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Fare il pro player è una faticaccia

Gli esport macinano numeri da capogiro, attirando sempre più ragazzini a caccia di sogni e opportunità. Ma cosa succede quando si firmano gli agognati contratti?

Entro il 2022 il mercato globale dell'esport varrà 1,79 miliardi di dollari.

La vita del giocatore professionista non è tutta rose e fiori. La figura degli atleti di esport, ingaggiati da squadre ricche di sponsor per competere agli eventi internazionali del rispettivo titolo di riferimento, è ormai riconosciuta a livello mondiale. Anche in Italia, paese rallentato da una burocrazia imperante e dalle continue ingerenze politiche nei settori potenzialmente remunerativi, esistono ormai diversi team professionistici ben strutturati, i cui atleti rappresentano il tricolore nel mondo senza il sostegno di alcuna federazione ufficiale. Nonostante la crescita costante, tuttavia, quello degli esport è un settore ancora giovane in cui protagonisti stanno ancora capendo come sopravvivere, un errore alla volta. I pro player, in particolare, sono ragazzi spesso molto giovani che non hanno la minima idea di come funzioni il mondo del lavoro. Nei casi dei professionisti più avanti con l’età, invece, gli ostacoli principali possono essere l’impossibilità di considerare gli esport un vero lavoro con cui sopravvivere o, in alcuni casi, la difficoltà di resistere alle pressioni e di accettare quando si viene superati dalle nuove leve.

Un percorso irto di ostacoli

Abbiamo affrontato il discorso sulle difficoltà e sulle responsabilità dei pro-player con Mauro Lucchetta, psicologo e Mental Trainer per lo sport e gli esport, concentrandoci sui casi di due giocatori italiani: Danilo Petrillo (The Phantom – Tekken 7) e Antonello Gaeta (Schiaccisempre – Street Fighter/Dragon Ball FighterZ/Mortal Kombat). “Le difficoltà del player? Sono in continuo aggiornamento, come i titoli con cui loro competono”, sottolinea Mauro. “Quando finalmente hai padroneggiato le meccaniche, ecco arrivare un aggiornamento in grado di stravolgere il meta o lo stile di gioco, e se non si tratta di un aggiornamento, è soltanto perché l’episodio successivo sta per essere lanciato sul mercato”. Spesso tra i titoli appartenenti alla stessa serie c’è un abisso in termini di meccaniche e contenuti. Per continuare la propria carriera i giocatori professionisti devono essere in grado di evolversi e di abbracciare il cambiamento, anche quando le modifiche non sono in linea con i loro gusti. “Nel gaming, in un’edizione di un titolo sei fortissimo, in quella successiva ti adatti, mentre nell’ultimissima crolli in verticale”, continua lo psicologo. “Molto dipende anche dall’accessibilità del gioco, dalle scelte dello sviluppatore, dai gusti del mercato. Se tu ne hai fatto una filosofia di vita, ti devi scontrare con decisioni che arrivano dall’alto. Questa è una differenza marcata rispetto allo sport tradizionale, dove i cambiamenti di norma sono di portata inferiore, più facilmente assorbibili e ti garantiscono un periodo di stabilità minima pari ad almeno l’anno sportivo”.

“Negli esport non sempre si riesce a dare in massimo, anche quando si è tra i migliori al mondo: in fin dei conti, c’è troppa variabilità”.

L’umiltà come strumento di crescita

Le parole di Mauro ci accompagnano verso l’analisi del ritiro di Schiaccisempre, giocatore professionista ormai lontano dalle competizioni. Antonello Gaeta ha vissuto i suoi anni d’oro come pro player quando l’esport non era ancora esploso. Nell’era di Street Fighter IV, quando i tornei non erano ancora eventi milionari capaci di attirare giocatori, pubblico e sponsor, Schiaccisempre ha conquistato risultati importanti nella scena italiana, faticando però a mettersi in mostra durante le rare trasferte all’estero. L’arrivo di Street Fighter V, con il nuovo sistema di gioco e le innumerevoli modifiche apportate da CAPCOM, ha destabilizzato Antonello, che si è ritrovato a perdere senza capire esattamente il perché. Dopo un percorso fatto di alti e bassi, la sconfitta subita per mano dell’allora emergente Geecko al qualifier italiano per il Red Bull Kumite, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo il giocatore ad abbandonare il ring per dedicarsi a una più rilassata carriera da influencer nel settore dei giochi di combattimento. Contattato prima della stesura di quest’articolo Schiaccisempre ha preferito non rilasciare dichiarazioni, quindi riportiamo le parole del post pubblico sulla sua pagina Facebook, scritto poco dopo la bruciante sconfitta subita al MOBA di Milano. “Ho deciso di puntare tutto su questo torneo, investendo un numero di ore senza precedenti nell’allenamento e nel perfezionamento di ogni matchup ostico che avrei potuto incontrare. Un numero di ore impressionante anche se paragonato al mio periodo migliore in Street Fighter 4”, spiegava Schiaccisempre nel suo sfogo. “Questo non tanto per vincere, ma per eliminare ogni fattore attenuante in caso di una performance negativa, in una parola NO EXCUSES. Sono arrivato terzo, il che per me è inaccettabile”. Uno degli elementi chiave per avere successo nel mondo del professionismo è la capacità di riprendersi dalle sconfitte, anche da quelle più dure, imparando dai propri errori ed esaminando i match concessi in torneo. Senza questa caratteristica è impossibile stare al passo con la crescita costante del livello competitivo in tutto il mondo. Nel corso della sua carriera, un pro player non è al centro del mondo, ma è un’entità in continuo movimento che impartisce severe lezioni senza mai smettere di imparare dal prossimo. Tutto questo, possibilmente, senza mai smettere di divertirsi.

Nel suo post Schiaccisempre ha attribuito la sconfitta alla casualità del gioco e al suo scarso valore come giocatore. Così facendo, però, non ha riconosciuto le qualità degli avversari.

L’impatto devastante di un unico tweet

Come sottolinea Mauro Lucchetta, un altro grande problema dei giocatori professionisti è la gestione della popolarità. “I player molto spesso non sono pronti per gestire la popolarità e commettono errori o ingenuità tali da far rizzare i capelli del manager della Org (abbreviazione di Organizzazione, NDR)”, sostiene lo psicologo. Pochi giorni fa, nella scena internazionale di Tekken è scoppiato un caso di presunto razzismo a causa di un tweet di The Phantom, ora cancellato. Danilo “The Phantom” Petrillo è un giocatore italiano forte e di grande esperienza da tempo trasferitosi in Inghilterra. Oltre a essere un personaggio benvoluto e apprezzato dalla scena, si è sempre impegnato per favorire l’integrazione dei nuovi giocatori. Quando si veste la maglia di una squadra godendo del supporto di uno sponsor, tuttavia, anche alle figure più amate un solo errore può costare caro. Dopo l’annuncio di Leeroy Smith, nuovo personaggio di Tekken che con ogni probabilità andrà a sostituire il vecchio Wang, Danilo ha pubblicato un tweet in cui dichiarava di dover sempre giocare con personaggi “negri”. In pochi istanti il popolo di Internet ha sommerso The Phantom di commenti indignati, scatenando una shitstorm immediata impossibile da arginare. Dopo aver cancellato il tweet e postato le scuse pubbliche. Qui:

E qui:

Danilo ha ricevuto un’email dai responsabili del suo team, dove gli veniva comunicata la rescissione del contratto, come testimoniato da questo tweet:

“Il mio personaggio principale in Tekken è sempre stato di colore” commenta The Phantom, contattato per parlare dell’argomento. “Il secondario, invece, era un vecchietto cinese. Dagli annunci di Bandai Namco del 4 agosto ho riscontrato che questo personaggio verrà sostituito da uno simile, ma di colore. Ironia della sorte vuole quindi che i miei personaggi principali debbano continuare ad essere di colore, visto che mi troverò in qualche modo costretto a mainare questo Leroy, anziché Wang, che tanto desideravo. Vedo molte persone, anche di etnie diverse, fare spesso e volentieri uso della parola incriminata”, continua il giocatore. “Posso dire di essere ormai diventato un personaggio di una certa fama, seppur caratteriale, all’interno del panorama mondiale di Tekken. Ho pensato che non avrebbe guastato l’utilizzo della suddetta parola una volta tanto, a sfondo prettamente sarcastico, giusto per l’occasione. Ho colto la palla al balzo e ho scritto un tweet con la frase in inglese ‘Ma perché devo mainare sempre ne**i?’ ed è stata la quiete prima della tempesta”.

Basta un errore, per mandare in fumo anni di lavoro. Dopo il brutto episodio dei giorni scorsi, The Phantom sta tornando alla normalità e molti team sono già pronti a ingaggiarlo.

Il rapporto con il datore di lavoro

Come si posizionano, in tutto questo, i team professionistici? “Una delle principali richieste psicologiche che mi arrivano dalle Org, se non la principale a tutti gli effetti, riguarda proprio come far comprendere al giocatore la nuova dimensione che egli dovrà assumere una volta entrato a far parte del team”, racconta Mauro Lucchetta. “Messaggio non sempre facile da far arrivare al ragazzo, perché in fin dei conti fino a poco tempo prima lui se ne stava serenamente a giocare in camera sua, mentre ora ha tutta una serie di responsabilità e compiti da soddisfare… rimanendo comunque in camera sua! Perlomeno finché non ci sarà un evento dal vivo”. Per le squadre è fondamentale assicurarsi che i giocatori che indossano la loro maglia siano responsabili. Ecco perché si lavora molto sulla formazione, insistendo in modo particolare sul rapporto con il pubblico e sull’uso mirato dei canali social. Di fronte a casi delicati come quello di The Phantom, però, la rescissione del contratto diventa inevitabile, anche a costo di sacrificare una risorsa preziosa. “La nostra organizzazione ha un’etica solida e principi ben radicati”, recita la dichiarazione inviataci da un responsabile di District G, ex-team di The Phantom. “Rispetto a determinate problematiche seguiamo una linea di tolleranza zero, in particolar modo in un’epoca in cui internet ha un’influenza notevole. Abbiamo la responsabilità di condividere messaggi positivi e di definire degli standard. Ed è esattamente ciò che continueremo a fare”.

Se vogliamo far crescere il livello e la qualità dell’esport è indispensabile che i Team responsabilizzino i propri giocatori, anche a costo di prendere decisioni difficili.

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