Di roccia, fuochi e avventure sotterranee | Rolling Stone Italia

Home Black Camera Interviste Fotografia

Di roccia, fuochi e avventure sotterranee

Fino al 14 novembre esposta al MAXXI la mostra 'Di roccia, fuochi e avventure sotterranee', originariamente libro pubblicato dall’editore Quodlibet, un progetto a cura di Alessandro Dandini de Sylva

Andrea Botto, Brenner Base Tunnel, Verona Innsbruck, High-Speed Railway, 2019 2020. Courtesy Ghella

Fino al 14 novembre esposta al MAXXI la mostra Di roccia, fuochi e avventure sotterranee, originariamente libro pubblicato dall’editore Quodlibet. Il progetto, a cura di Alessandro Dandini de Sylva, parte da una commissione privata, quella di Ghella – società attiva dal 1894 e specializzata in scavi in sotterraneo per la realizzazione di grandi infrastrutture. La campagna fotografica ha visto coinvolti 5 autori italiani (Fabio Barile, Andrea Botto, Marina Caneve, Francesco Neri e Alessandro Imbriaco) che hanno saputo farsi suggestionare dalle stimolanti ambientazioni sotterranee dei cantieri che Ghella ha aperto in tutto il mondo. Ad ognuno di loro è stato richiesto di interpretarne uno, secondo il proprio stile e poetica. Il loro non è stato un lavoro di semplice documentazione, una testimonianza del procedere dei lavori, ma una narrazione autoriale, una lettura di quei tunnel, scavi e cantieri secondo una ricerca già presente nel loro personale stile fotografico. Della mostra, del libro e del progetto nella sua interezza ce ne ha parlato Alessandro Dandini de Sylva.

Di roccia fuochi e avventure sotterranee, Copertina libro, Quodlibet Ghella

Come nasce il progetto Di roccia, fuochi e avventure sotterranee?
Di roccia, fuochi e avventure sotterranee è il risultato di un dialogo che io e Matteo d’Aloja (Responsabile della Comunicazione Esterna di Ghella) abbiamo avviato nel 2019, riflettendo sull’immaginario dei cantieri per le grandi opere nel tentativo di ideare nuove possibilità di racconto. 
Ghella è un’azienda italiana specializzata in scavi in sotterraneo per la realizzazione di grandi infrastrutture e la nostra proposta consisteva in una serie di esplorazioni creative della costruzione di un tunnel. Parafrasando l’introduzione a Viaggio in Italia, il progetto è nato dalla volontà di liberare Ghella dai modelli visivi sui quali si era costruita nel tempo l’immagine dell’azienda di costruzioni, reintroducendo l’idea che la fotografia sia riflessione sul fare l’immagine e avventura del pensiero e dello sguardo. La nostra sfida consisteva nell’invertire il tradizionale rapporto di committenza: non sarebbe stata l’azienda a impiegare gli artisti nella documentazione dei propri cantieri ma sarebbero stati gli artisti ad adottare i cantieri come paesaggi straordinari per le loro ricerche artistiche.

Come hai selezionato i fotografi e in base a cosa è stato poi associato ad ognuno di loro un cantiere di Ghella?
Ciascuno degli artisti coinvolti è stato associato ad un determinato cantiere sulla base di valutazioni che andavano dallo studio delle numerose immagini fotografiche che Ghella produce per documentare lo stato di avanzamento dei suoi progetti fino alla proiezione delle possibili derive che diverse pratiche artistiche avrebbero potuto prendere in ognuno dei contesti. 
Per fare qualche esempio, il cantiere di Oslo, il più lungo tunnel ferroviario mai realizzato in Scandinavia, con imponenti caverne sotterranee scavate tra foreste di conifere, ci è sembrato il luogo adatto per ambientare la ricerca di Fabio Barile sulla geologia e i sistemi complessi. Il cantiere del Brennero, in cui circa 20 chilometri di tunnel sono scavati utilizzando esplosivi, lo abbiamo affidato ad Andrea Botto che da oltre 10 anni porta avanti una spettacolare ricerca visiva sull’uso degli esplosivi. E il cantiere di Atene, che ha portato alla luce oltre 10.000 reperti archeologici, ci è apparso sollevare temi ricorrenti nel lavoro di Marina Caneve, come il rapporto tra città, progettazione contemporanea e memoria storica.
Le campagne fotografiche sono servite a introdurre visivamente le opere di Ghella lasciando intenzionalmente tra le immagini e i cantieri una distanza poetica e non didascalica. Quello spazio è stato il luogo in cui ogni autore ha potuto sviluppare un nuovo immaginario sovrapponendo il suo sguardo e la sua ricerca al paesaggio in evoluzione di una grande infrastruttura.

Fabio Barile, Oslo Follo Line High Speed Railway Project,2019. Courtesy Ghella

Quanto l’animo avventuriero alla Jules Verne ha animato il progetto? Dalla scelta del titolo all’approccio dei fotografi con il sottosuolo?
Alcuni libri che stavo leggendo hanno ispirato il titolo della nostra raccolta: Di fuoco, di mare e d’acque bollenti, un libro di leggende tradizionali dell’isola di Ischia trascritte da Ugo Vuoso, antropologo e direttore del Centro Etnografico Campano, e Molti fuochi ardono sotto il suolo. Di terremoti, vulcani e statue, una raccolta di saggi su vulcani, terremoti e patrimonio culturale in Sicilia scritti da Marcello Carapezza, chimico, geologo e vulcanologo siciliano. 
Anche in Viaggio al centro della Terra la storia comincia e finisce nei crateri di due vulcani. Sicuramente la fascinazione dei viaggi sotterranei e le suggestioni di simili avventure, reali o immaginarie, hanno influenzato in un modo o nell’altro sia la costruzione del progetto sia la realizzazione delle campagne fotografiche.

Il progetto è nato inizialmente come libro, pubblicato dalla casa editrice Quodlibet, ed ora è esposto al MAXXI fino al 14 novembre. Come hai accompagnato il passaggio da libro a mostra e in cosa il progetto è cambiato attraverso questo passaggio?
Le campagne fotografiche sono state inizialmente pensate come progetti editoriali. Il risultato di ogni commissione doveva confluire in un libro di 32 pagine per le fotografie e 8 pagine per i testi. Uno spazio preciso stabilito insieme a Filippo Nostri, il designer delle pubblicazioni, per dare un taglio altrettanto preciso ad ognuna delle sequenze di immagini. Ogni libro inizia con un testo tecnico introduttivo del cantiere e termina con una conversazione curatoriale tra me e l’artista. Le cinque campagne sono poi state accompagnate da una sesta pubblicazione con immagini selezionate dall’archivio storico dell’azienda.
Trasformare tutto questo in mostra è stata un’altra avventura. Il contributo del MAXXI è stato fondamentale, in particolare di Simona Antonacci, che ha coordinato tutto il processo, e Silvia La Pergola, che ha tradotto in pareti e dettagli architettonici la mia idea di allestimento. Etaoin Shrdlu Studio ha poi rielaborato il design dei libri riportandolo con una nuova veste nello spazio espositivo, nei fogli di sala e nell’ingresso alla mostra. 
L’idea di allestimento era semplice: provare a dare ad ogni autore circa 20 metri lineari di parete senza interruzioni, dove poter esprimere flussi di immagini il più possibile aderenti alle loro rispettive pratiche. I diversi approcci adottati dai cinque autori hanno permesso di aumentare i livelli di lettura dei singoli cantieri, le possibilità di dialogo tra i lavori e la complessità dello sguardo di insieme sull’azienda. Ovviamente esiste un importante scarto tra i libri e la mostra. Una distanza che abbiamo abbracciato fin da subito, liberandoci dai vincoli delle sequenze scelte per le pubblicazioni. Per fare un esempio, il lavoro di Francesco Neri, che nel libro era stato ridotto a 24 immagini, in mostra è stato esposto quasi integralmente in una griglia di 45 stampe analogiche. Il suo lavoro su parete ha riacquisito l’aspetto di archivio e le sfumature dello sguardo e del racconto tipiche della sua pratica fotografica. Lo stesso vale per Alessandro Imbriaco, con il suo lavoro avremmo potuto realizzare racconti e libri diametralmente opposti e in mostra abbiamo deciso di includere interi gruppi di fotografie e alcune serie che erano state lasciate fuori per sottrazione.

Marina Caneve, Athens Metro Line 3 Extension, Haidari-Piraeus Section, 2020. Courtesy Ghella

Il progetto, oltre alla produzione di lavori autoriali, comprende anche un’esposizione delle immagini appartenenti all’archivio fotografico di Ghella. Che tipo di immagini sono e come hai lavorato rispetto al resto del progetto? Cercando un dialogo o mostrando semplicemente la storia dell’azienda?
Le cinquanta fotografie che ho selezionato dall’archivio storico di Ghella documentano l’attività dell’azienda dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Il libro si apre con le foto dei lavori per il Beacon Hill Tunnel a Hong Kong del 1908 e prosegue con gli scavi per la Transiberiana del 1898. Poi in una sequenza che ho costruito seguendo più alcune fascinazioni visive piuttosto che una linearità temporale, appaiono le immagini delle Ferrovie Calabro-Lucane del 1927, quelle dei lavori per la metropolitana di Roma del 1938, l’impianto idroelettrico di Fundres in Alto Adige del 1948 o ancora le celebrazioni della festa di Santa Barbara del 4 dicembre 1951.
La presenza di queste fotografie, sia nella pubblicazione sia in mostra, rispondeva più all’esigenza di un dialogo visivo tra il passato dell’azienda e lo sguardo contemporaneo dei cinque autori. Sicuramente i due corpi di immagini avevano presupposti diversi: le immagini di archivio quello della documentazione mentre le immagini contemporanee quello dell’interpretazione. Ma in un modo o nell’altro tutte le immagini fotografiche assumono nel tempo una valenza storica, anche senza volerlo.

Quali sono i piani futuri per Di roccia, fuochi e avventure sotterranee, sia dal punto di vista progettuale, sia riguardo a ciò che è stato finora prodotto?
Il MAXXI ha annunciato l’acquisizione di un nucleo rilevante di opere in mostra per ogni autore e Ghella ha dato il via al secondo capitolo del progetto, una nuova committenza che porterà a una nuova raccolta di pubblicazioni in collaborazione con Quodlibet.
Nuove avventure sotterranee, la seconda serie di campagne fotografiche commissionate dall’azienda nei suoi cantieri in Italia, Canada, Argentina e Nuova Zelanda, assumerà ancora una volta una duplice posizione: da una parte li introdurrà, dando la possibilità di osservare la nascita di grandi infrastrutture; dall’altra permetterà di continuare a indagare una nuova costellazione di artisti italiani che fanno della fotografia il loro strumento di ricerca privilegiato.

Transiberiana, Adolfo Ghella (sul cammello) in cantiere. Russia, 1898. Courtesy Ghella

Cosa dovrebbe cambiare secondo te, in Italia, affinché la lungimiranza di questo tipo di commissioni private si possa riscontrare, più spesso, anche nel pubblico?
L’idea di un libro fotografico aziendale è vecchia quasi quanto la fotografia stessa. Nella seconda metà del XIX secolo, pochi anni dopo la nascita ufficiale della fotografia, numerose aziende iniziarono a documentare lo stato di avanzamento di grandi progetti di ingegneria e costruzioni dell’epoca. Tra i numerosissimi esempi storici: Édouard-Denis Baldus per la Compagnie Paris-Lyon-Méditerranée, Lewis Hine per la Macmillan Company e Man Ray per la Compagnie Parisienne de Distribution d’Électriciteé. E per citare solo alcuni tra i più rilevanti libri fotografici aziendali realizzati tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo: Cray at Chippewa Falls di Lee Friedlander, Inside the House of Hanover di William Eggleston e Limestone di Josef Koudelka.  Come sempre, ciò che risulta fondamentale è la giusta combinazione di autori e committenti, ovvero aziende disposte non solo ad impiegare talenti creativi, ma anche a consentire loro di sperimentare. In Di roccia, fuochi e avventure sotterranee è talmente forte l’autorità della visione dei fotografi e sincera la libertà concessa dal committente che ogni immagine appare in perfetta continuità con le loro pratiche artistiche. Questo difficile e prezioso equilibrio tra committenza e sperimentazione ci ha permesso di coinvolgere nel progetto prima un gruppo di artisti tra i più interessanti nel panorama della fotografia contemporanea nazionale e poi Quodlibet e il MAXXI. La riproducibilità di questo equilibrio ha a che fare con la libertà e la lungimiranza. Niente di nuovo, ma quanto è complicato!

WEB
LIBRO
GALLERY DELL’ALLESTIMENTO