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Francesco Girardi e il bianco e nero contro l’ossessione per l’apparire

Stanco delle solite foto in posa, nei locali notturni Girardi ha trovato una strada diversa, fatta di contrasti, scatti ravvicinati e rifiuto di ogni tipo di finzione

Foto: Francesco Girardi

Essere un fotografo non è facile. È un mestiere che, se scelto per passione, ti rapisce al cento per cento, ma che al contempo è molto difficile. Soprattutto agli inizi, fare qualcosa di interessante e che ti appartiene non ottiene sempre un riscontro nel pubblico. Insomma, per campare di fotografia all’inizio devi fare le marchette e Francesco Girardi ne sa qualcosa. Iniziato alla fotografia nei locali notturni ha trovato il modo di esprimersi proprio nel mondo dei party.

Quando ti sei avvicinato al mondo della fotografia?
Ho cominciato ad approcciarmi alla fotografia da piccolo. In casa mio nonno era un appassionato, per un piccolo periodo ha anche fatto il fotografo. La rivoluzione è arrivata durante il periodo dell’università perché quello che stavo facendo non mi piaceva. Mi sono appassionato ad alcuni autori e da lì ho preso la macchina fotografica e ho cominciato a definirmi. Poi sono arrivati i primi lavoretti che mi hanno fatto credere un pò nel lavoro di fotografo. Dopo i primi lavori nei locali ho cominciato a studiare la fotografia, non la tecnica, che impari in mezzo pomeriggio, ma i fotografi, e di alcuni me ne sono innamorato.

Quali?
Uno è Larry Fink, poi Jacopo Benassi, che è stato il mio grandissimo maestro. Sono stato spesso a La Spezia e lui è stato un nucleo importante per me. Poi Steven Shore, Vivian Mayer, Araki… ci sono dei tratti di ognuno di loro in quello che faccio. Anche Pesaresi, De Luigi, Onofri, mi hanno fatto crescere molto. L’influenza di Jacopo è stata importantissima, soprattutto per allontanarmi dalla figura di ‘scattino’ e pensare di fare qualcosa di più autoriale.

Foto: Francesco Girardi

Raccontaci la genesi del tuo progetto nelle discoteche. Cosa ti ha spinto ad andare oltre le classiche foto “da serata”?
Principalmente mi ha spinto la noia. Facevo, e faccio tutt’ora, molte serate nei locali e le solite foto in posa mi ammazzavano. Mi basta una foto come piace a me e la serata svolta. Ero annoiato terribilmente, pronto a gettare la spugna. Mi è stata poi offerta l’opportunità di fare un piccolo Privé e mi sono divertito tantissimo perché potevo fare quello che volevo. Da li è nata la voglia di poter giocare di più con la fotografia. Una foto scattata nel 2015 ha svoltato il mio lavoro. È stata fatta con un’usa e getta della Ilford, l’HP5. Il tutto è nato da una ragazza che faceva la fotografa che mi ha detto ‘Tu fai le foto belle perché hai una macchina figa’. Io non ci ho più visto. La volta dopo mi sono presentato a fare il servizio con l’HP5. Questo scatto è importante perché è stata la chiave di lettura del mio lavoro: è il manifesto dell’apparire. Io, ragazza figa e raffinata, faccio un bocchino alla bottiglia di Dom Pérignon.

Il tuo è un bianco e nero molto forte, a tratti crudo. Come mai questa scelta?
Prima di tutto il bianco e nero deriva dalla foto di cui parlavamo prima che è stata scattata in analogico in bianco e nero. Poi a me piace il contrasto, il bianco e il nero, non il grigio. Il contrasto è derivato dal flash, in alcuni punti l’immagine è quasi bruciata. Spingo molto con il flash e mi avvicino tantissimo. Secondo me ti devi avvicinare e relazionarti con le persone. Spesso quando lavori nei locali stai a debita distanza, fai la foto di gruppo ed è finita. Tendi a velocizzare il lavoro il più possibile: più è veloce, più guadagni e vai via. Il mio poi è un lavoro di contrasto, soprattutto tra quello che uno vuole apparire e quello che uno vuole essere.

Info:
Contatti: franzgirardi@gmail.com
Tel: +39 347 1152738
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