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Andrea Boyer: l’arte tra modernità e inquietudine

Intervista a un artista contemporaneo poliedrico, che con il suo progetto 'Cellophane' vuole raccontare il disagio della società contemporanea

Cellophane © Andrea Boyer

L’artista Andrea Boyer, milanese di nascita ma toscano di origine, propone nelle sue opere una visione estremamente personale e originale della storia dell’arte. Il suo operare artistico si esplica attraverso numerosi linguaggi: fotografia, disegno, pittura e incisione. Il filo conduttore del suo lavoro è una ricerca artistica orientata alla natura fragile e oscura dell’uomo. Le sue opere, attraverso un attento equilibrio di perfezione stilistica e capacità introspettiva, svelano un’umanità sola, ambigua e tormentata. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua esperienza come artista.

A proposito di umanità, come descriverebbe l’uomo di oggi?
Non credo che nella sua storia, l’uomo sia poi così cambiato. Lo credo da sempre, schiavo della lotta tra interiorità ed esteriorità, quindi solo. In questi ultimi anni, con l’aver messo in discussione Dio, e quindi la pazza “fantasia” di averlo sostituito con l’uso (e non la conoscenza) della tecnologia, si è acuita quella che credo sia la frustrazione della solitudine. Si fa finta di essere felici per non vedere. Questa pandemia poi, credo abbia polarizzato gli opposti, ed abbia definitivamente sdoganato la brutalità tipica di chi ha visto la morte, psicologicamente, “da vicino”. Mors tua vita mea, senza più vergognarsi della “bella forma”.

Quando e come avvenne il suo incontro con l’arte, in particolare con la fotografia?
Tardi e del tutto casualmente. Un amico vide i miei disegni e li mostrò a un collezionista amico suo, che a sua volta mi presentò alla Compagnia del Disegno, con la quale in un mese e mezzo feci la mia prima mostra personale. Parlo di Fabio Castelli, Alain Toubas, Franco Grechi e soprattutto Giovanni Testori. Con Testori fu ovviamente un inizio importante, ma soprattutto una grande lezione di etica e rispetto per l’Arte con la “A” maiuscola, che tento di perseguire ancora.

Cellophane © Andrea Boyer

Nel suo progetto Cellophane la fotografia non si ferma all’estetica del corpo nudo, ma scava e approfondisce una realtà non visibile; quella dell’inconscio. Vuole parlarmene?
Il nudo è un genere che è stato sempre indagato; volevo realizzare un lavoro che non fosse limitato a cosce e seni, alla bellezza fisica, semplicemente alla solita e ovvia posa, o a situazioni che ormai sfiorano il voyeurismo, per cui a quel progetto ci sono arrivato dopo sei anni di prove con modelle diverse e cestinature seguenti. Cercavo di trasformare i corpi in macchine da scrivere, che mi restituissero il disagio di questi tempi, una società, una cultura claustrofobica, che ci condizionano subdolamente, che ci tolgono l’aria, appunto come un cellophane. Leggero e trasparente, ma che toglie l’aria, la vita. Una lotta dell’uomo con se stesso, con il proprio intimo. Un giorno accompagnai un amico in un capannone chiuso e come al solito, in maniera imprevedibile trovai la soluzione: quel progetto travalicò ogni mia aspettativa e con il cellophane, altra intuizione di un attimo, avevo trovato il “karma” di quello che avevo sempre cercato. Il soggetto era nascosto da un soggetto con cui condivideva spazio e tempo. È stata la palese dimostrazione che, se si ha un concetto da esprimere, anche inconsciamente, quel concetto esce anche più virulentemente di quello che ci si aspetta. Era come una combinazione magica e irripetibile; ho trovato una Étoile di danza contemporanea, con la quale ho poi collaborato anche per altri lavori, e una classica fotomodella, tutte e due capaci di interpretare le mie sensazioni, più che di limitarsi a “farsi guardare”.

Lei lavora con l’arte a 360°. Cosa significa essere un artista poliedrico nel 2020?
In buona parte si tratta di un handicap. Mantenendo le debite distanze, se Leonardo fosse un nostro contemporaneo, forse, verrebbe considerato uno “confuso”, un girovago che anche da anziano non ha ancora capito cosa volere dal proprio lavoro e dalla propria vita. In Italia, se fai troppe cose, e peggio ancora se le fai compiutamente, sei visto come uno strano animale che voglia farsi notare oltre il lecito. A Milano un personaggio simile viene chiamato “il ganassa”. Ho ricevuto critiche poco esaltanti per questo mio “difetto”. 

Cellophane © Andrea Boyer

Considera l’arte una cosa distinta dalla vita?
No. Sfortunatamente, no. Io provo a fare arte da quando ho cominciato, ma non posso essere io a stabilire se ci riesca o meno.Di sicuro se ci si prende la briga di fare questo mestiere, si deve sapere che, se si è seri con se stessi e con gli altri, questo è un lavoro totalizzante. Io me ne sono preso carico, o per lo meno io la vedo così. Mi domando perché esistano così tanti masochisti che, pur avendo alternative migliori di vita, pur non avendo qualità evidenti per poter essere almeno dei buoni creativi, si buttino in questa vita complicata per se stessi e per quelli che ti vengono in contatto, solo per sentirsi dei presunti artisti. Ovvio che non per tutti deve esistere la sofferenza del creare, ma sicuramente esiste il disagio (ora poi in un’imbarazzante e imperante cultura di bassa lega) nel dover difendere il proprio lavoro da mancanze di rispetto varie e attacchi continui. Non parliamo poi di chi è nel figurativo o nel “realismo” – evito di proposito, l’iper-realismo, branca ormai degenerata – che ormai sta tra il vecchio e l’insulso. Insomma, non lo consiglierei a mio figlio, a meno di non ritrovarmi di fronte ad un genio!

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