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Cecilia Mangini, la donna rock del documentario

Il 2 luglio l'anteprima italiana di “Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam” al MAXXI di Roma

Cecilia Mangini © Paolo Pisanelli

La fotografia, nella sua potenza evocatica, è testimonianza di esperienze, luoghi, urgenze di un momento, memorie personali che un tempo furono il presente. È testimone del suo tempo non soltanto per quello che rappresenta, ma anche per la sua esistenza medesima, in quanto oggetto portatore di una testimonianza, resurrezione del reale, rimedio alla polvere del passato.
«La fotografia recupera il tempo, recupera lo spazio, recupera le sensazioni, recupera tutto», afferma Cecilia Mangini.
Fotografa, saggista, sceneggiatrice e regista, Cecilia ha dedicato la sua vita al cinema militante. Oggi, novantaduenne, ricorda poco delle esperienze vissute.

«Ricordo le cose attraverso le fotografie, perché sto perdendo la memoria. A volte dimentico le opere, a volte dimentico le date, i nomi delle persone, non ricordo tutto. Oggi sono le fotografie a ricordarmi le cose». La sua casa, a Roma, è un museo a cielo aperto: fotografie, negativi, scritti, giornali, ci raccontano la personalità di una donna forte, di una grande professionista che, a partire dagli anni ’50, ha documentato la storia del nostro Paese. È stata una delle prime donne a raccontare un’Italia divisa tra il boom economico e le sue contraddizioni sociali, come in alcuni dei suoi capolavori quali Ignoti alla città, Stendalì e La canta delle marane, realizzati in collaborazione con Pier Paolo Pasolini.

© Cecilia Mangini

In ogni suo lavoro la presenza costante del marito Lino Del Fra, sceneggiatore e regista scomparso nel 1997, con il quale ha realizzato più di quaranta cortometraggi; la sua macchina da presa ha esporato l’Italia da nord a sud, volgendo lo sguardo anche alla Puglia e al Salento per raccontare la cultura contadina e pre-cristiana che stava scomparendo.
«Ho privilegiato una visione documentaria della realtà, a partire dalle stesse condizioni materiali e produttive del documentario, dalla libertà espressiva che gli è connaturata. (…) Sono convinta che il documentarista è un cineasta assai più libero del regista di film di finzione, ed è per questo, per la mia indole libertaria con cui convivo fin da bambina, che ho voluto essere una documentarista. Il documentario è il modo più libero di fare cinema» (Cecilia Mangini).

© Cecilia Mangini

Qualche anno fa, tra le decine di scatole polverose conservate nel suo appartamento, è emerso un lavoro che Cecilia non ricordava più: centinaia di negativi testimoniavano la sua presenza in Vietnam durante la guerra. Tra il 1965 e il 1966 Cecilia parte per il Vietnam, in pieno conflitto, per raggiungere il marito, con la volontà di raccontarne la vita quotidiana, i luoghi della guerra, la paura, le città, le trincee, i rifugi.  Cecilia scatta centinaia di fotografie, ma il documentario non vede mai la luce a causa di un rientro repentino in Italia su richiesta delle autorità di Hanoi. Neanche una lettera a Ho Chi Min, in cui i due esprimevano la volontà di poter restare per documentare i massacri, li permise di continuare il loro lavoro in quei luoghi. Una «ferita aperta», dichiara la stessa Mangini, «quando penso che avremmo potuto rendere pubblico ciò che abbiamo visto».
Una ferita che si è rimarginata cinquant’anni dopo grazie all’incontro della regista con Paolo Pisanelli, regista e direttore artistico de La Festa di Cinema del Reale in Salento. Insieme hanno dato vita al lavoro sul Vietnam; nasce così Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam, proiettato in prima assoluta a rotterdam lo scorso gennaio al Film Festival di Rotterdam.

Cecilia Mangini © Paolo Pisanelli

Il 2 luglio il documentario sarà proiettato, per la prima volta in Italia, presso l’Auditorium del Museo MAXXI di Roma nell’ambito di Extra Doc Festival, il concorso che la rassegna Cinema al MAXXI dedica alle migliori espressioni del documentario italiano. Il lavoro ripercorre i momenti salienti della presenza della regista e del marito nel Sud Est asiatico.
Fotogramma dopo fotogramma, il documentario ricostruisce tre mesi di sopralluoghi al confine con la Cina raccontando la resistenza di un popolo deciso a conquistare l’unità e l’indipendenza. Attraverso immagini di archivio in gran parte inedite, vuoti di memoria, scritti e ricordi, Due scatole dimenticate ridà vita a quei paesaggi e a quella esperienza.
«Fare un documentario su un reportage fotografico ritrovato e un progetto di film non realizzato non è solo un esorcismo contro il tempo e le occasioni perdute: è il recupero di storie vissute, di immagini affascinanti, di un pezzo importante della Storia di tutti»(Paolo Pisanelli).