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Electronic Arts non è così cattiva come sembra

L'azienda parla del sostegno che dà allo sviluppo indipendente e dei suoi piani per offrire un servizio in stile Netflix

L’ultimo gioco pubblicato da EA sotto l’etichetta Originals è l’interessante Sea of Solitude.

Non giriamoci intorno: Electronic Arts non gode di un’ottima reputazione né dalle parti del pubblico né da quelle degli sviluppatori. Questa brutta fama è dovuta a diverse politiche aziendali che negli anni hanno fruttato all’azienda californiana una discreta collezione di pessime figure: brutti episodi che vanno dai licenziamenti in massa, alle pessime condizioni di lavoro dei dipendenti, alle pratiche di monetizzazione di alcuni giochi definite dagli utenti come predatorie.
Insomma, i tratti caratteristici della multinazionale “brutta e cattiva” ci sono tutti, ma a onor del vero bisognerebbe anche dire che situazioni come quelle sopra elencate caratterizzano il settore a tuttotondo e, drammaticamente, a tutti i livelli, che si tratti di mega corporazioni con migliaia di dipendenti o publisher di media grandezza. Non a caso, da qualche tempo a questa parte molti di questi temi sono entrati persino nel dibattito politico sia in America che in Europa.

È anche per questo motivo che il vicepresidente dello sviluppo strategico di Electronic Arts, Matt Bilbey, non accetta di vestire i panni del cattivo di turno: “Sono da 25 anni in EA e ancora lotto contro quella percezione esterna che ci vede come un gruppo di cattivi,” ha confessato a Gamesindustry.biz. “Noi i giochi amiamo farli e giocarli. Purtroppo, quando facciamo degli errori tutto il mondo viene a saperlo per un fatto di dimensioni e proporzioni.”  
Per correre in difesa della propria azienda Bilbey cita il programma EA Originals, attraverso il quale il publisher finanzia i progetti dei piccoli sviluppatori trattenendo per sé solo la parte di guadagni necessaria a recuperare le spese. Un tipo di accordo abbastanza inusuale, e molto lontano dalla logica del publisher arraffone che siamo abituati a conoscere, ma che non rappresenta certo una forma di beneficenza.
Al di là dell’aspetto in parte “filantropico” dell’etichetta, che Bilbey ovviamente non manca di rimarcare, Originals è anche un modo per rimpolpare i cataloghi di quei servizi sui quali l’azienda sembra aver puntato molto per il futuro: parliamo degli abbonamenti (come Access e Origin) e il venturo cloud gaming (Project Atlas). “Pensiamo che lo streaming estenderà la geografia e la tipologia dei videogiocatori”, spiega Bilbey “e poi c’è il formato in abbonamento, che è il modo in cui tutti noi oggi ci godiamo la musica e gli altri media… metti queste due cose insieme e la proposta diventa parecchio interessante. Ma proprio per questo, come industria abbiamo bisogno di più giochi, grandi, piccoli e di tutti i tipi.”

L’idea è simile a quella di Netflix Originals – e anche il nome, anche se Bilbey sottolinea come EA ci abbia pensato prima del servizio di TV in streaming. Gli abbonamenti rappresentano per la compagnia una grande assicurazione per il futuro e non a caso è stata tra le prime a sposare il concetto dei videogiochi come “servizi” (anche qui incontrando una forte resistenza da parte del pubblico).
Nel frattempo però le sue azioni ballano, e sono scese di quasi il 5% proprio nel corso di questo weekend. Secondo alcuni la causa sarebbero i risultati non proprio entusiasmanti registrati dal lancio della stagione 2 di Apex Legends, che nel giro di pochi mesi ha praticamente dimezzato la sua fanbase su Twitch (50.000 visualizzazioni per il gioco appena aggiornato contro le 100.000 di marzo), a riprova del fatto che, in fin dei conti, prevedere il futuro non è facile per nessuno.

Originals ha rimpiazzato il programma EA Partners nel 2016 ed è stato inaugurato con la pubblicazione di Unravel.

 

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