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La fotografia di Arsenyco tra teatro, malinconia e trasgressione

Luca Cacciapuoti, meglio conosciuto su Instagram come Arsenyco, è un fotografo nato e cresciuto a Napoli. L'abbiamo intervistato, e ci ha raccontato il suo percorso tra la danza, la coreografia e infine le belle arti

Dal progetto 'Cara Malinconia' © Luca Cacciapuoti

Attraverso le sue visioni mette in perfetto dialogo fotografia, pittura e scrittura; i suoi racconti, ben lontani da ogni semplificazione e banalizzazione estetica, fungono da strumento per poter guardare dentro di sé, permettendogli di creare realtà sempre diverse. Senza alcun occultamento, la fotografia di Luca Cacciapuoti (in arte Arsenyco) è un linguaggio armonico tra melanconia e trasgressione. Le sue messe in scena prendono vita e alla fine, allo spettatore, non resta altro che fare parte del viaggio.

Kiss, 2018 © Luca Cacciapuoti

Perché la scelta del nome d’arte Arsenyco e perché l’utilizzo del linguaggio fotografico?
Arsenyco esisteva già da prima che scoprissi la fotografia, negli anni in cui facevo della danza il mio mezzo d’espressione principale. Non aveva un nome e non so dire esattamente quand’è che ho sentito la necessità di dargliene uno, è stato un processo lento senza alcun carico di responsabilità. Il naming è legato ad alcune svolte nella mia vita privata e ha trovato conferma quando mi sono sentito a mio agio nel racchiudere una mia tendenza nel nome di un veleno usato in passato per uccidere senza lasciare traccia, facendo sospettare di morte naturale. Con la fotografia ho instaurato un rapporto ingenuo, prima fatto di curiosità e poi di passione. Ho cominciato a praticarla solo ed esclusivamente per me stesso, senza pretese, come mezzo d’espressione, qualcosa che mi ha aiutato – e aiuta ancora – ad esprimermi. Ho trovato nella macchina fotografica il mezzo più intuitivo e veloce, negli anni in cui le esperienze da danzatore erano arrivate al termine. La mia speranza è sempre quella di indagare nuovi modi per esprimermi, andare oltre. Come spesso dico, sono fotografo perché so fotografare certe cose, ma se avessi saputo dipingerle, ora sarei stato pittore.

Hai realizzato molte serie. Cosa ti lega di più al tuo progetto Cara Malinconia?
Cara Malinconia arrivò nella mia mente come un fulmine a ciel sereno, in un contesto apparentemente in contrasto con le sue parole e le sue scene. A differenze di altri progetti, guardandolo, lo percepisco completo. Ha espresso a pieno uno stato d’animo in cui mi ci rivedo spesso. La realizzai in un clima di piena collaborazione con tutte le persone che ancora oggi mi accompagnano nella messa in atto delle mie idee; tutto questo ha fatto sì che provassi un particolare affetto verso questa produzione, un affetto personalissimo che magari gli altri neanche percepiscono. Prendendo in prestito un concetto di R. Barthes, «certe fotografie esistono solo per noi stessi».

Candelabro, 2019 © Luca Cacciapuoti

Le tue manipolazioni e i tuoi racconti sono spesso provocatori, ti interessa essere compreso fino in fondo?
Parto dall’idea che tra esseri umani ci sia un’incomunicabilità di base, causa della relatività della realtà. Vorrei essere compreso come lo vorrebbero tutti. Uso delle metafore cercando di dare una forma più precisa ai pensieri. Spavento nella speranza di far intraprendere riflessioni, riflessioni che a volte anch’io ho bisogno di affrontare.

San Valentino, 2020 © Luca Cacciapuoti

Come nasce l’idea di tellmeaSecret e qual è il tuo rapporto con Instagram?
Instagram ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo di Arsenyco ed è tutt’ora il canale principale su cui riesco a muovermi arrivando a diverse migliaia di persone. “Raccontami un segreto” nacque dall’idea di poter creare qualcosa sfruttando al meglio quello che offriva questa piattaforma social, mettendo in una posizione marginale la fotografia, un tentativo di andare oltre o di indagare altro. Di piattaforme che permettevano ai vari users di confidarsi in anonimo ne esistevano già, forse la differenza è che stavolta c’è il mio viso dall’altra parte e non quello di un’anonima pagina internet. L’ho trovato a tratti terapeutico per la messa in evidenza delle similitudini che esistono tra tutti noi, e il fatto che questa condivisione abbia smorzato, a detta di tanti, il peso di alcuni complessi.

Ridi Pagliaccio, 2019 © Luca Cacciapuoti

Richiede molto tempo sintetizzare il tuo pensiero in una fotografia?
C’è stato un periodo in cui era completa improvvisazione. Con il tempo ho cominciato a prendere appunti durante le giornate, sia sui testi scritti che sulla costruzione delle immagini da realizzare, fino ad arrivare in alcuni casi a disegnare l’immagine prima di realizzarla. A volte prendo appunti su un’ispirazione, ma può richiedere settimane – per non dire mesi – riuscire a trovare la maniera migliore per poterle rappresentare.

La parola chiave del tuo lavoro?
Introspezione. E se ne posso aggiungere un’altra: Teatro.

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