di persone. Si verifica una comunione di intenti che va oltre le prese di posizione.

Le fotografie si presentano sempre mantenendo lo stesso format. Come funziona il rapporto con gli altri fotografi?
Sì, al format ci sono poche variazioni, per adesso almeno è così. Il rapporto con gli altri fotografi è bello e costruttivo. Ci sono due tranches di lavoro e di rapporto. La prima, più diretta, è stata quella in cui ho chiesto espressamente ad alcuni fotografi di partecipare, mentre la seconda è iniziata lo scorso settembre, quando il lavoro è stato reso pubblico ed è diventata una call aperta a tutti. Questa parte è probabilmente quella più intrigante perché è l’altro che si muove verso il progetto. Normalmente io spiego, oralmente o via messaggio, quali sono le caratteristiche, le intenzioni, il pensiero retrostante. Ho ricevuto tanti messaggi, dove si complimentavano dell’idea e del fatto di volerla condividere.

© In the light of you, Giorgio Barrera. Fotografia di Nicola Di Giorgio

Nel tuo libro La battaglia delle immagini, ad un certo punto, parli della fotografia come documento e, citando le tue parole, dici «essendo l’arte inutile, creare adottando lo stile del documento significa contro-comunicare o contro-informare e la creazione dovrebbe finalizzarsi alla distruzione di miti, evitare inutili produzioni di fuggevole stupore ed intrattenimento o transitoria meravigli». Quindi, la mia domanda è: vuole questo progetto essere un atto di documentazione volto proprio a contro-comunicare l’immaginario cui siamo stati sottoposti negli ultimi mesi di Covid19?
Nell’ottobre del 1954, Robert Frank consegnò la sua candidatura alla Guggenheim Memorial Foundation. Questa che riporto è la sintesi della presentazione del suo progetto: «Fotografare liberamente negli Stati Uniti, usando esclusivamente la macchina fotografica di piccolo formato, per realizzare un ampio e voluminoso archivio di immagini di cose americane, passate e presenti. Questo progetto è essenzialmente lo studio visuale di una civiltà (dello stato della sua civilizzazione) e includerà didascalie; ma è solo parzialmente documentario: uno dei suoi obiettivi è più artistico di quanto la parola documentario implichi.» Anche Frank parla di studio visuale; è un documento che ho rinvenuto lo scorso giugno. Il lavoro di Frank, all’inizio osteggiato, è diventato un punto di svolta nella fotografia. Se si va oltre la documentazione, cioè se si valuta la parola “artistico” nel senso di maggiore penetrazione fra le maglie delle ragioni per cui le cose nascono e sono, non ci si limita ad attestarle (come fa la fotografia di cronaca, ad esempio), ma si possono anche aprire mondi nuovi. Quindi, è come dici tu, ma nel senso che il contro-comunicare non significa porsi in antitesi, bensì mostrare un’alternativa molto meno strumentalizzabile che, a mio modo di vedere, porta a essere attivi e non passivi ricettori di immagini. Va anche detto che certi linguaggi fotografici appartengono proprio a una consuetudine da quasi un secolo e, questo fare, potrebbe essere considerato antiquato, un po’ restauratore. Ho inviato il progetto al WPP (World Press Photo), anche se non è una storia legata al reportage o al documentario. Nella presentazione mi sono però sentito di dichiarare che «In my opinion the core of journalism should be that of increasing the opportunity for people to reflect on the facts of the world and encourage them to be active to improve our lives.» Quindi, diventa un’alternativa a guardare in seno alla società in cui si vive. La normalità è molto difficile da indagare e nessuno lo vuole fare perché c’è poco interesse. In tanti miei progetti precedenti mi sono occupato di questioni di questo tipo.

Questo progetto vuole diventare qualcos’altro? Una mostra non appena i tempi lo permetteranno? Un catalogo o un libro?
Si aprono molte varianti interessanti e anche inusuali per un progetto come questo, sia da un punto di vista editoriale, sia installativo. Pertanto, spero riusciremo a procedere in queste direzioni. Ci sto lavorando già da un po’, vedremo.

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