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Per Trump, le sparatorie negli USA sono colpa dei videogiochi

Il presidente degli Stati Uniti ha accusato i videogiochi di stimolare comportamenti violenti, in barba a tutte le evidenze scientifiche che dimostrano il contrario

È dai tempi di Columbine che si fanno studi sull’effetto dei videogiochi violenti sui giovani, e finora nessuno ha dimostrato la fondatezza delle accuse di Trump.

Ci risiamo: gli Stati Uniti non hanno ancora finito di piangere le vittime delle ennesime sparatorie di Dayton ed El Paso – dove sono rimaste coinvolte ottanta persone tra morti e feriti – che la politica torna a puntare il dito verso il capro espiatorio più facile per distogliere l’attenzione dal vero problema.
In una recente conferenza stampa il presidente Donald Trump ha accusato gli “orribili videogiochi violenti” di circondare i giovani problematici di oggi “di una cultura che celebra la violenza”, un fenomeno al quale sarebbe necessario porre un freno immediato per creare un contesto nel quale a essere celebrati siano “la dignità e il valore di ogni vita umana”.

Belle parole, non c’è che dire, se non fosse che proprio Trump con la sua dialettica aggressiva è il primo a “promuovere e incoraggiare apertamente l’odio e la violenza nei suoi comizi”, come ha commentato l’autore di Torchlight, Max Schaefer.
E neanche l’ex presidente di Nintendo of America, Reggie Fils-Aime, è rimasto in disparte a guardare, ma ha pubblicato un tweet in cui evidenzia come nei paesi dove i videogiochi (violenti e non) vendono di più (Corea del Sud e Cina su tutti) il numero di sparatorie è infinitamente più basso che negli Stati Uniti.

L’America del Nord ha un serissimo problema con la diffusione delle armi da fuoco, è piuttosto evidente, ma ancora una volta invece di volerlo affrontare i politici preferiscono raccontare balle sui videogiochi. Basterebbe anche solo prendere in considerazione i numerosi studi sul tema, il più recente dei quali pubblicato nel Regno Unito all’inizio di quest’anno, per notare come l’ipotesi di una correlazione tra la fruizione di giochi violenti e lo sviluppo di comportamenti aggressivi sia stata più e più volte confutata.
Ma intanto l’opinione pubblica si infiamma e il vero problema passa in secondo piano in un paese dove, come ha ben sintetizzato la cantante Rihanna in un suo post rivolto a Trump, è più facile “ottenere un AK-47 che un permesso di soggiorno”.

Il grafico, pubblicato da Vox e ripreso da Reggie Fils-Aime, illustra molto bene la totale assenza di correlazione tra sparatorie e consumo videogiochi.

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