“Use your imagination!” Torna il festival Fotografia Europea | Rolling Stone Italia

Home Black Camera Events

“Use your imagination!” Torna il festival Fotografia Europea

Dall’ovest del Giappone ai diorami sulla memoria, la nuova edizione della rassegna propone una serie di mostre che vanno oltre la visione fotografica. Ecco le più interessanti

Tottori. Foto: Marco Di Noia

L’edizione 2021 di Fotografia Europea, più di molti altri anni passati, fa entrare nel proprio campo visivo un elemento molto importante come l’immaginazione. Partendo proprio dal titolo del focus del festival – “Sulla luna e sulla terra / Fate largo ai sognatori!” –, di rodariane memorie, la percezione che se ne desume è che probabilmente di libertà immaginativa ce n’era un gran bisogno dato i tempi che corrono, e l’esigenza di ricominciare da una dimensione in cui tutto è possibile non è stata solo una scelta azzeccata, ma un’esigenza collettiva. Certo, oltre ad uno spirito e sentimento condiviso, servono anche i contenuti per far funzionare un festival e anche su questo la kermesse emiliana non ha avuto alcun problema: una sfilata di immagini e progetti che fanno sognare.

Untitled 2, Yonaguni. Foto: Hamzehian Mortarotti

Centro nevralgico del programma e del circuito di mostre ed incontri i Chiostri di San Pietro, che si rendono ambienti ideali soprattutto per determinate esposizioni come per L’isola di Vittorio Mortarotti e Anush Hamzehian. I due fotografi fanno immergere, con un’installazione video-audio, lo spettatore nel territorio più a ovest del Giappone, Yonaguni, in cui la vita sembra stia scomparendo. La mancanza di lavoro, di servizi, di prospettive future ha fatto, nel tempo, spopolare l’isola nipponica e quello che Mortarotti e Hamzehian portano alla luce è un toccante lavoro di conservazione della memoria. È così che le immagini del territorio in decadenza, degli interni delle case abitati non più dall’uomo ma dalla sua traccia, della natura che prende il sopravvento, delle icone sacre rimaste orfane dei propri credenti, vengono cadenzate da una voce ritmica e sapiente che sembra parlare di antichi riti e tradizioni in una lingua autoctona, il dunan, che sta scomparendo come la sua popolazione. L’isola si trova così ad essere un progetto che lascia a briglia sciolte la fantasia, ma contemporaneamente, è portatore di un’utilità storica, antropologica e civile. Guardando le immagini di Mortarotti e Hamzehian proiettate sulle mura dei Chiostri di San Pietro, in parte affrescate da mano umana in parte dal tempo, ci si avvicina come degli automi risucchiati dalla spirale della memoria per capire dove inizi l’immagine e finisca il tempo inciso sulla parete. Dopo aver scoperto l’arcano, si arretra di un passo per tornare ad immaginare.

Drilling for light perforated wood and brass, di Sophie Whettnall

A dire la verità non solo L’isola, ma anche molte altre mostre del festival conducono lo spettatore ad un movimento fisico e mentale per cercare un disvelamento visivo. Come davanti ad un gioco di prestigio, a cui ci si avvicina in seconda battuta per capire i trucchi del mago, spesso, lungo il percorso espositivo del festival, ci si ritrova a guardare un’immagine, ad elaborarla nella sua interezza e poi a fare un passo avanti per visualizzarne i dettagli e capirne le stratificazioni. Così è stato anche per i due progetti dell’artista sudafricana Lebohang Kganye, Tell Tale e In search for memory, con i suoi diorami che parlano di segregazione razziale ma anche di storie che iniziano dall’oralità del racconto, dalla trasmissione di memorie e riti. Come per Mortarotti e Hamzehian, Kganye entra in contatto con un archivio umano di racconti e tradizioni, ma a differenza loro, lo mette in scena nei suoi diorami. Mentre in Tell Tale i suoi diorami sono esposti come installazioni illuminate, carichi di una tridimensionalità data dalla profondità della scatola e delle ombre, in In search for memory le sue installazioni di carta sono state precedentemente fotografate, esponendo così unicamente il risultato finale nella sua bidimensionalità su carta fotografica. Anche in questo caso torna il movimento fisico e mentale di avvicinamento all’opera ma mentre con il primo progetto il risultato di disvelamento ritorna ad essere chiaro ed illuminante nel secondo non è così, in quanto quello che viene messo in scena è anche un meta-racconto fotografico in cui la profondità di narrazione non viene data dalla manualità dell’artista, ma dallo stesso mezzo fotografico che con la messa a fuoco interpreta la scena.

True Fiction, Palazzo Magnani © Laura Ligabue

Ad andare oltre la visione fotografica l’artista belga Sophie Whettnall con Universo dentro, una serie di installazioni che giocano ambiguamente con la riproducibilità della natura. Dei veri tranelli visivi che oltre a farti avvicinare fanno entrare in campo anche un altro senso, l’olfatto. E così ci si ritrova a girare per le stanze rimanendo estasiati dai dettagli delle sue creazioni e accostando il proprio naso alle opere cercando di capire da dove provenga quel dolce odore di infanzia e nello specifico di Coccoina. A domanda Sophie risponde, ironicamente e anche un po’ strategicamente, che quell’odore è un odore mentale, un odore che sa di memoria e ricordi. Per me era pura e fantastica Coccoina.

COVID-19, Paris, France, Lockdown, 2020 © Antoine d’Agata, Magnum Photos

Tutto all’interno di Fotografia Europea 2021 parla di un mondo fantastico, a volte inventato, a volte che non esiste più, a volte un mix tra finzione e realtà, e forte dei propri sensi lo spettatore procede nella sua indagine del disvelamento. Lo dimostra pienamente anche la mostra collettiva True fiction a cura di Walter Guadagnini a Palazzo Magnani: la prima antologica in Italia dedicata alla staged photography. Qui la fotografia, sulla carta documento di attestazione dell’oggettività, entra in cortocircuito proprio con la sua natura manipolatoria nei confronti del reale, facendo vedere ciò che si desidera vedere. E così Joan Fontcuberta, Lori Nix, Paolo Ventura, Bernard Faucon, Sandy Skoglund e molti altri sono chiamati a fare da porta bandiera di questo bel circuito fotografico dedicato al mondo dell’invenzione e delle realtà immaginabili.

In giro per la città, open air, ci sono le mostre di Alex Majoli, Opera aperta, una teatralizzazione in bianco e nero dei primi giorni pandemici del 2020 e Tottori di Marco Di Noia, vincitore dell’open call, un racconto visivo di invenzione su uno strano fenomeno astronomico: la luna sulla cittadina di Tottori appare esponenzialmente più grande e fa tornare alla mente il faccione della luna umanizzata di Georges Méliès. Come si spiegava precedentemente Fotografia Europea 2021 necessita, per la fruizione delle sue mostre e delle immagini che ne fanno parte, di un contributo alternativo dello sguardo, un contributo di percezione e di apertura mentale, di un passo avanti o uno indietro, di alzare la testa e guardare da una prospettiva non abituale. Così è, infatti, per la mostra outdoor di Antoine D’Agata, Virus 2020-2021, di primo impatto difficile alla localizzazione perché ci si aspetta di trovare immagini da osservare ad altezza occhi, invece il focus del nostro sguardo si deve alzare di diversi metri. L’artista marsigliese, come Alex Majoli, è artefice di un progetto, il primo capitolo, sulla pandemia e le sue conseguenze, affidandosi alla produzione di immagini termiche scattate nei reparti di rianimazione degli ospedali, nei centri per rifugiati e negli spazi pubblici disabitati in Francia.

Foto: Joan Fontcuberta

Il lavoro in sé ha la sua meritata forza, indipendentemente dal coinvolgimento comune, è un progetto che lascia un segno artistico, ma è da annoverarsi comunque a quelle immagini che sono state già viste nel periodo caldo del lockdown. Quello che quindi sconvolge e che destabilizza non è tanto quello che le fotografie di D’Agata rappresentano ma come, il loro modo di essere allestite sulle finestre di un edificio in disuso. Non capendo inizialmente la loro collocazione, visto che la porta dell’edificio risulta chiusa, si è portati a tornare mestamente sui propri passi senza aver fruito della mostra, ma qualcosa dall’alto osserva lo spettatore e così con questa sensazione di disagio si alza la testa e si rimane folgorati dal gioco di sguardi tra il proprio e quello delle immagini. Perché in effetti anche le immagini stesse sembrano averne uno, uno sguardo che contemporaneamente indaga te e ti ricorda di un presente che stenta a diventare passato.

WEB