Davide Toffolo: «Remo Remotti è stato il Bukowski italiano» | Rolling Stone Italia
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Davide Toffolo: «Remo Remotti è stato il Bukowski italiano»

‘L’ultimo vecchio sulla terra’, il nuovo libro del frontman dei Tre allegri ragazzi morti, celebra il poeta e attore illustrando i suoi testi e le sue filastrocche. «Era un emblema di libertà e amore»

Una tavola di ‘L’ultimo vecchio sulla terra', il nuovo libro di Davide Toffolo

Una canzone popolarissima, Mamma Roma, addio!, che racconta di lui che se ne va dalla Capitale. “Dove vai? Vado in Perù”. La Seconda guerra mondiale non è finita da troppo. Scopre l’arte con un corso serale, torna in Italia, fa sculture e dipinge, espone pure nelle gallerie. Poi va in Germania, passa anche per un manicomio, si muove. Quindi, ultracinquantenne comincia da attore, lavorando tra gli altri con Marco Bellocchio, Francis Ford Coppola, Ettore Scola e interpretando Freud in Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti. Quindi, da anziano – cioè nel periodo in cui è stato più valorizzato, anche come personaggio, pur non cambiando mai – scopre una nuova carriera come poeta e performer. Sboccato e saggio, bello e cadente, vecchio e sporcaccione. A quasi novant’anni, nelle interviste diceva: «A me praticamente interessa solo la sorca». Ma non chiamatelo cinico.

Riassumere chi sia stato per la nostra cultura Remo Remotti – ovviamente romano, classe 1924 e scomparso nel 2015 – significa grossomodo tirare un elenco di tutte le forme in cui si è incarnata la sua arte, tenendo conto del personaggio. Ci prova un altro esperto di poliedricità come Davide Toffolo – frontman dei Tre allegri ragazzi morti, fumettista – con un libro, L’ultimo vecchio sulla Terra (Rizzoli Lizard), in cui illustra i suoi testi, le sue «filastrocche», con un occhio al presente. Poi sarà che sono (più o meno) romano, ma ho l’idea – suffragata anche dal testo di presentazione del volume, in realtà – per cui Remotti sia un outsider, quasi un culto carbonaro strettamente legato alla mia città. In realtà Toffolo, che è di Pordenone, non è d’accordo: «Il primo ricordo che ho di lui è con Moretti. E credo che sia condiviso con tanti in tutta Italia. Altro che outsider, insomma».

Allora forse la mia idea deriva dal fatto che tendo ad associarlo al circuito indipendente, alternativo, della nostra cultura.
Già, perché va comunque detto che è diventato molto popolare soprattutto presso chi frequenta il circuito della musica indipendente – pubblico, artisti, gestori di locali – dopo che una quindicina di anni fa ha fatto un tour da quelle parti, girando tutta Italia fino alla provincia più profonda. Tantissime date, per e uno spettacolo umoristico che oggi definiremmo di stand-up comedy.

È stato lì che l’hai conosciuto di persona?
Sì, in una serata a Pescara nel 2005. Eravamo entrambi ospiti, e la sua performance mi ha folgorato per potenza comunicativa. Tant’è che nei miei spettacoli successivi, quelli cioè in cui presento i libri e che spesso sono noiosi, mi sono ispirato a lui. Mi ci ispiro anche come umorista, eh, intendiamoci. Ma in quel caso ho proprio cercato di far mio il suo modo di stare sul palco, la sua recitazione così vitalistica, d’impatto. Pensa che per un periodo sceglievo una coppia fra il pubblico e gli recitavo Una coppia così, una filastrocca di Remo che descrive le dinamiche d’amore fra due persone. Un omaggio vero e proprio, insomma.

Chi è stato, Remotti, per la cultura italiana?
Qualcuno dice che è stato una sorta di Bukowski nostrano, e sono d’accordo. Anche se Hank in realtà si è dedicato quasi solo alla scrittura, mentre lui è stato poliedrico. Muovendosi fra le arti, ma tenendo il timone fermo. Io l’ho scoperto tardi, ok, ma per esempio è stato anche un grande pittore e un grande scultore, collaborando con artisti importanti. In generale, è un emblema di libertà e di amore – per le donne, la vita in generale, l’arte, la psicanalisi. E il suo umorismo ha segnato parecchie persone, tra cui – ne sono convinto, ma per la certezza bisogna chiedere a lui – Moretti stesso. E se ha influenzato Moretti, immagina di conseguenza con quanta altra gente può averlo fatto.

Nel dubbio, gli hai dedicato un libro.
Per tramandare i suoi scritti – e la sua scrittura – ai posteri. Mi piace l’aspetto trans-generazionale, io stesso coi Tre allegri ragazzi morti l’ho sempre cercato. Qui mi interessava anche l’integrità di ciò che salvo per il futuro, per cui ho preferito lavorare lasciando intatti i testi, riportandoli per intero e “limitandomi” a illustrarli, a interpretarli. Di solito scrivo anche la trama, ma in questo caso non aveva senso inventare una storia. Per quanto comunque non è che mi sia fermato alle “decorazioni”. In parte, pensa, mi sono persino rifatto al suo tratto, perché quando da ragazzo si era trasferito in Perù si era messo anche a fare delle specie di vignette. Per il resto, l’idea è nata da me. Il primo lockdown mi ha aiutato a mettere in chiaro il progetto e a prendermi del tempo per svilupparlo. Il resto l’hanno fatto gli editori e gli eredi, cioè la moglie e la famiglia. Mi avevano messo in guardia, quando ho cominciato, che trattare con gli eredi di qualcuno può non esser semplice. Invece con loro è andata benissimo: vederne l’entusiasmo davanti al mio lavoro mi ha dato la spinta per finire il tutto, è stata una benedizione vera. Tra l’altro, mi hanno anche regalato un testo di Remotti che non conoscevo, che ho messo alla fine del libro e secondo me può essere ancora molto utile nel 2021.

Ci arriviamo. Intanto: il criterio con cui hai scelto i testi, le “filastrocche” diciamo, è stato quindi quello dell’attualità?
Anche, sì. Inoltre volevo fare una mappatura del pensiero e dell’immaginario di questo artista attraverso le opere, insieme a un ritratto del personaggio che fosse il più completo possibile. Direi che è stata una collaborazione fra me e lui: questo libro l’abbiamo firmato insieme, io e Remo.

Te lo chiedo perché non c’è Mamma Roma, addio, che forse è il suo testo più famoso.
Non l’ho messa perché si trova ovunque, mi sembrava non ne valesse la pena in questo senso. Fermo restando che è un testo stupendo, scritto alla fine degli anni Cinquanta ma attualissimo, in cui emerge una Roma – coi suoi vizi, le deformazioni – identica a quella di oggi. Tra l’altro, non volevo che il libro suonasse troppo autobiografico nei miei confronti, visto che anch’io dopo cinque anni nel momento in cui stavo lavorando al libro me ne stavo andando dalla Capitale (Ride, nda). In molti aspetti, Remotti ha risentito di queste sue origini; penso all’umorismo prima ancora che al dialetto. Però poi ha girato il mondo, si è aperto, contaminato.

Perché “l’ultimo vecchio sulla Terra”?
Perché è di fatto l’ultimo vecchio “parlante” della nostra cultura. Un vecchio che ha da raccontare, che non ha affatto la posizione vittimistica che molti si potrebbero aspettare da un uomo della sua età. Ci tengo a questo tema, perché mi pare che il Covid stia mettendo un muro fra le generazioni, che come ti dicevo per la mia arte è fondamentale.

Spiegati.
Mi spiego: col Covid siamo portati a immaginare gli anziani come fragili, prossimi alla morte e quindi “residuali”; al contrario, recuperare l’immagine di un vecchio come lui, forte e saggio, con un atteggiamento vitalistico e libero, dà il messaggio inverso a questa pandemia che mette in conflitto le generazioni. Lui è il tipico vecchio senza peli sulla lingua: non penso sia una macchietta, una maschera; semplicemente, è quello che dice le cose come stanno perché in possesso di una certa libertà, nonché di saggezza. Chiaro, in parte con l’età diventa più facile essere così, però non è per niente scontato. Anzi.

Cioè?
Guarda, lui per me è uno spirito guida. Mi manca il dialetto romano, ma qualcosa di Remo ce l’ho già, come la vaga anarchia e il desiderio di libertà, che nel suo caso era contagioso. Ed ecco, da vecchio voglio essere del tutto come lui, cioè senza paura. E appunto io senza paura lo sono già, eh… solo non è facile conservarsi così. Voglio diventarlo anch’io, l’ultimo vecchio sulla faccia della Terra.

Pensavo adesso che nella memoria collettiva non c’è traccia del Remotti-giovane.
Diciamo che il suo periodo di massima visibilità corrisponde all’età della maturità, e questo aiuta un po’ il discorso che fai. Ha cominciato da attore a cinquant’anni, per dire. Poi, certo, in vecchiaia ha avuto pure un periodo sereno a livello strettamente personale, per dire ha messo al mondo una figlia. In generale, credo si sia sentito capito molto più che in altri periodi. E ha dato il meglio di sé. Pure perché credo che la libertà che lo caratterizza sia una conquista rispetto ai dubbi che aveva da giovane, e che ritornano in alcuni testi che metto nel libro. Non a caso, due temi fondamentali della sua poetica sono la ricerca dell’identità personale e della libertà. Molto legati all’adolescenza e all’ingresso nell’età adulta, insomma. Penso soprattutto a Che lavoro fai, un testo che ho inserito nel libro e in cui lui racconta le difficoltà che aveva agli inizi a percepire e farsi percepire come artista.

Poi nel suo mondo ci sono il sesso, le donne.
Il sesso è una chiave libertaria, a maggior ragione se raccontato da un vecchio. Remotti è un uomo del Novecento, figlio della liberazione sessuale. Le sue poesie verso le donne, così vitalistiche da sembrare quasi irrispettose, sono in realtà dei ritratti bellissimi, come fossero fatti da quei pittori del Novecento che tenevano soprattutto a rappresentare le forme fisiche delle donne. E un po’ mi ci rispecchio, nei suoi testi. Per me la donna resta un mistero e una possibilità d’incontro meraviglioso. Tanto che pure nei disegni ho voluto ribadire questo concetto, con un Remotti-fantasma che abbraccia delle donne, nude, di carne vera.

Visto che me l’hai accennato, tiriamo fuori l’ultimo tema: il turpiloquio. Che caratterizza molte sue opere, anche se nel libro non è poi così presente.
Serviva a scardinare la “forma”: un vecchio che dice le parolacce, non ha filtri, scardina il ruolo del vecchio classico, come dicevamo. E poi, va detto, era anche un abile paroliere, specie dal punto di vista comico, giocando con l’alto e col basso. Nel testo di apertura, che si chiama L’importanza del professionismo e non, per esempio ragiona su come il termine “puttana” possa essere usato non solo per la definizione classica che ne facciamo, ma per raccontare tante forme di mercificazione di sé.

Che ci lascia, oggi, Remotti?
Una passione molto esplicita per l’arte e per la vita. Il testo finale che mi hanno dato gli eredi, che è un vademecum per “provare a stare bene”, è un emblema in questo senso.

Lì si respira davvero un sacco di amore per la vita. Che sinceramente mi ha stupito: da un vecchio sboccato uno si aspetta del cinismo, in effetti.
Vero, concordo. Invece lui non è mai stato cinico. Ho recuperato delle vecchie interviste, tra cui una con Daria Bignardi in cui lei gli chiede del periodo trascorso in manicomio e in generale dei momenti brutti; be’, lui risponde sempre con serenità, dicendo che tutti i “giganti” – da Nietzsche in giù – hanno avuto problemi mentali. Ma poi non so se ti rendi conto di cosa voglia dire girare per locali minuscoli a fare intrattenimento come faceva lui, alla sua età. E te lo dice uno che lo fa di mestiere, eh. Significa avere una grande apertura verso l’altro, una volontà di confronto molto alta. Oltre che delle grandi energie fisiche da sacrificare. Non c’è niente di borghese in tutto ciò. E vale per tutti, comunque. Pensa al Neverending tour di Bob Dylan: nonostante i soldi e i riconoscimenti, lui ha ancora bisogno di mettersi in viaggio e suonare. Magari lo farà in aereo, c’è chi lo fa in treno. La sostanza non cambia.

Abbiamo lasciata aperta la parentesi dell’attualità.
I testi sulla ricerca di sé e della libertà credo che parlino chiaro ieri come nel 2021. Una coppia così, che descrive con una tenerezza assurda le dinamiche di coppia, le dinamiche per cui due persone finiscono insieme, anche. In generale, un amore mai scontato per la vita. Anche e soprattutto da vecchi.

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