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Ilaria Magliocchetti Lombi: «Per me è tutto iniziato con la musica»

La fotografa romana che ha ritratto Afterhours, Coez e Ben Harper racconta il suo percorso, la differenza tra fotografare un concerto e una copertina, e come si fa a entrare nella testa degli artisti

Tre Allegri Ragazzi Morti, Sindacato dei Sogni, 2018 © Ilaria Magliocchetti Lombi

Afterhours, Zen Circus, Vasco Brondi, Dente, Coez, Ben Harper. Tutti fotografati da Ilaria Magliocchetti Lombi. Dagli scatti per le foto profilo MySpace realizzati per le band degli amici fino ai ritratti dei più grandi artisti della scena musicale italiana (e non solo), abbiamo incontrato Magliocchetti Lombi per farci raccontare la sua esperienza.

Le Luci della Centrale Elettrica, Terra, 2017 © Ilaria Magliocchetti Lombi

Quando hai cominciato a fotografare?
Da adolescente ritraevo in maniera un po’ ossessiva i miei amici e compagni di classe, come una sorta di diario delle nostre vite. Parallelamente ho iniziato a scattare durante alcuni viaggi di famiglia: la voglia e la curiosità di conoscere luoghi molto diversi dell’Italia mi ha avvicinato al mezzo fotografico. 

Ti sei fatta conoscere soprattutto per i tuoi lavori con gli artisti. Qual è stato il tuo primo lavoro nel mondo della musica?
Era il 2006, mio fratello e alcuni amici suonavano in una band che seguivo sia in sala prove che ai concerti. Gli servivano delle foto per il profilo MySpace e altre da inviare ai locali per assicurarsi date per suonare. Nessuno aveva in archivio delle foto decenti, così ho iniziato a scattare i primi ritratti, era il mio modo di contribuire ai loro progetti. Ho iniziato a seguire anche i Bud Spencer Blues Explosion, una delle prime band con cui ho collaborato. In seguito ho iniziato a farmi conoscere in ambito live: fotografavo i concerti delle band che mi piacevano e poi con quelle foto cercavo di avere un accesso al backstage e al post-concerto. Da quel momento iniziarono ad arrivare i primi lavori su commissione.

Il tuo lavoro più importante?
Ci sono tanti momenti importanti, ma se dovessi scegliere direi che è stato una commissione per Afterhours, in occasione del disco Padania nel 2012. È stato un grande traguardo. Sono cresciuta con la loro musica e per me erano la più importante rock band del paese. È stata un’esperienza emozionante, un punto di arrivo ma anche un punto da cui partire per crescere ancora. 

Afterhours, Folfiri o Folfox, 2016 © Ilaria Magliocchetti Lombi

I concerti sono sempre molto movimentati, mentre la fotografia ha la capacità di cristallizzare l’istante. Come si fa a bilanciare le due cose?
Credo sia impossibile imprigionare in una foto certe dinamiche, ogni tanto qualcuno nella storia della musica ci è riuscito e alcuni scatti live sono diventati iconici. Io cerco di approcciare il live come una specie di sessione di ritratto in movimento, non cerco di costruire un reportage. Il mio è un tentativo di studiare l’artista e godermi anche il concerto, per sentirmi parte integrante di quello che sta succedendo. Ho imparato a non scattare in maniera compulsiva, guardo molto fuori dall’obiettivo, cerco di non farmi sfuggire niente.

Nel tuo lavoro ritrai molti artisti. Com’è lavorare a stretto contatto con le band e i cantanti?
A volte mi sento un po’ la loro analista! Scherzi a parte, sento sempre un rapporto di scambio con gli artisti, si crea un processo creativo davvero interessante. Non sempre è così, ma in questo io sono fortunata. Lavoro molto con artisti che mi piacciono, quindi c’è un grande coinvolgimento da parte mia e mi capita addirittura di dimenticarmi che sto lavorando. 

Zen Circus, Bologna 2019 © Ilaria Magliocchetti Lombi

Fotografia e musica, come si mettono insieme questi due linguaggi artistici?
Il lavoro commissionato dalle band è molto diverso dal fotografare un musicista per un magazine. Quest’ultimo caso rientra nel mondo del ritratto puro e lo scatto è frutto di quello che succede durante l’incontro tra due persone ed è il risultato dell’idea che si ha di un personaggio e della sua musica. Quando lavoro direttamente con un artista il processo cambia: a monte c’è una ricerca condivisa e un lavoro creativo in cui l’artista è coinvolto. Cerchiamo di trovare un immaginario e di costruire un mondo intorno alle canzoni. Anche se non si tratta di scattare la cover di un disco, lavoro così anche per le cosiddette foto “promo”: cerco di raccontare quel momento della storia dell’artista e quel disco specifico, non l’artista in senso assoluto e fuori dal tempo.

Qual è stato il progetto più complesso al quale hai partecipato? 
L’ultima cover che ho scattato per gli Zen Circus è stata complicata. Volevo realizzare l’idea di una ragazza che si guarda allo specchio che, invece di vedere solo la sua immagine riflessa, vede un sacco di persone. La realizzazione è stata abbastanza difficile, senza un vero lavoro di gruppo non sarebbe stato possibile. È stata la prima cover che ho scattato insieme a tanti collaboratori, come per la realizzazione della scena di un film. Anche la copertina dell’ultimo disco di Riccardo Sinigallia è stata abbastanza articolata, abbiamo messo in scena in cover e back cover (una foto unica) tutte le canzoni, ognuna rappresentata da un personaggio diverso. 

C’è qualche artista con cui hai sentito di avere un rapporto particolare?
Con Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) ho provato da subito una fortissima empatia e connessione, il suo progetto musicale è stato molto significativo per me. Conservo anche un bel ricordo con con Ben Harper: abbiamo parlato di skate e della Bufalotta, ancora mi chiedo come sia stato possibile parlare con una rock star californiana della Bufalotta. 

Ben Harper, Rolling Stone, 2018 © Ilaria Magliocchetti Lombi

Con chi invece ti piacerebbe lavorare?
Mi piacerebbe avere l’opportunità di lavorare con artisti stranieri, che secondo me sono più abituati a sperimentare rispetto all’Italia. Salvo rare eccezioni, c’è un po’ di paura a giocare con la propria immagine.

 

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