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Emanuela Colombo: la riconoscibilità dell’invisibile

Le immagini della fotografa di Varese generano un’attenta riflessione sulla riconoscibilità visiva di lavoratori non propriamente in regola ma che sono parte attiva e integrante del panorama professionale italiano

© Emanuela Colombo, Mestieri al limite al tempo del COVID-19

Mestieri “al limite”al tempo del COVID-19 si compone di immagini che si collocano tra l’antica fotografia segnaletica e People of the Twentieth Century di August Sander. Apparentemente differenti per intenti e per composizione, le immagini che la fotografa di Varese produce generano un’attenta riflessione sulla riconoscibilità visiva di lavoratori non propriamente in regola. In questa società le zone grigie sono molte, le contraddizioni ancora di più. Quando si parla del mondo del lavoro – in Italia soprattutto – questa situazione è ancora più accentuata, riducendosi a un perenne navigare in acque torbide. Tra la regolarità e l’irregolarità ci sono più fasce di professioni, differenti e sfumate, che sopravvivono lontane da occhi indiscreti, indisturbate nel loro essere illegali o non propriamente legali, ma sulla carta perseguite dallo Stato che non si adopera per cambiarne la condizione. 
Emanuela Colombo, fotografa di Varese, durante l’emergenza sanitaria che ha fermato tutti indifferentemente, ha reso visibili alcuni di questi lavoratori. Mestieri “al limite”al tempo del COVID-19 ritrae uno spaccato sociale scomodo e stagnante in un limbo tra la tolleranza e l’invisibilità pubblica. La riconoscibilità dei volti degli spacciatori, ad esempio, il loro volontario mostrarsi all’obiettivo fa riflettere sulle implicazioni del loro ruolo rispetto alla società e alla legge, su come il loro volto sia già noto e non solo attraverso delle fotografie segnaletiche.

© Emanuela Colombo, Mestieri al limite al tempo del COVID-19, 2020

Perché ti sei voluta concentrare su spacciatori, prostitute, giostrai e circensi? Il rischio di far scivolare tutto in un grande calderone di generalizzazioni è alto. 

Durante il lockdown le categorie di lavoratori regolari sono entrate nell’orizzonte di interesse dello Stato e dei media. Di loro si è parlato e si è cercato di aiutarli. Ci sono anche categorie di professioni che tutti incontriamo prima o poi nella vita e di cui diamo per scontata l’esistenza, ma che ogni giorno, ripetutamente, facciamo finta di non vedere. Sono quelle stesse categorie che lo Stato in questa situazione di emergenza globale ha per lo più ignorato. Mi sembrava interessante capire cosa stesse succedendo loro. Ho scelto in particolare spacciatori, prostitute, giostrai e circensi perchè volevo provare ad indagare livelli differenti di “non visibilità”. Gli spacciatori sono fuorilegge ma la legge li tollera, lascia che queste persone vivano ogni giorno infrangendola per sbarcare il lunario. Le istituzioni li ignorano non facendosi carico né della punizione né della possibilità di ricondurli all’interno della legalità. 
Le prostitute invece stanno proprio sul confine tra lecito e non lecito. Non commettono reato – dato che il reato è lo sfruttamento della prostituzione e non la prostituzione stessa – ma non le viene data la possibilità di entrare nel mondo del lavoro riconosciuto e di pagare le tasse, dunque nemmeno di avere aiuti e sostegno da parte dello Stato. Il “Comitato per i diritti civili delle prostitute” si batte da anni per il riconoscimento delle professioniste del sesso come categoria lavorativa e chiede che possano pagare le tasse ed avere le coperture assicurative riconosciute a tutti i lavori cosiddetti “normali”.
 I giostrai e i circensi sono riconosciuti come categoria lavorativa dallo Stato, ma con criteri non rispondenti alle necessità delle condizioni lavorative. I proprietari dei circhi e delle giostre sono imprenditori e pagano le tasse, ma per sopravvivere spesso fanno lavorare i loro dipendenti in nero, senza nessun tipo di riconoscimento.

© Emanuela Colombo, Mestieri al limite al tempo del COVID-19, 2020

È difficile affrontare lo spaccato a cui ti sei voluta approcciare tu senza incorrere in retorica e deponendo il proprio giudizio. Con che intento ti sei approcciata al progetto?
Ho provato a considerare queste persone per quello che sono, cioè esseri umani che devono arrivare alla fine del mese in un modo o nell’altro. Ho provato a non dare alcun giudizio sulla tipologia di lavoro che svolgono ma a capire la loro condizione di vita e la precarietà che li assilla ogni giorno e che con il virus e la chiusura totale si è tremendamente aggravata. Non voglio in alcun modo giustificare condotte di vita errate ma mi sembrava indispensabile capire come questi “invisibili” stavano vivendo il momento drammatico che l’Italia e il mondo stava attraversando, e in che modo sarebbero arrivati alla fine senza nessun tipo di aiuto o tutela da parte delle istituzioni. Istituzioni che, in ogni caso, avrebbero dovuto provvedere a sostenere tutti i cittadini, anche quelli che normalmente fanno finta di non vedere.

© Emanuela Colombo, Mestieri al limite al tempo del COVID-19, 2020

Che storie hai raccolto?

Ho raccolto la storia di ogni persona ritratta. Ognuna interessante a suo modo. 
Laura ha iniziato a “ricevere” da alcuni anni, molti dei suoi clienti sono “affezionati”, ma tramite motori di ricerca e siti specializzati, la cercano anche molti uomini nuovi. Mi spiega che durante il lockdown ha totalmente cessato gli incontri di persona, anche se riceve moltissime richieste nonostante l’invito alla cautela da parte del governo. Si è invece dedicata al sesso on line e agli incontri in streaming. Incontra i suoi clienti abituali ma anche moltissimi nuovi che la contattano e, dopo aver versato il dovuto sulla sua postepay, la possono vedere via webcam. Il suo reddito totale si è un pò abbassato, ma l’homeworking le piace molto e ha intenzione di dedicarcisi anche in futuro. 
Angelo invece fa lo spacciatore e mi racconta: «Ho iniziato a spacciare a 15 anni. Nel 2009 sono stato arrestato perchè una mia ex fidanzata ha fatto la soffiata alla polizia e mi sono entrati in casa coi cani. Quando sono uscito di galera ho provato a lavorare ma si guadagnava troppo poco. Prima del Corona Virus stavo lavorando come tornitore e probabilmente mi avrebbero assunto a tempo indeterminato. Sarebbe stata la prima volta nella mia vita. Sono tornato a spacciare ma è difficile anche quello. Spero di non essere costretto a fare altro….».

© Emanuela Colombo, Mestieri al limite al tempo del COVID-19, 2020

La ritrattistica è una componente molto importante del tuo lavoro. Come ti approcci ai tuoi soggetti?
Cerco sempre di creare empatia con le persone che ritraggo, di parlarci e di “sentirle”. Difficilmente faccio un ritratto senza prima aver passato un pò di tempo con il mio soggetto, senza avergli strappato un sorriso ed essermi fatta raccontare qualcosa della sua vita, delle sue preoccupazioni e del suo stato d’animo. Non ho quasi mai difficoltà in questo. Ho imparato con gli anni che gli esseri umani hanno bisogno di raccontarsi e di essere ascoltati da qualcuno che sia davvero interessato a loro. Io lo sono e normalmente le persone lo percepiscono e mi fanno entrare nella loro vita con naturalezza.

Ci sono precedenti lavori o fotografi da cui trai ispirazione?
Il mio fotografo preferito è August Sander, uno dei maggiori fotografi tedeschi del novecento. La fotografia è stata per lui un mezzo per documentare la società e scoprire poco per volta la condizione umana. Ha prodotto ritratti che suggeriscono la storia di intere categorie sociali e ha creduto fermamente nel concetto che la fotografia può essere uno strumento d’indagine e per questo dev’esser il più fedele possibile alla realtà. Nel mio piccolo, in un’epoca totalmente diversa, mi piace credere di stare provando a seguire i suoi insegnamenti.