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I segreti del Jova Beach Tour nelle foto di Francesco Faraci


Il fotografo palermitano ha seguito tutto il tour di Jovanotti. Ora racconta la sua esperienza a Rolling Stone, in occasione dell’uscita del suo libro 'Jova Beach Party. Cronache da una nuova era'

Foto: Francesco Faraci

Come vi siete conosciuti tu e Lorenzo?
In maniera del tutto casuale! Ho notato che sua moglie, Francesca, seguiva il mio profilo Instagram e apprezzava le mie fotografie. Così le ho scritto un messaggio per ringraziarla: da lì è nato un rapporto di stima reciproca e mi è arrivato un invito per un concerto di Jovanotti in Sicilia nel maggio 2018. Ci siamo presentati e ci siamo piaciuti da subito.

 

E da quel momento è nata l’idea di lavorare insieme?
Sì, Lorenzo mi ha chiesto di scattare delle fotografie di backstage nelle successive date siciliane, poi è arrivata la richiesta di seguirlo nel suo folle tour estivo in giro per l’Italia. Ma la consegna non è stata semplicemente quella di fotografare i suoi concerti: voleva qualcosa di diverso, di speciale. Un progetto che partisse sì dai concerti, ma che poi trovasse una sua evoluzione per diventare un libro, un progetto artistico e addirittura un diario di viaggio.

Tu come hai reagito?
Ero abbastanza incredulo, ma ho accettato subito con grande entusiasmo. Mi sono imbarcato in questa avventura e ho seguito tutto il tour per tre mesi, da luglio a settembre. All’inizio mi sentivo un po’ fuori posto, pensavo di non essere la persona giusta per ricoprire questo ruolo, non avevo neanche un’idea precisa sul tipo di lavoro da sviluppare. Vengo da un’esperienza professionale che non ha nulla a che vedere con il mondo dei concerti e della musica, ma giorno dopo giorno ho capito che l’importante era riuscire a costruire e raccontare una storia. E raccontare storie attraverso le immagini è ciò che mi riesce meglio.

Foto: Francesco Faraci

17 date in 3 mesi, praticamente un tour de force. Com’è stato lavorare a questo ritmo frenetico?
Fantastico e sfiancante. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un nomade, un cittadino del mondo. Ho avuto la possibilità di buttarmi in mezzo alla gente, di scoprire paesi, realtà e storie che non conoscevo e che ho potuto raccontare. Avevo solo un obbligo, presentarmi ai concerti nella data fissata; per il resto, ho esplorato l’Italia alla ricerca di stimoli e frammenti di umanità, seguendo sempre il mio istinto.

C’è un episodio in particolare che ti è rimasto nel cuore?
Ce ne sono due. Il primo è a Plan de Corones, in Alto Adige, quando mi sono ritrovato nel mezzo di una bufera di neve, pioggia e nebbia. Già non mi sentivo bene, avevo un mal di stomaco impressionante e poi, per un siciliano come me abituato al clima mite, quelle condizioni atmosferiche sono state un incubo da affrontare. Ma alla fine ho fatto un respiro profondo e mi sono messo al lavoro: un’impresa!

Il secondo è legato alla data di Viareggio. Eravamo nel backstage e mancava pochissimo all’inizio del concerto, Lorenzo ha preso la chitarra e ha cominciato a suonare Redemption Song di Bob Marley. Io mi sono messo a cantare insieme a lui ed è stato un momento speciale, quasi sospeso nel tempo.

Foto: Francesco Faraci

Cosa hai imparato da questa esperienza?
Che l’Italia non è soltanto fatta da mostri xenofobi, razzisti e omofobi. Quello che ho visto e raccontato è un mondo fatto di condivisone, amore e inclusione, dove l’umanità è al centro di tutto. È stata un’avventura impattante, un rito collettivo dove si sono celebrati valori come solidarietà e coesione: in certi momenti mi è sembrato addirittura di stare a Woodstock.
A livello professionale, ho raggiunto un nuovo stato di consapevolezza: di solito i miei lavori erano tutti in bianco e nero, duravano secoli e non riuscivo mai a trovare una conclusione. In questi tre mesi ho scattato anche a colori e ho capito che un grande progetto si può iniziare e concludere nel giro di un’estate: una bella sfida che mi ha obbligato a mettermi in gioco e superare i miei limiti.

Foto: Francesco Faraci

Tu e Lorenzo vi sentite ancora?
Sì, abbiamo un bel rapporto di scambio: ci passiamo a vicenda libri, film, articoli, racconti d’arte… mi piace confrontarmi con lui perché è un uomo curioso e, anche dopo tutti questi anni di carriera, continua a mettersi in discussione e non dà nulla per scontato.

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