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Gabriele Zago: «Con la fotografia racconto chi è minacciato dalla globalizzazione»

Dal deserto del Kalahari alla Omo Valley, nei suoi lavori il torinese racconta le difficoltà, l'alienazione e lo spaesamento di chi vive nei territori ai margini della globalizzazione: l'abbiamo intervistato

Deception Valley © Gabriele Zago

Gabriele Zago è un fotografo e un art director che vive e lavora a Torino, da sempre affascinato dalle arti visive. La fotografia e i viaggi gli permettono di sperimentare attraverso i suoi lavori nuovi linguaggi di comunicazione. La sua ricerca consiste nel documentare, attraverso le immagini, gruppi etnici, territori e popolazioni minacciati oggi dal progresso e dalla globalizzazione. A prescindere dall’estetica vibrante e colorata delle sue fotografie, c’è qualcos’altro che cattura l’attenzione dell’osservatore: il suo interesse per temi sociali forti e attuali e il suo impegno nel volerli raccontare attraverso la fotografia.

Colors Still Remain © Gabriele Zago

Ti ricordi quando hai scelto di voler fare il fotografo?
Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica a 7 anni grazie a un concorso di pittura dove ho vinto il primo premio. Sono stato talmente grato di quel premio che da allora ho vissuto la fotografia come un mezzo necessario e indissolubile, ieri per continuare a esprimere la mia creatività durante la crescita, oggi per proseguire ricerca artistica. Finora ho avuto la possibilità di viaggiare in alcuni tra gli angoli più remoti del nostro pianeta e grazie a queste esperienze ho visto con i miei occhi situazioni sociali minacciate dal progresso e dalla globalizzazione, di cui prima non ero a conoscenza o che conoscevo solo parzialmente. Il pensiero che gruppi etnici e territori unici e meravigliosi possano scomparire dal nostro pianeta a causa delle nostre azioni, scuote la mia coscienza e mi spinge a fare qualcosa al riguardo. Con la fotografia ho la possibilità di avvicinare le persone a tutto questo.

Deception Valley © Gabriele Zago

Il tuo lavoro, pur ancorandosi fortemente alla realtà, sfugge alle regole classiche della fotografia documentaria o del reportage, come nel progetto Deception Valley. Come si sviluppa il tuo immaginario?
Ogni mio progetto artistico nasce da un reportage fotografico di viaggio, durante il quale cerco di entrare in contatto con i soggetti che incontro. Il più delle volte sono gruppi etnici, popolazioni che vivono in territori minacciati dal progresso e dalla globalizzazione. Entrare in contatto con loro, conoscerne le caratteristiche e le problematiche sono processo fondamentale per elaborare il progetto. Gli scatti iniziali sono solo il principio del processo. In Deception Valley racconto il dramma che stanno vivendo i Boscimani che popolano il deserto del Kalahari, un vastissimo territorio compreso tra Sudafrica, Namibia e Botswana. Queste tribù sono costrette dal governo ad abbandonare le loro terre ancestrali a causa dei grossi interessi commerciali nati dallo sfruttamento dei giacimenti naturali di diamanti. In questo caso, come negli altri progetti, utilizzo espedienti grafici di post-produzione che mostrano in modo evidente, accentuato e quasi esasperato, i processi socio-politici che spesso non sono visibili. Non si tratta solo di fotografie, ma di scatti che restituiscono chiaro a tutti un processo di modificazione, stravolgimento e alienazione subito dai soggetti ritratti e dal loro territorio.

Colors Still Remain © Gabriele Zago

Come riesci a fare arrivare il tuo messaggio attraverso la fotografia?
Mi piacerebbe che il messaggio arrivasse sempre a chi osserva le mie fotografie. Attraverso tutti i miei lavori cerco di trasmettere un importante messaggio sociale con un linguaggio che possa colpire l’osservatore sotto diversi punti di vista. Se le immagini catturano l’attenzione anche solo esteticamente, è già un primo passo per suscitare interesse che può spingere le persone a porsi ulteriori domande e quindi innescare un confronto, un approfondimento.

Progetti futuri?
Ho in cantiere due nuovi progetti, il primo di imminente uscita è Behind the Poster incentrato sugli effetti nocivi delle piantagioni di palma da olio sull’ecosistema e sulla sopravvivenza delle tribù della Papua Nuova Guinea, soggetti già protagonista del mio recente lavoro Colors Still Remain. Il secondo, in fase di elaborazione, si focalizzerà sugli effetti della globalizzazione e dello sfruttamento idrico della Omo Valley in Etiopia, causa dell’estinzione di numerosi gruppi etnici la cui sopravvivenza è strettamente legata alle risorse idriche del territorio.

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