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Arriva Google Play Pass, ma alcuni sviluppatori protestano

La risposta di Google ad Apple Arcade è stata lanciata negli Stati Uniti e ha già attirato le critiche di diversi operatori del settore per il suo modello “alla Spotify”

Il servizio al momento offre agli utenti americani un periodo di prova di dieci giorni, oltre al prezzo dell’abbonamento scontato per un anno.

Google Play Pass, l’abbonamento per i giochi (e non solo) Android del Play Store, è stato lanciato ufficialmente negli Stati Uniti dopo che alcune notizie erano già trapelate all’inizio di agosto ed è previsto che arrivi “molto presto” anche negli altri paesi. Il servizio è la risposta di Google al recente Apple Arcade per dispositivi iOS, e al prezzo di soli 4,99 $ al mese permette di usufruire della versione completa di un gran numero di app “premium” (ossia a pagamento) dello store senza alcuna pubblicità o necessità di effettuare acquisti in-app. Al momento l’abbonamento garantisce l’accesso a oltre 350 giochi e utilità di vario genere e per il primo anno di utilizzo è disponibile al prezzo ridotto si 1,99 $ al mese. Tra i giochi si possono trovare alcuni titoli di grande successo come Terraria, Monument Valley, Star Wars: Knights of the Old Republic, e altri ancora andranno ad aggiungersi al catalogo ogni mese.

Fin qui sembrerebbero solo buone notizie, se non fosse che alcuni professionisti dell’industria dei videogiochi hanno esposto le loro preoccupazioni riguardo il sistema di pagamento delle royalties adottato da Google definendolo come un modello “alla Spotify”.
Secondo i termini dell’azienda, infatti, gli sviluppatori dei giochi e delle app incluse in Play Pass verrebbero pagati in base “al tempo spesso dagli abbonati sull’app e alla valutazione dei contenuti”. Questo tipo di modello ricalca quello con cui la famosa app di musica Spotify gestisce i compensi degli artisti, a sua volta oggetto di diverse polemiche perché ritenuto colpevole di incentivare la produzione di contenuti pensati solo per una ripetizione continua. Nel caso dei videogiochi, i primi a rimetterci sarebbero quindi quei titoli di breve durata incentrati sulla storia e dalla scarsa rigiocabilità.
“Penso che questa cosa sia una terrificante evoluzione del modello che ha trasformato quasi tutti i giochi in roguelite o multiplayer,” ha commentato su Twitter il fondatore di Vlambeer, Rami ismail. “Se il tempo passato sul gioco diventa denaro, allora meccaniche ripetitive come il grinding o che tendono a creare dipendenza diventeranno il modo attraverso cui guadagnare. […] Per gli sviluppatori l’unica via possibile diventa così quella di cercare di massimizzare, anche in maniera artificiale, il tempo che gli utenti trascorrono nel gioco, o il loro numero di accessi. È terribile”.
Google tuttavia, nella sua pagina dedicata alle informazioni per gli sviluppatori, specifica che sta continuando a “ritoccare il modello al fine di assicurare che i titoli che offrono un valore maggiore per gli utenti vengano equamente ricompensati”. La questione dunque rimane almeno per il momento aperta.

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