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Dall’Hampshire con amore, firmato Martin Freeman

Da ‘The Office’ a ‘Fargo’, passando per ‘Sherlock’ e ‘Lo Hobbit’, questo attore über-British si è costruito una carriera come pochi. E ora arriva il thrillerone BBC ‘The Responder’ a riconfermarlo

Martin Freeman in ‘The Responder’

Foto: BBC

Tendo a ripetermi, ahimè, la vecchiaia: ho già ampiamente parlato di quella categoria di attori e attrici di cui puntualmente ricordo la faccia ma non il nome, la cui presenza in un film o in una serie è sinonimo di qualità (vedi alla voce Kathryn Hahn). Oggi aggiungo un ulteriore livello: quelli di cui ricordo la faccia ma non il nome, e che quando parlano – nonostante io stessa millanti un’ottima conoscenza dell’inglese – se non sono munita di sottotitoli rischio di non capire un tubo di quel che dicono. Bene, dall’incrocio di ascisse e ordinate esce fuori lui: Martin Freeman (che spesso, confondendomi, chiamo Freddie Freeman, che invece è la prima base degli Atlanta Braves), classe 1971, Hampshire born & raised.

Martin – con quella sua faccetta un po’ da folletto del bosco, un po’ beatlesiana, di sicuro 100% British – dopo una lunga gavetta televisiva, nel 2001 esordisce nella serie più British che ci sia, The Office, dove interpreta il mitico Tim Canterbury. Arriva il successo, i premi, arriva pure Richard Curtis che nel 2003 lo vuole in Love Actually, in uno degli episodi più teneri e buffi di quello che sarebbe diventato a tutti gli effetti un cult movie natalizio; due anni dopo invece lo ritroviamo in Guida galattica per autostoppisti al fianco di Sam Rockwell, però bisogna aspettare un quinquennio e una serie di titoli dimenticabili (fatta eccezione per Hot Fuzz di Edgar Wright e Nightwatching di Peter Greenaway) per le luci della ribalta.

Martin Freeman con Benedict Cumberbatch in ‘Sherlock’. Foto: BBC

Che s’accendono nel 2010, quando è protagonista, nei panni di John Watson, accanto a Benedict Cumberbatch aka Sherlock Holmes, di Sherlock, la serie televisiva targata BBC che altro non è che un libero adattamento dei romanzi e dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss. Freeman è John Watson, un reduce della guerra in Afghanistan parecchio disadattato al quale un amico consiglia di trovarsi un coinquilino per dividere le spese di affitto: il coinquilino è ovviamente l’eccentrico detective Sherlock Holmes, e i due, oltre che appunto coinquilini, diventeranno amici nonché compagni di (dis)avventure. E, come per The Office, la storia si ripete: se guardare Sherlock in lingua originale è doveroso, guardarla non sottotitolata è la via più breve per convincersi a prenotare un corso di recupero al British Institute. C’è, tanta, tantissima Inghilterra, e Cumberbatch e Freeman funzionano come una coppia rodatissima: il nostro nel 2011 vince il Bafta come miglior attore non protagonista; nel 2012 è candidato agli Emmy, rimane a bocca asciutta; ci riprova nel 2014 e, per la legge che chi la dura la vince, si porta a casa il premio.

All’inizio avevo scritto «faccetta un po’ da folletto del bosco», ricordate? E infatti: deve averlo pensato anche Peter Jackson, che per Martin – a causa di vincoli contrattuali legati alla seconda stagione di Sherlock, che a livello di tempistiche gli avrebbero impedito di partecipare al progetto – modifica il programma delle riprese della trilogia di Lo Hobbit, sempre tratta dall’opera fantasy di J.R.R. Tolkien (Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, Lo Hobbit – La desolazione di Smaug e Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, usciti rispettivamente nel 2012, 2013 e 2014). Martin Freeman è esattamente come ci saremmo immaginati Bilbo Baggings, l’eroe forse meno carismatico che sia mai esistito, paladino di noi poveretti che c’arrampichiamo con fatica sopra il metro e sessanta, ma comunque (piccolo) coraggioso combattente: nel 2012 gli MTV Movie Award lo incoronano miglior eroe, e le pertiche zitte.

Martin Freeman è Bilbo Baggins nella saga dello ‘Hobbit’ di Peter Jackson. Foto: Warner Bros.

Il “mio” Martin Freeman (chissà, magari per la fine di questo articolo avrò imparato a chiamarlo Martin e non Freddie) è però Lester Nygaard, l’assicuratore più inetto, pusillanime, meschino e pavido nato dalla mente di Noah Hawley, creatore della serie antologica Fargo, grande esempio di quelle serie che era meglio se morivano da piccole – ossia alla prima, strepitosa e ineguagliabile stagione. Nel 2014 Fargo fa l’asso pigliatutto agli Emmy (miglior miniserie, miglior regia per un film, miniserie o speciale drammatico, miglior casting per un film, miniserie o speciale drammatico) e nel 2015 bissa ai Golden Globe (miglior miniserie o film per la televisione, miglior attore in una miniserie o film per la televisione a Billy Bob Thornton). Martin viene ingiustamente snobbato ma non si dispera, ché a salvarlo intervengono nientepopodimeno che gli Avengers: chiamato all’altare del Marvel Cinematic Universe, vesta i panni dell’agente della CIA Everett Ross in Captain America: Civil War (2016) e successivamente in Black Panther (2018), e lo ritroveremo nel nuovo capitolo della saga wakandiana in Wakanda Forever, previsto per il prossimo luglio.

Stavo per tirare un respiro di sollievo – vedi, basta che reciti con l’accento americano per riuscire a comprendere che dice – fin quando, a fine gennaio, non ho avuto la malaugurata idea di sfidare le mie certezze mettendomi a guardare The Responder, drammone-thrillerone al cardiopalma scritto dall’ex agente di polizia Tony Schumacher e diretto da Tim Mielants per la BBC. «Martin Freeman in quest’incubo è un sogno assoluto per gli spettatori», scrive il Guardian, e io non potrei essere più d’accordo: Chris Carson è un agente di polizia al limite, moralmente compromesso, che seguiamo durante gli sfiancanti turni di notte in una Liverpool cupissima. Il suo compito consiste nel rispondere alle chiamate di emergenza, che potrebbero rivelarsi qualsiasi cosa, ma sono quasi sempre una manifestazione di povertà, inadeguatezza o disperazione. Alla sua terapeuta (Elizabeth Berrington) racconta di sentirsi come se stesse giocando a whack-a-mole: «Peccato che lì le talpe indossino degli elmetti. Io ogni notte ho dello sputo in faccia, del sangue sui miei stivali e la giostra non si ferma mai».

Martin Freeman in ‘Fargo’. Foto: FX

Freeman è superlativo in tutto, incluso inscenare un accento di Liverpool talmente stretto da rendermi impossibile vedere The Responder senza sottotitoli in italiano, dato che per di più chiunque parla talmente veloce che per quanto mi riguarda potrebbe essere turco. Pronto British Institute, vi avanza mica un posto? C’è chi scommette che Martin quest’anno vincerà tutto il vincibile, e io sono totalmente e immancabilmente d’accordo: nessuno avrebbe saputo dare migliore volto a un uomo «che soffoca sotto le macerie emotive» (ancora il Guardian), corroso da sofferenza, disperazione, stress e frustrazione. Mi auguro soltanto che, se mai lo premieranno, durante il discorso di ringraziamento privilegi una dizione un po’ meno ostica: sarebbe un vero peccato ritrovarmi ad applaudire, commossa, senza aver capito nulla di quel che ha detto.