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Il Milione: Milano-Pechino, in cerca di videogiochi

Reportage di un'estate in Cina iniziata cercando console e finita rimuginando sul futuro del videogioco costretto nello schermo di un cellulare

Anche nelle strade dello shopping, dominate dai marchi occidentali e da grandi cartelloni, non si trova traccia dei brand videoludici a cui siamo abituati.

Quando poco meno di un mese fa ho messo piede sull’aereo che mi avrebbe portato a Pechino, prima tappa del mio viaggio da nord a sud della Cina, uno dei miei obiettivi era quello di capire che rapporto avessero coi videogiochi dall’altra parte del mondo. Ora, mentre scrivo queste righe seduto in questo piccolo angolo di Milano che chiamo casa, devo ammettere di aver fallito. E non perché non mi sia addentrato a sufficienza nei meandri della Cina: con sei città, cinque treni, un volo interno, più di 2.000 km di spostamenti e qualche centinaio di km percorso a piedi, posso dire di essere riuscito a cogliere almeno un piccola parte di questo gigantesco paese. No, dunque,  il mio è stato un banale errore di prospettiva.

Come si dice console in cinese?

Questa è una delle tante domande a non aver trovato risposta. Di console, in Cina, non ne ho trovata mezza. Avendo dormito tra hotel, ostelli e treni, è abbastanza facile capire perché non mi sia imbattuto in un esemplare in plastica e silicio, collegata a un televisore. Ma a questo punto della mia riflessione inizio a credere che le probabilità di trovarne una dentro casa di qualche residente non siano così alte. Perché in buona sostanza Xbox One, PS4, Switch e tutto ciò che vi gira attorno sono grandi assenti nella vita quotidiana degli abitanti dello spicchio di Repubblica Popolare Cinese che ho calpestato in lungo e in largo. Per quanto ne abbia cercati con insistenza, non mi è riuscito di avvistare  un singolo cartellone pubblicitario recante il segno del passaggio di Sony, Microsoft o Nintendo. Nulla. Nessun negozio di videogiochi nelle strade dei grandi marchi, nel centro delle città, nemmeno nei centri commerciali. E ancora: nessuna Switch nelle mani dei bambini – eventualità non così rara dalle nostre parti. Nonostante la fascinazione per l’occidente palpabile ovunque, attraversando Pechino, Datong, Pingyao, Xi’an, Chengdu o Guilin (oltre 50 milioni di abitanti in tutto) è risultato evidente come i brand videoludici a cui siamo abituati non abbiano fatto breccia, fatta salva l’immancabile presenza delle icone storiche di Nintendo tra i modellini di nanoblocks in vendita in ogni zona turistica. Nonostante la rimozione del blocco alle console avvenuto nel 2015, il nostro immaginario videoludico risulta tuttora estraneo alla Cina, a meno che non si voglia registrare come un segnale il negozio che proponeva un’esperienza VR nel mondo di PUBG.

In Cina i riferimenti a Xbox e PS4 sono quasi del tutto assenti, ma si può trovare ad ogni angolo qualcuno che gioca su cellulare o tablet.

Niente è più visibile di ciò che è nascosto

Eppure, nonostante la mia miopia,  il videogioco in Cina è ben presente, radicato e socialmente accettato. Non potrebbe essere altrimenti, considerando che la Cina è oggi considerata la capitale mondiale della game industry e che uno dei colossi del settore, Tencent, abbia solide radici dentro i confini della Repubblica Popolare. Molto semplicemente, lo cercavo nei posti sbagliati: mi sarebbe bastato guardare tra le mani di quasi ogni passante per scovarlo. Perché in Cina il videogioco abbia trovato casa sui cellulari è facile  da intuire,  col senno di poi: gli effetti del bando pluridecennale hanno lasciato un segno netto e percepibile sulle abitudini di gioco di un paese intero spiazzando il sottoscritto, ovvero uno che ha scansito le epoche della sua vita attraverso il modello di console sotto la tv. Impossibilitato a dimorare nel salotto di casa, il videogioco in Cina ha optato per una vita nomade all’interno dei cellulari, strumento all’apparenza indispensabile per la sopravvivenza della popolazione locale, al punto da richiedere un controllo ogni 30 secondi circa, a prescindere dalla propria occupazione. Guidare un taxi o gestire un negozio non rappresentano, all’apparenza, attività in grado di ostacolare questa simbiosi, anzi, pare che la guida amplifichi la frequenza di controllo richiesta da WeChat, applicazione totem attraverso cui passa l’intera vita pubblica cinese, piccoli pagamenti compresi. Un rapporto bifronte, in cui il videogioco ha probabilmente aiutato a sdoganare il cellulare come strumento universale, ricevendone in cambio una diffusione capillare. Se è normale vedere donne e uomini di qualunque età dedicarsi a giochi più o meno complessi in metro, l’immagine del viaggio per me rimane il ragazzino che, di fronte ai lussureggianti giochi d’acqua che raccolgono migliaia di persone ogni sera di fronte alla Pagoda dell’oca selvatica a Xi’an, ha passato l’intero show a livellare il proprio personaggio di Arena of Valor, un RPG contenuto a mala pena dallo schermo del cellulare.

L’audioguida disponibile presso le attrazioni turistiche di pechino ricorda moltissimo la mini console in arrivo da Playdate: chi ha copiato chi?

Il futuro è cinese?

Durante le lunghe ore del volo di ritorno, mentre questi pensieri si ricomponevano in testa, mi sono ritrovato a chiedermi perché, in fondo, mi interessasse tanto del rapporto tra Cina e videogiochi. Quella che era nata come una normale curiosità pre-viaggio si è trasformato in un interesse molto più analitico, quasi professionale, nel momento in cui mi sono reso conto di come il percorso di influenze culturali sia presto destinato ad invertire la rotta, vista la futuribilità strutturale della Cina rispetto alla vecchia Europa. Se la previsione  si rivelasse corretta, e le abitudini dei nostri giovanissimi videogiocatori parrebbero confermarlo, ci aspetterebbe dunque un futuro videoludico sempre più orientato verso una predominanza del mobile. Un futuro a cui, ad essere sincero, non credo di essere pronto¨(ma questo è un problema mio…).

Le cartine della metropolitana e delle zone adiacenti sembrano uscite direttamente da Sim City, così come i piani regolatori di diverse città.

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