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‘Korean Nature’, l’atlante fotografico delle due Coree

Con 'Made in Korea' e il nuovo 'Korean Dream', Filippo Venturi costruisce un filo conduttore visivo che tiene insieme tutta la Penisola Coreana, dalla vita dei giovani del Sud alla società monolitica e rigorosa di Pyongyang

Korean Dream, 2017 © Filippo Venturi

La Penisola Coreana rappresenta una medaglia a due facce, la Corea del Sud e quella del Nord. Entrambe con spiriti identitari, politici e sociali differenti, almeno in apparenza; ma visivamente, smuovendo le radici della Storia come l’immagine sa fare, si riesce forse ancora a trovare una traccia naturale che ricollega insieme il tutto? A riunire, attraverso un’indagine sociale e antropologica, quello che decenni di storia e politica hanno voluto separare e rendere come quei parenti indigesti con cui si è legati solo dal DNA? Filippo Venturi con Made in Korea e Korean Dream ci ha provato. Alle immagini la risposta.

Korean Dream, 2017 © Filippo Venturi

Come è nato il tuo interesse per la Penisola Coreana?
È nato per caso. Nel 2014 la mia compagnia – che lavora nel marketing turistico – stava preparando un report su come attirare i turisti coreani e, per farlo, raccoglieva informazioni sulle loro caratteristiche socio-culturali. Colpita da questo popolo, mi raccontava tutto ciò che scopriva, suscitando in me molta curiosità. Nei mesi successivi ho iniziato a documentarmi, a cercare notizie sul paese e a parlare con persone che ci vivevano. Man mano che mi addentravo, la Corea del Sud mi appariva sempre più interessante e incredibilmente poco conosciuta: da qui l’idea di farci un progetto. In seguito mi è venuto naturale pensare di continuare con un secondo capitolo sulla Corea del Nord. Nonostante le differenze a livello sociale, politico e culturale, avevo trovato un filo conduttore visivo e tematico che legava i due paesi e su cui indagare attraverso la fotografia.

Made in Korea, 2015 © Filippo Venturi

In cosa consiste questo filo conduttore visivo?
La base culturale dei due paesi è comune e ha radici antiche. I coreani – sia che siano cresciuti al Nord o al Sud – sono un popolo educato, calmo, rispettoso di regole e gerarchie. In un certo senso, questa loro indole credo che emerga anche dalle mie foto. Quando ho scattato i ritratti che fanno parte del progetto non ho mai chiesto alla persona immortalata di assumere una determinata posa, ho sempre lasciato libertà ed è curioso vedere come i coreani abbiano sempre adottato una postura piuttosto rigida. Se eliminassi lo sfondo dalle mie foto, nordcoreani e sudcoreani sarebbero però ben distinguibili dal look: moderno e curato al Sud, più anonimo e poco appariscente al Nord. Inoltre il diffuso ricorso alla chirurgia plastica al Sud, modifica sensibilmente i tratti caratteristici, uniformando visivamente i volti e creando una standardizzazione straniante.
 A livello iconografico il Sud è un paese futuristico, dove però il consumismo influenza i simboli e i riferimenti dei giovani. Il Nord invece adotta tutta una serie di iniziative, di architetture, di monumenti e di abbigliamento che si rifanno ai modelli ancora oggi di riferimento: Cina e Russia.

Per la Corea del Sud con Made in Korea hai voluto porre l’attenzione soprattutto sullo spaccato giovanile, sulle loro abitudini e il loro modo di vivere; invece per Korean Dream, con cui racconti della Corea del Nord, è il contesto generale che ne emerge, una struttura monolitica e rigorosa. Questi due differenti approcci sono dovuti a una tua decisione o il contesto politico e contingente ti ha portato a questo?
La Corea del Nord, si sa, non gode delle stesse libertà del Sud e prima di andarci avevo valutato diverse ipotesi per riuscire a realizzare il mio progetto. Alla fine ho capito che il mio reportage avrebbe potuto avere una sua coerenza anche sottostando alle rigide regole sugli scatti fotografici imposte dalle autorità nordcoreane. Credo di essere riuscito a raccontare le condizioni in cui vivono i giovani al Nord, focalizzandomi sui luoghi in cui vengono formati, dove i messaggi e gli ideali della propaganda sono presenti in maniera talmente massiccia e invasiva da renderli del tutto naturali per gli abitanti. Diversamente dai coetanei del Sud, i giovani nordcoreani vivono aspettandosi lo scoppio di una guerra con gli USA e quindi sentono il dovere di farsi trovare pronti e aiutare il proprio paese svolgendo le funzioni che vengono richieste.

Korean Dream, 2017 © Filippo Venturi

Che cosa rimane visivamente del passato? Come le due Coree lo elaborano nell’attualità?
La Corea del Sud è proiettata in una corsa alla modernità, influenzata anche dalla cultura occidentale. Nelle città principali, Seoul e Busan, i giovani sembrano aver perso ogni contatto col passato. In Corea del Nord invece si vive fortemente ancorati alle gesta dei grandi leader, alle imprese del passato e la debolezza economica del paese ha lasciato la popolazione indietro di forse 20 anni, anche se, tramite Pyongyang – la vetrina del Nord – si sforzano di apparire moderni e al passo coi tempi. L’elemento comune che invece ho individuato è che entrambi i popoli mettono il bene collettivo sopra ai diritti individuali.

I tuoi progetti sulla Penisola Coreana rincorrono una particolare estetica, quasi straniante. È il contesto coreano che ti ha condotto ad assumere questo linguaggio fotografico o è semplicemente il tuo personale modo di comunicare?
Un aspetto curioso che ho notato è che tutto quel che mi è successo in precedenza, in altri progetti, con altre tematiche, è servito a portarmi a lavorare sulla Penisola Coreana con un mio stile personale. Le immagini pulite, minimali, con certi colori, sono state utili a rendere l’atmosfera coreana – dove l’habitat dei giovani sudcoreani è artificiale, innaturale, e imposto, al pari di quello dei nordcoreani – apertamente teatrale e fittizia.

Made in Korea, 2015 © Filippo Venturi

Pensi che il tuo studio sociologico ed antropologico sulla Penisola Coreana sia concluso con questi due lavori o ce ne saranno altri?
Penso che si sia conclusa una fase per me, sancita con la pubblicazione del libro che racchiude i due capitoli del progetto. Ancora oggi però continuo a tenermi aggiornato sulla Penisola Coreana e conto di tornarci in futuro, anche se prima intendo dedicarmi ad altri progetti sempre relativi a quell’area geografica.

Quali sono i modelli fotografici da cui trai ispirazione?
Inconsciamente, almeno inizialmente, la Scuola di Dusseldorf. 
Poi gli americani Walker Evans, Joel Sternfeld e Alec Soth. E un pizzico di Martin Parr.

Made in Korea, 2015 © Filippo Venturi

Progetti futuri?

Da ottobre 2019 pianificavo un progetto attraverso la Cina, un viaggio on the road di oltre 10.000 km, passando dalle grandi metropoli, ai villaggi, al deserto, agganciandomi alla vecchia e alla nuova Via della Seta.