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Cosa resta di una sala operatoria cinque minuti dopo un intervento 


‘Hybris’, il progetto di Pino Musi, è una raccolta di fotografie scattate subito dopo l’uscita del medico e del paziente. Sono immagini sospese, in bianco e nero, che ricordano un teatro di guerra

© Pino Musi, Hybris, 2009

Oggetti ovunque, tracce disseminate per l’intero spazio visivo e oltre, che vanno ad irradiarsi anche oltre i margini della fotografia. Quello che rappresenta Pino Musi in Hybris è una rappresentazione, una meta-rappresentazione quindi. Una teatralità in bianco e nero che va ad indagare la sala chirurgica post operazione. Il soggetto è un corpo assente, ma le sue tracce, il suo passaggio, le sue rovine sono suggerite da tutti gli oggetti presenti in scena. La disposizione, apparentemente casuale, di questi oggetti è il risultato di un’esplosione bellica, quella che dilania un corpo e che allontana da esso tutto ciò che gli stava attorno.

In Hybris l’attore principale è l’assenza. Un teatro in assenza di attori, una sala chirurgica senza pazienti né staff medico, solo le tracce di ciò che è stato appena compiuto: un’operazione. Perché, come e quando hai avuto l’idea per il progetto?

Nella cultura classica il peccato di hybris si inquadrava in una sorta di insubordinazione umana alla divinità, mentre oggi rivela tutta lʼansia dell’uomo nei confronti di un rischio, prima ventilato e poi pienamente palesato, di perdere titolarità nei confronti del proprio destino. Nel progetto ho affrontato il tempo sospeso della speranza, quell’interstizio fra un accadimento e un altro dove lo scenario resta congelato, intriso di umori. Hybris è la volontà di creare una drammaturgia, un teatro senza gli attori, malati, medici e tecnici, presentato nella sua nudità, ma con gli umori del post-factum resi attraverso i reperti, le scorie, i residui dell’azione, i relitti di un combattimento.

© Pino Musi, Hybris, 2009

Per produrre questo progetto ti sei affidato ad un tuo personale e preciso metodo. Qual è l’esigenza che ti ha spinto a metterlo in pratica?
Le prese fotografiche sono state effettuate in due sale operatorie del sud Italia con un apparecchio di grande formato, esattamente cinque minuti dopo il termine degli interventi chirurgici e l’uscita del paziente e del medico, e dieci minuti prima che gli infermieri rimettessero in ordine la sala per l’intervento successivo. Volutamente, in quel lasso di tempo, ho effettuato una sola inquadratura. In totale sette immagini per sette interventi, anche molto lunghi e complessi. Tutto è cominciato alle 08:08 del 21 marzo per terminare alle 09:00 del 27 marzo 2009. Nel mio lavoro immagino molto e cerco di portare caparbiamente il risultato verso quella direzione immaginativa, attuando un protocollo accorto.

© Pino Musi, Hybris, 2009

Il cuore del tuo lavoro sta nel raccogliere le tracce di quello che è stato. Una sola foto per operazione e per sala chirurgica. Mille tasselli per un unico puzzle. L’immagine prodotta, secondo te, ha più significato nell’insieme dei suoi dettagli, delle sue tracce o negli elementi specifici? Qual è la sintesi dell’immagine che avevi in testa prima di produrla?
In Hybris volevo che il contenuto di ogni singola immagine si moltiplicasse esponenzialmente. Il fruitore viene chiamato ad errare sulla superficie dell’immagine, ad indagare i molteplici dettagli della scena, le tracce, appunto,nel tentativo (illusorio) di definire la progressione e la riuscita dell’intervento. Pur nella massima epifania visiva, le immagini di Hybriss paventano e rincuorano al contempo, non sciogliendo mai la loro ambiguità.

Hybris nel 2013 è diventato anche un libro d’artista con il titolo di_08:08 Operating Theatre. Come hai progettato l’allestimento per il libro? Quali i nuovi stimoli e le evoluzioni in questa sua seconda vita?

Con il volume _08:08 Operating Theatre io e Antonello Scotti, che ne ha curato il design, abbiamo cercato di costruire un percorso che obbligasse il fruitore a concentrarsi sulla “macchina” libro, non solo sulle immagini. Le pause testuali assimilate al progetto hanno coinvolto un autore di teatro molto caro a noi, Antonin Artaud, che dell’inorganicità, dell’interlocuzione con la disperazione dell’uomo di essere vulnerabile, ha fatto i cardini della sua poetica. Il libro è un dialogo teso fra testo visivo e testo verbale, che si scambiano una posizione di non quiete, rimbalzandosi contenuti che obbligano il fruitore a virare continuamente le modalità interpretative, rendendo determinante il ritorno sui diversi passaggi del libro.

© Pino Musi, Hybris, 2009

Hybris è la messa in scena di un atto umano, intriso della sua violenza, delle paure, delle speranze, ma anche di una parte organica come sangue e corpi. Cosa rimane nella teatralizzazione dell’assenza del corpo e del sangue e della parte più organica?
E’ vero, il corpo umano è il protagonista assoluto quanto paradossale, perché non presentato direttamente in queste immagini. Svuotando dalla scena l’azione dei corpi, la fotografia gioca la sua sfida più ardua, che è quella di evocare quell’azione attraverso i segni, le tracce, senza cadere nell’aneddoto. Hybris resta un lavoro volutamente irrisolto, che apre a questioni etiche partendo proprio da ciò che dichiara, con crudeltà, senza redenzione, Antonin Artaud, in un testo, la Lettera a Pierre Loeb, che è diventato un manifesto dell’arte postumana: «perché la grande menzogna – scrive Artaud – è stata quella di ridurre l’uomo a un organismo – ingestione, assimilazione, incubazione, espulsione – creando un ordine di funzioni latenti che sfuggono al controllo della volontà deliberatrice, la volontà che decide di sé ad ogni istante».

© Pino Musi, Hybris, 2009

Dici che Hybris risulta essere un punto di svolta per il tuo lavoro. Perché?

Perché ha permesso di far emergere riflessioni articolate, che ho maturato nel corso degli anni dentro la fotografia, ma soprattutto intorno e fuori dal suo stretto recinto. Perché ha permesso, soprattutto nella realizzazione del volume, di convogliare, con densità di contenuti, i miei interessi per l’incrocio sperimentale dei linguaggi espressivi.

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