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Andy Breen: la street photography come strumento di indagine su se stessi

Le sue fotografie raccontano le strade delle città statunitensi, da Buffalo a New York. Un viaggio nella quotidianità spontanea e surreale di un Paese che è sempre capace di sorprendere

© Andy Breen

Andy Breen, street photographer di Buffalo negli USA, sfida se stesso attraverso il linguaggio fotografico. La sua esperienza in strada diventa un momento di libertà creativa e di confronto non solo con il mondo esterno, ma anche con quello interiore. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua esperienza.

Da quanto tempo ti dedichi alla street photography? Perché hai scelto proprio questo stile fotografico?
Faccio street photography da tre anni. Le mie fotografie raccontano la vita delle strade da Buffalo a New York, città in cui vivo. Grazie alla street photography sento di poter avere il pieno controllo delle mie decisioni; negli istanti in cui scatto, sono io a stabilire cos’è importante e cosa no. Per me questo è essenziale, significa non dover scendere a compromessi con nessuno. In questo modo posso muovermi e agire liberamente.

© Andy Breen

Cosa ti affascina di più quando scatti lungo le strade?
Trovo sia gratificante infilarmi in situazioni in cui mi sento incerto e inquieto. Buffalo non è una città grande dove posso nascondermi o confondermi tra la folla e quindi tendo a cercare queste situazioni per confrontarmi con me stesso. Quando riesco a placare quella sensazione di agitazione, sento come una sorta di strana vittoria ed è quasi più appagante che ottenere lo scatto in sé. Il mio obiettivo è quello di trovare elementi fuori dall’ordinario, ma non sono sempre sicuro di quello che sto cercando. Scattare foto strane o bizzarre è il modo in cui elaboro l’ambiente intorno a me. Una buona parte delle mie immagini nasce da una sorta di impulso o di riflesso improvviso, il cui risultato finisce per essere una foto spensierata, divertente o strana. Le mie fotografie nascono da una reazione emotiva rispetto a una scelta consapevole con un tema sottostante. Tuttavia, a volte mi piace pensare di mostrarle ai miei genitori o amici: rideranno di gusto o sorrideranno e basta? Credo che questo sia il modo migliore per valutare se la foto funziona oppure no.

© Andy Breen

I colori particolari delle tue fotografie non passano inosservati. Come mai hai deciso di lavorare su pellicola?
I colori capitano, non li posso prevedere, ma li sfrutto a mio vantaggio per rendere l’immagine più interessante. Uso la pellicola per motivi estetici e anche perché mi ricorda che ho un numero limitato di pose a disposizione. Questo vuol dire rimanere attenti e non perdere mai la concentrazione.

Cosa ti spinge ad avvicinarti così tanto ai tuoi soggetti?
Lo faccio soprattutto per sfidare me stesso. Ogni volta penso al peggio perché non tutti amano trovarsi una macchina fotografica sbattuta in faccia. A volte provo a sorridere dopo aver scattato, per allentare la tensione, ma è una tecnica che non funziona sempre. Mi è capitato di prendermi degli insulti e discutere con qualcuno, ma non è mai finita troppo male. Devo dire che queste situazioni non si verificano così spesso; in ogni caso, solamente la peggiore delle esperienze potrebbe fermarmi e rendermi una persona più coscienziosa.

© Andy Breen

Pensi che fotografare le persone in momenti inaspettati e casuali, aiuti a mostrarle per quello che sono realmente senza maschere?
No, non credo proprio. Quello che vediamo è solo la superficie. Difficilmente possiamo conoscere qualcuno da ciò che indossa o dal suo comportamento, qualunque sia il contesto. Di rado parlo con le persone che fotografo, e quando accade è sempre molto casuale e veloce, quindi non saprei raccontare chi sono veramente le persone nelle mie fotografie.

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