‘Nessun amico se non le montagne’: viaggio tra i curdi che si oppongono al regime | Rolling Stone Italia
Home Archivio

‘Nessun amico se non le montagne’: viaggio tra i curdi che si oppongono al regime

All'indomani dell'arresto dell'attivista Zinar Bozkurt, siamo stati nei rifugi di chi sceglie di sacrificare tutto nella speranza di un mondo migliore

Sinan e Kamal posano nella regione del Qandil, dove il PKK ha la sua base. Foto: Eugenio Grosso

Da sempre i curdi vengono usati e poi traditi da chi si dichiarava loro amico. Questa storia ha tanti nomi e tante facce ma un solo finale. Oggi tocca a Zinar Bozkurt, 26 anni, richiedente asilo in Svezia da quando ne aveva 18. Zinar, di etnia curda, membro dell’HDP (il partito d’opposizione turco), apertamente omosessuale, ha lasciato la Turchia per scappare dalle persecuzioni che ha continuato a denunciare in tutti questi anni. Il 20 agosto scorso è stato arrestato dalle forze di sicurezza svedesi dopo che la sua richiesta d’asilo è stata respinta. «Ora vengo deportato» sono state le sue parole.

In Turchia è accusato di terrorismo, di essere membro del PKK: una formula vaga che viene appiccicata addosso a chiunque manifesti dissenso. Se dovesse essere deportato lo aspettano una lunga condanna detentiva e probabilmente la tortura. Zinar è un acconto sul prezzo che Svezia e Finlandia hanno accettato di pagare al sultano Recep Tayyip Erdogan per entrare a fare parte della NATO. Il suo arresto avviene a una settimana di distanza dalla visita del presidente turco nel paese scandinavo.

«Nessun amico se non le montagne«, lo ripetono più forte oggi i curdi e chissà che questo ennesimo tradimento di un’Europa debole e impaurita non spinga tanti altri uomini e donne a lasciare le proprie città e villaggi proprio per prendere la strada delle montagne. «Salire in montagna»: così gli heval (i membri del PKK) chiamano la decisione di unirsi alla guerriglia. Chi non può più tollerare un regime opprimente e ingiusto sceglie di sacrificare tutto nella speranza di un mondo migliore.

Ad accoglierci al primo check-point c’è una coppia di ragazzi molto giovani, entrambi indossano l’abito tradizionale curdo cucito in un tessuto di panno verde oliva. Portano una fascia colorata alla vita e quattro granate appese ai fianchi. Ci accolgono con un sorriso e ci lasciano passare senza problemi quando l’autista pronuncia il nome dell’uomo che ci sta aspettando.

Foto: Eugenio Grosso

Siamo a Qandil: una regione montuosa a cavallo tra Iraq, Turchia e Iran. A valle si trovano i villaggi dei pastori e degli agricoltori, sulle montagne i nascondigli dei guerriglieri. Ci fermiamo davanti a una casupola sul ciglio della strada: un piccolo negozio, quello che resta del villaggio. Di fronte è stato eretto un memoriale per le vittime di un bombardamento turco che ha cancellato tutto il resto. Un gruppo di case si trovavano poco più su, sulla collina. Dentro sono morti tutti, compresi gli animali. Le lamiere del tetto e i mattoni sono ancora sparsi dove li ha scaraventati l’esplosione. «I turchi sanno che qui non ci sono heval ma bombardano lo stesso per spaventare la popolazione e metterli contro di noi, ma tanto non funziona». Zagros appare alle mie spalle senza che me ne accorga, sarà lui a portarmi in montagna. «Vieni, andiamo a parlare in un posto tranquillo’. Ci sediamo nel retro della bottega, su due casse di legno, «adesso devo chiederti di darmi il tuo telefono e il passaporto. Prima di andare in montagna devi lasciare tutto quello che contiene un microchip, potrebbe trasmettere un segnale. È una precauzione, per sicurezza, i turchi potrebbero rintracciarti e ordinare un bombardamento». Consegno tutto a Zagros che mi istruisce su come si svolgeranno i prossimi giorni e ci dirigiamo verso il suo fuoristrada.

Partiamo lungo un sentiero sterrato che si inerpica sulle montagne. Un fucile automatico è poggiato sul sedile posteriore, io non ho più né i miei documenti né il mio telefono. Capiamo di essere arrivati solo quando un guerrigliero esce d’improvviso da un cespuglio e fa cenno all’auto di fermarsi. «Benvenuti», è stato avvisato del nostro arrivo, e ci guida nel fitto della vegetazione fino a un punto di ritrovo al riparo di un telone mimetico. Lì ci aspetta il comandante dell’unità a cui verrò affidato. «Starai con loro per alcuni giorni, se avrai bisogno di me chiedi a Chekdar, il comandante, e lui mi farà contattare». «A presto e buona fortuna» lo saluto, no, «Serkeftin» mi corregge, «significa fino alla vittoria» e scompare lungo il sentiero da cui siamo venuti.

L’unità è composta di ragazzi molto giovani, si stanno addestrando e non sono ancora entrati ufficialmente nei ranghi del PKK. Li raggiungiamo prima di cena, hanno preparato un tavolo di plastica da picnic per Chekdar e me. Loro mangiano accovacciati su delle stuoie, sotto un albero. Vengono quasi tutti dalle cittadine del sud della Turchia che ho visitato mesi prima al termine delle operazioni dell’esercito contro la guerriglia. Si emozionano quando gli racconto di essere stato in luoghi a loro familiari, mi chiedono informazioni e fanno a gara su quale sia la città più bella. «La mia famiglia è di Cizre ma io vivevo a Diyarbakir, frequentavo l’università». Uno di loro parla inglese fluentemente, ha la carnagione scurita dal sole e il fisico robusto, mi farà da traduttore durante questi giorni. «Ho deciso di salire in montagna dopo aver sentito cosa avevano fatto i turchi a Cizre e Nusaybin, ma l’ho confidato alla mia famiglia, non volevo scomparire da un momento all’altro». I suoi compagni non parlano inglese e questo gli concede la libertà di aprirsi con me. «Loro mi hanno detto che era una mia scelta e che dovevo fare quello che ritenevo giusto, ma io so di farli soffrire. Abbiamo fatto una grande cena la sera prima della mia partenza e da allora non hanno più avuto mie notizie, né io di loro. Se dovessero riceverne sarà perché mi hanno ucciso».

Foto: Eugenio Grosso


Mangiamo velocemente, sta facendo buio e prima che l’oscurità sia totale l’unità deve cancellare le proprie tracce e prepararsi per la notte. Le reclute sono ancora in addestramento e per questo motivo vengono divise in coppie e mandate a dormire sui picchi che circondano il punto in cui ci troviamo. La vita del guerrigliero segue i ritmi della natura: ci si sveglia con il sole e si va a dormire appena fa buio. Il comandante dà istruzioni a tutti e poi mi fa cenno di seguirlo. Camminiamo nella quasi totale oscurità, scendendo a una quota più bassa rispetto al campo, finché non ci fermiamo accanto a una roccia. Chekdar sposta leggermente un cespuglio, dietro un telo appeso ai rami si nasconde un passaggio. Lo scosta e scompare inghiottito nel ventre della terra. L’attimo seguente vedo filtrare un debole chiarore attraverso il tessuto, lui si affaccia e mi fa segno di raggiungerlo.

Mi piego per superare la strettoia dell’ingresso e mi ritrovo in un ampio ambiente diviso in due da uno spesso muro di pietra. La grotta è stata ricavata scavando sotto il livello del terreno sfruttando un fianco della collina. «Queste montagne ne sono piene» mi sussurra sorridendo. I famigerati tunnel della guerriglia esistono. Ne avevo sentito parlare, mesi prima, ma avevo sempre pensato che si trattasse di storie di fantasia.


Le pareti del rifugio sono ricoperte da un telo di plastica che ci separa dalla terra umida. Il soffitto è retto da travi di legno incrociate perpendicolarmente. Sembra una vecchia casa di montagna. Appese alle pareti due bandiere: quella dell’HPG, l’ala militare del PKK, e la faccia di Apo, Abdullah Ocalan, leader del PKK detenuto nel carcere di massima sicurezza di Imrali dal 1999. C’è la luce elettrica nella grotta, un televisore sistemato sopra un tavolo, un thermos con dell’acqua calda per il tè. Chekdar poggia il suo fucile lì accanto, contro la parete. In un angolo nascosto della grotta si trova un grande baule verde chiuso a chiave. All’interno ci sono documenti, mappe e armi. Lo apre e ne estrae la sua cintura da combattimento. Oltre ai quattro caricatori porta appese quattro granate. «Le reclute hanno solo i caricatori, una volta diventati membri della guerriglia riceveranno le granate».

Foto: Eugenio Grosso


Quando finisce di mostrarmi i suoi averi il comandante mi indica la zona in cui dormiremo: lungo la parete opposta all’ingresso. «Ci sono delle coperte ripiegate e alcuni cuscini. Puoi dormire nell’angolo, sarai più comodo». Mi sorprende questa cortesia in una grotta nascosta tra le montagne. Mi sdraio avvolto nella coperta e chiudo gli occhi, Chekdar non fa in tempo a spegnere la luce che io sto già dormendo.

Quando li riapro è l’alba. C’è un guerrigliero più anziano che fa colazione con il comandante. I due siedono con le gambe incrociate in un angolo della grotta e dividono çai fumante e miele. Mi invitano a raggiungerli e mi servono del the. Consumiamo il nostro pasto velocemente e ci dirigiamo verso il pianoro dove incontriamo il resto dell’unità. La vita in montagna è scandita da tempi ben precisi: la mattina l’addestramento militare poi, nel pomeriggio, lo studio. Solo sul finire del giorno è concesso del tempo libero. I più giovani si divertono con canti e balli tradizionali, qualcuno continua a leggere nella luce calda del tramonto, altri tengono un diario, seduti su tronchi d’albero che sembrano abbracciarli.

Foto: Eugenio Grosso


Sono quasi le 13, il sole è alto nel cielo e fa molto caldo, l’unità si sta preparando per il pranzo. Un cane, che si aggira nei pressi dell’accampamento, inizia ad abbaiare ritmicamente. Tutti si fermano attirati dal suo comportamento. Poco dopo una voce dalla radio ci avverte: gli aerei turchi stanno arrivando, bisogna scappare. Le reclute, a coppie, si disperdono in direzioni diverse. Chekdar mi fa segno di seguirlo. Prima di lasciare il campo uno dei più giovani membri dell’unità mi chiama: «heval Genio, heval» e mi porge il suo gilet verde oliva per coprire la mia camicia bianca. Lo indosso mentre corro dietro al comandante che si muove tra le pietre, su e giù dalle colline, come se fosse su un prato appena rasato. Arranco dietro di lui che ogni tanto si ferma per non perdermi di vista. Raggiungiamo un’insenatura nella roccia tra due montagne e mi ci spinge dentro. Lui resta all’esterno a scrutare l’orizzonte con la radio in mano. Ogni tanto si sente un ronzio in lontananza, quando lo percepisce mi indica il cielo «sono sopra di noi, li senti?». Mi sforzo per scovare un puntino in movimento nel blu abbacinante ma non riesco a vedere niente. «Volano troppo in alto e adesso abbiamo il sole negli occhi, non li puoi vedere, per questo vengono a quest’ora». Il ronzio si allontana, ma improvvisamente si sente un fischio e poi un boato. Si ripete tre volte. Chekdar ha il volto teso, sa che quelle esplosioni stanno cercando rifugi come il suo. Restiamo nascosti tra le rocce anche dopo che le esplosioni cessano, fino a quando un messaggio alla radio ci avverte che l’attacco è terminato. Quando torniamo al campo gli heval sono eccitati, si scambiano informazioni l’un l’altro. «Il bombardamento era mirato», «ha distrutto un campo uguale a quello in cui ci troviamo noi», «non ci sono stati shehid (martiri)», «gli heval erano già tutti sparsi sulle montagne».

Sono passati pochi giorni e sembra normale svegliarsi all’interno della grotta e uscire a lavarsi con l’acqua gelida del torrente. Il corpo e la mente si abituano in fretta a questo ritmo più umano. Ormai durante la colazione precedo i due comandanti: verso loro il the e solo dopo ne prendo per me. Per pranzo mangio seduto sulla stuoia, serrato nella fila di guerriglieri che si servono dallo stesso piatto. Non sono più un ospite, ma un amico in visita.

È la fine di un pomeriggio caldo e vedo il comandante più anziano tornare alla nostra unità. Parla alla radio e quando finisce mi dice di andare nella grotta a prendere le mie cose. Il mio tempo in montagna sta per finire. Raggiungo il rifugio e afferro il borsone poggiato in un angolo. Quando torno al pianoro tutti i membri dell’unità mi aspettano ordinatamente in riga, sapevano della mia partenza e si sono preparati. Mi avvicino al capofila e iniziamo a salutarci al modo dei curdi: strette di mano e sorrisi. Parto dal primo fino a raggiungere l’ultimo: «Serkeftin» (fino alla vittoria), li saluto ad ogni stretta di mano, «Serkeftin» mi risponde orgoglioso ognuno di loro.