Home Arcade Focus On

I campioni di Fifa dei Mkers ci svelano i loro segreti

Durante le eWorld Cup Finals di Milano abbiamo intervistato i due pro dei Mkers, la squadra di esport sponsorizzata Armani: Matteo “Riberaribell” Ribera e Daniele “Prinsipe” Paolucci si raccontano

Matteo “Riberaribell” Ribera e Daniele “Prinsipe” Paolucci impegnati nel corso delle eWorld Cup Finals di FIFA 20.

Uscendo dall’ambito degli appassionati di videogiochi, la figura dei pro player è ancora poco compresa, ed è spesso considerata con eccessiva leggerezza. Per conoscerla meglio, nel corso delle eWorld Cup Finals di FIFA 20 che si sono svolte a Milano, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Matteo “Riberaribell” Ribera e con Daniele “Prinsipe” Paolucci. Una doppia intervista in cui abbiamo toccato numerosi argomenti, partendo dagli allenamenti al fino ad arrivare rapporto con i social network, senza tralasciare tutta una serie di curiosità, critiche e suggerimenti relativi al mondo di FIFA 20.

Matteo e Daniele, benvenuti su Rolling Stone. Potete presentarvi e raccontarci come siete diventati giocatori professionisti?

Matteo: Mi chiamo Matteo Ribera, in arte RiberaRibell e sono un giocatore professionista di FIFA da ormai tre anni. La mia carriera è iniziata un po’ per scherzo, in maniera del tutto casuale, quando un mio amico mi ha segnalato il post di una academy di una squadra che cercava giocatori di FIFA. Ho sempre avuto la passione per i videogiochi e, seppure al tempo non avessi idea di cosa fosse il mondo degli eSport, decisi di inviare la mia candidatura. Ho fatto un provino, l’ho superato, sono entrato in questa academy e l’anno successivo sono stato promosso al team principale, diventandone il giocatore di punta. Con FIFA 18 mi sono qualificato al mio primo evento internazionale, e da lì è iniziata la mia avventura con i Mkers. Sono nel team ormai da due anni e mezzo, e mi trovo benissimo.

Daniele: Io sono Daniele Paolucci in arte Prinsipe. Anche io sono un appassionato di videogiochi sin da piccolo, e ho iniziato a giocare a livello competitivo con FIFA 15, partendo con tornei a livello locale nel Lazio. All’inizio era solo un divertimento, e partecipavo a piccoli tornei per vincere premi come un buono da cento euro, o se andava bene una Playstation. Le cose sono cambiate con FIFA 17, quando ho vinto l’Europeo e sono arrivato quarto al mondo. Sono entrato nei Mkers poco prima di giocare l’Europeo, e da quel momento è diventato un vero e proprio lavoro.

Daniele “Prinsipe” Paolucci vanta nel suo palmares il titolo di campione europeo, conquistato su FIFA 17.

Come vedete la situazioni in Italia degli Esport? In base alla vostra esperienza, sono stati fatti dei passi in avanti da quando avete iniziato a giocare come pro?

Matteo: Sicuramente il mondo degli esport è cambiato tanto. È cambiato innanzitutto l’interesse dei videogiocatori verso il mondo competitivo. Adesso i giocatori italiani bravi e che ambiscono a puntare sempre a competere al massimo livello sono davvero tanti. Dopo di che, sicuramente è cambiato anche l’interesse delle persone che guardano. Ci sono tante persone che ci seguono come se fossimo la loro squadra del cuore, abbiamo dei veri e propri fan che ci supportano e ci sostengono sia dopo una vittoria che quando magari le cose non vanno bene. E poi sta mutando anche l’ecosistema esport. Piano piano stiamo arrivando anche in Italia ai livelli europei, dove il mercato è già strutturato. Basta pensare, per quanto riguarda FIFA, ai campionati maggiori che propongono una loro lega digitale. Siamo un po’ in ritardo, però mi sembra che la strada giusta sia stata tracciata.

Daniele: Come ha detto Matteo la situazione è cambiata molto. Se ripenso a quando io avevo quindici-sedici anni, è un altro mondo. Non c’era praticamente nulla, mentre i sedicenni di oggi possono ambire a vincere tornei importanti e grosse cifre di denaro. Quindi è cambiato tanto. Per quanto riguarda l’Italia diciamo che siamo ancora leggermente indietro, però l’organizzazione di eventi come questo è un buon segno. Ci sono tanti giocatori italiani forti, e poi noto un grande interesse verso il mondo competitivo. Per fare un esempio, c’è stato un torneo online qualche giorno fa. Germania e Francia avevano 400-500 giocatori, gli italiani erano 900. Quindi sono tanti i giocatori italiani che aspirano a diventare pro. Questo vuol dire che c’è interesse.

Secondo Matteo e Daniele gli sviluppatori dovrebbero limitare l’invadenza della cpu, soprattutto per quanto riguarda la fase difensiva.

Quanto è difficile far capire alla gente che il vostro è un lavoro che richiede un notevole impegno? Quanto vi allenate?

Daniele: Diciamo che soprattutto all’inizio, quando ho iniziato io, era più difficile far capire alla gente cosa facevo. Poi dipende sempre da chi ti trovi davanti. Se parli con dei giovani è molto più semplice, se invece parli con persone avanti negli anni diventa più complesso far capire che la mia è una professione come le altre. Per me è solo una questione di abitudine, e con il tempo si andrà a valutare questo lavoro come tutti gli altri. Per quanto riguarda l’allenamento, mi concentro su FIFA soprattutto nel pomeriggio. La mattina la dedico ai social, quindi magari faccio video su Youtube, e poi mi alleno fisicamente andando il palestra quasi tutti i giorni, quattro volte a settimana. L’allenamento consiste nel giocare con altri professionisti, ci mettiamo d’accordo e ci affrontiamo in partite o in sessioni dedicate alla prova di tattiche e di elementi specifici del gioco.

Matteo: Sicuramente è difficile far capire a persone di una certa età che il mondo si evolve e che quindi si creano anche delle figure lavorative nuove, delle figure professionali nuove. Ad esempio la domanda più comune che mi viene fatta è “ma quindi tu giochi ai videogiochi tutto il giorno?”. Per me è come andare da un muratore e chiedergli “quindi tu fai i muri tutto il giorno?”. È un lavoro vero e proprio, con tutti gli impegni che ne conseguono. Poi per esempio io sono uno studente universitario, quindi per quanto mi riguarda c’è la parte della giornata dedicata allo studio, la parte dedicata all’allenamento e la parte dedicata all’allenamento fisico che è importantissimo. La mia è una giornata di un lavoratore normale, in cui bisogna semplicemente incastrare tutti i pezzi del puzzle. Per quanto riguarda ad esempio il mio allenamento, solitamente mi dedico a FIFA per 3-4 ore in tarda mattinata live su Twitch. Questa è una cosa che ho portato avanti negli ultimi due anni e che mi gratifica molto, perché stare live e avere un’interazione diretta con chi è sempre pronto a supportarti è sempre un piacere. Poi al pomeriggio studio, e la sera vado in palestra, mi vedo con gli amici, con la ragazza. La vita di un ragazzo normale, perché noi pro player non siamo degli inetti come spesso la gente immagina.

Suarez in versione TOTY di FIFA 17 è il giocatore che Riberaribell riporterebbe volentieri in campo.

Passando a FIFA 20. Cosa cambiereste nel gioco a livello di gameplay?

Daniele: Partiamo dal presupposto che ogni anno c’è qualcosa che funziona in maniera “strana”. L’anno scorso c’erano i cross, i tiri a giro e i tiri di prima. Quest’anno invece c’è una tattica che ti permette di giocare con undici giocatori non dico in porta, ma comunque molto chiusi, tipo autobus piazzato in difesa. È una tattica che, se usata bene, rende quasi impossibile segnare all’avversario. Questa sarebbe una cosa da cambiare. Anche se FIFA 20 è un gioco difensivo, perché comunque è più facile difendere che attaccare, questa tattica rende l’attacco ancora più difficile.

Matteo: Sono perfettamente d’accordo con Daniele, anche perché credo che soprattutto la difesa sia, e sia stata negli anni, uno dei fattori maggiori di skill gap tra i giocatori. Se tu vai a banalizzarla permettendo a chiunque di poter semplicemente premere un tasto e diventare impenetrabile come il miglior difensore manuale del mondo, allora diventa veramente complicato far emergere i veri valori. È una cosa evidente quest’anno e lo era anche l’anno scorso. C’erano, e ci sono tutt’ora, tante meccaniche che vanno in automatico e che tu non puoi fermare. Queste sarebbero tutte da eliminare, per far emergere i veri valori in campo.

Cosa cambiereste invece a livello di struttura/modalità?

Matteo: Io inserirei, però questa è la mia parte da content creator che parla, una modalità più divertente, che ti permetta di giocare in settimana in tranquillità, per non perdere appunto quella che è l’essenza del gioco. Le Division Rivals è come se fossero una modalità competitiva, sono tutti quanti a “tryhardare” perché vogliono guadagnare punti, salire di divisione, fronteggiarsi con avversari di livello. Tutte cose giuste, che però si scontrano con la volontà dei giocatori che desiderano viverla in maniera tranquilla. Una cosa che cambierei della Weekend League è la distribuzione dei premi, che dall’anno scorso a questa parte non ti gratifica ed è troppo legata al caso. C’è gente che ottiene risultati più bassi che alla fine ottiene più crediti rispetto ai top 100 al mondo.

Daniele: Concordo con Matteo, soprattutto per quanto riguarda i premi della Weekend League. In FIFA 17 e 18, a esempio, si giocavano 40 partite, però se arrivavi nella top 100 guadagnavi tantissimi crediti, mentre adesso anche con la top 100 molto è comunque legato al caso. Inoltre ricordo che in passato, con 36-37 vittorie conclusi una Weekend League come quattordicesimo al mondo, adesso con 30-0 rischi di non essere nella top 100. Questo vuol dire una cosa. Che non c’è un matchmaking adeguato. Bisognerebbe secondo me cambiarlo, facendo in modo che se sei 15-0, incontri un avversario che è 15-0. Sempre. Perché altrimenti si corre il rischio di vedere risultati clamorosi dovuti a incroci fortunati. Invece tutto dovrebbe essere legato solo al merito.

Matteo Ribera è molto attivo su Twitch, con live giornaliere dedicate all’allenamento e alla Weekend League.

Negli ultimi anni il numero di calciatori in versione speciale è aumentato in maniera esponenziale. Ogni festa è buona per creare carte speciali. Quanto tutto questo complica la vita di un pro player?

Matteo: Relativamente. Perché spesso e volentieri le carte speciali hanno delle statistiche eccessivamente alte e potenziate, ma una volta scesi in campo i giocatori non rendono come dovrebbero in teoria. Sono carte create per vendere, per spingere la gente ad aprire pacchetti. Le uniche carte promo che influenzano tanto il competitivo sono quelle dei TOTY (Team Of The Year), disponibili da inizio gennaio. Un’altra promo che interessa soprattutto chi partecipa alle competizioni di fine anno, quindi i playoff e il mondiale è quella relativa ai TOTS (Team Of The Season), i migliori della stagione. Per il resto tutte le promo dai Future Stars ai Futties, sono carte con statistiche pompate.

Daniele: Tante carte sono fatte semplicemente per far spendere la gente, ma a livello competitivo sappiamo quanto in realtà siano inutili. Poi magari puoi trovare la carta buona, su una nuova serie di 20-30 giocatori può succedere che ce ne sia uno competitivo. Però, ad esempio, un Gullit valutazione 90 è cento volte superiore rispetto a qualunque Future Stars da 92-93. A livello competitivo, anno dopo anno alcuni giocatori restano sempre. Gullit, Eusebio, Ronaldo, sono loro quelli fanno la differenza. Qualche novità c’è sempre, però non sono tante quanto potrebbe sembrare vedendo solo le valutazioni delle carte.

Vedendo le partite dei pro si nota l’utilizzo di schemi spesso ripetitivi. Quanto spazio viene lasciato alla fantasia durante le partite?

Matteo: Diciamo che ognuno di noi ha un proprio stile di gioco. Io quando vado in game ho in mente un piano di gioco preciso, so come devo comportarmi per fare in modo che i miei giocatori eseguano certi movimenti, seguano certi schemi, si inseriscano. Alla fine è tutta una questione di abitudine, anche se poi giocare contro ogni avversario è diverso e non è detto che ciò che funziona contro A funzioni anche contro B. È importante avere una propria identità secondo me, però poi bisogna essere anche creativi.

Daniele: Sì, sono d’accordo. Ogni giocatore ha il suo stile. Per esempio io e Matteo utilizziamo lo stesso modulo, ma in modo diverso. Diciamo che c’è anche uno studio degli avversari, soprattutto quelli più conosciuti. Gli altri si vede in game e ci si adatta di conseguenza.

In Pro Player, edito da Mondadori, Daniele Paolucci ripercorra la sua carriera di giocatore professionista.

Differenze tra giocare un torneo live come le eWorld Cup Finals e uno online?

Daniele: La differenza più evidente è che si passa da giocare a casa a farlo in un posto con una luce sparata negli occhi e le telecamere che ti riprende. Inoltre anche il gioco cambia, visto che utilizziamo la versione Esport. FIFA 20 Esport, non FIFA 20. Ed è differente. In questo torneo, ad esempio, il gioco è lento, molto lento, diverso dall’online dove di solito lo sviluppo dell’azione è più veloce. Quindi è necessario un periodo di adattamento. Altra cosa che cambia è la possibilità di scegliere tra tutti i calciatori. Li hai tutti sbloccati. L’intero catalogo compresi i Toty e tutte le Icon. Un po’ il sogno di tutti i giocatori.

Matteo: C’è una notevole differenza. A casa abbiamo il FIFA 20 che conosciamo, a cui giochiamo tutti i giorni. Abbiamo la nostra squadra, poi arriviamo qui e troviamo un gameplay differente, più lento. Abbiamo la possibilità di utilizzare tutti i giocatori presenti nel gioco, e magari questo ti mette in difficoltà perché ci sono giocatori che non hai mai provato, però pensi “cavolo, sono i più forti quindi devo usarli”, anche se magari non ti trovi subito bene. Poi comunque a casa sei nella tua confort zone, hai le tue comodità. È differente, però personalmente preferisco l’evento dal vivo, perché qui riesci a dimostrare davvero il tuo valore perché bene o male si gioca tutti ad armi pari. Poi in tornei come questo conta tanto la componente mentale. Non devi mai farti buttare giù sempre, ma live è ancora più importante. Soprattutto in un format come questo bisogna sempre pensare a dare il massimo. Per non rimuginare bisogna sempre spingere al massimo.

A proposito di componente mentale, guardando su Twitch diversi streamer, abbiamo notato una certa tendenza a “piangere” e a lagnarsi. Quanto questo atteggiamento è dannoso per un pro?

Matteo: Io personalmente credo di lamentarmi poco. Mi lamento proprio quando si verifica un accumulo di situazioni, quindi mi ritrovo proprio in un bad mood e tutto mi sta veramente andando contro. Se no è inutile. Perché sappiamo tutti come è il gioco. Sappiamo che può succedere di tutto. Ad esempio oggi abbiamo perso una partita due a uno prendendo un gol indecente, con un’animazione mai vista. Poi nella partita successiva il mio avversario ha preso due pali al novantesimo. Come si dice “what goes around, comes around”. Succede a te, poi magari succede all’avversario.

Daniele: Diciamo che molti giocatori non sono abituati a perdere, quindi è come trovare una giustificazione alla sconfitta. In realtà è sbagliato, perché si vince e si perde. Poi è normale che se sei un Pro, sono più le partite che vinci di quelle che perdi. Però non bisogna trovare scuse. A volte può capitare di trovare un avversario che non è detto che sia in assoluto più forte, ma che vince una partita perché in quel momento ha giocato meglio.

Matteo: Un altro fattore è che, secondo me, le persone che streammano sono abituate a lamentarsi di più perché in qualche modo si sentono giudicate da chi le sta guardando. Ad esempio, io la Weekend League la gioco spesso senza preoccuparmene troppo. Perché tolta quella volta al mese che serve per ottenere i Pro Points, le altre per me sono un momento di condivisione per stare in live. E vedo che c’è la gente che si avvelena con commenti tipo “oh ma stai facendo schifo”.

Social network. Quale è il vostro rapporto? Quanto sono importanti/utili per un pro player?

Daniele: Io su Twitch non streammo tantissimo perché purtroppo non riesco a essere live e ad avere una buona connessione di gioco, per cui preferisco giocare tranquillamente senza stream. Sono in live quando posso, ma comunque quelle volte che ci provo dopo tre-quattro partite mi accorgo che le cose non vanno. Purtroppo la mia connessione non mi consente di potermi dedicare mantenendo un livello qualitativo adeguato. Ho un canale Youtube che aggiorno regolarmente e un account Twitter.

Matteo: Twitch è la mia attività social primaria. In passato ho provato a utilizzare Youtube, ma non mi dava lo stesso senso di appagamento che provo quando sono in live e ho un contatto diretto. Poi ho un mio gruppo Telegram che è ad accesso libero, in cui chiunque può entrare e interagire. La cosa bella è soprattutto l’interazione che si viene a creare tra i vari utenti. Poi c’è Instagram, che è un altro canale importante, in cui ho una linea diretta con tutti i follower. Penso di essere uno dei pochi rimasti a rispondere sempre a tutti, la sera non vado a dormire se non ho risposto a tutti i messaggi. Un altro social importantissimo, che in Italia mi sembra sottovalutato a livello di esport, è Twitter. Per me è il social dell’esport, tutti comunicano lì, ci si conosce, ci si organizza magari per tornei di allenamento.

Infine una curiosità. FIFA preferito e giocatore preferito di tutti i tempi?

Matteo: FIFA 18, non solo perché è stato il primo episodio dove ho ottenuto ottimi risultati e ho partecipato al mio primo evento internazionale, ma anche perché credo che sia stato l’ultimo episodio con poca incidenza della cpu. Da FIFA 18 abbiamo visto una cpu eccessivamente “rotta”. Il giocatore che riesumerei da un altro FIFA è Suarez TOTY di FIFA 17.

Daniele: Io FIFA 17, poi al secondo posta FIFA 18. È il gioco che mi ha portato a fare questo a livello lavorativo, a vincere l’europeo e ad arrivare quarto al mondo. Il giocatore invece è Nainggolan. Anche se in realtà il Nainggolan che usavo io all’epoca era forte perché non c’erano le Icon su PlayStation. Adesso come adesso, purtroppo non giocherebbe. Però era un gran giocatore. Un altro che mi è sempre piaciuto è David Luiz, che quest’anno è uscito in edizione speciale e infatti lo sto utilizzando perché ha tutte le caratteristiche del mio difensore ideale.