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Com’è fatta una sala giochi giapponese

Un viaggio in Giappone non è completo senza una visita in sala giochi: ecco ciò che vi potete aspettare

Le sale giochi sono ancora vive e vegete in Giappone. Nel quartiere di Akihabara sono presenti diversi Sega Game Center a pochi metri di distanza uno dall’altro.

Volo: 12 ore. Sbarco, passaggio all’immigrazione e recupero bagagli: 30 minuti. Treno e metropolitana per arrivare all’albergo dall’aeroporto di Narita: un’ora e qualche minuto. Il tempo totale è facile da calcolare e, considerando orario di decollo e differenza di fuso, giungo davanti al mio albergo alle 13:00 del giorno successivo rispetto alla mia partenza. Sono un po’ stanco e un po’ sballottato. Sono tanto sudato e smanioso di prendere possesso della mia stanza. Il buon Eichiro mi accoglie con la cortesia tipica di un perfetto addetto alla reception. Scruta con attenzione il mio passaporto, pigia quattro tasti sulla tastiera davanti a lui, controlla sul monitor e mi ripete i dettagli di una prenotazione che ormai conosco a memoria. Attendo con impazienza la chiave, ma ricevo una mazzata che potrebbe stendermi. “Check-in time is 3pm”, mi dice sorridendo. “Come è umano lei”, penso mentre lo osservo con un’espressione fantozziana. Abbandono il mio bagaglio e mi dico: e ora che faccio per due ore? Esco, due passi, un centro commerciale e una scritta: “Taito”. Una sala giochi! Ecco cosa fare…

Un mondo diverso

Mentre la scala mobile scende lentamente verso la meta, la mia mente fa un tuffo nel passato. Ricorda suoni, eventi, persone. Qualunque appassionato di videogiochi di una certa età, che ha avuto modo di frequentare le sale giochi nel momento di massimo splendore (nel caso del sottoscritto, ultraquarantenne con militanza arcade nella seconda metà degli anni ’80 e negli anni ’90) avrà sicuramente qualche aneddoto da raccontare legato a personaggi più o meno stravaganti e a situazioni al limite dell’assurdo. Le sale giochi italiche non erano sempre un posto tranquillo e non erano sempre il massimo della pulizia. Non accadeva (quasi) mai che i cabinati sembrassero appena usciti dalla fabbrica, anche quando in effetti lo erano. Però erano luoghi dove ci si poteva divertire. Questo, e solo questo, è praticamente l’unico elemento di contatto con una sala giochi nipponica. Potrebbe sembrare il classico luogo comune, lo stereotipo dell’italiano più “casinaro” e disordinato contrapposto al giapponese precisino e perfettino, ma la realtà è proprio questa. Le sale giochi giapponesi, perlomeno la decina che ho avuto modo di frequentare, sono uno spettacolo anche solo da vedere. Cabinati allineati senza un minimo graffio, personale che gira per la sala con tanto di straccio e spruzzino per pulire gli schermi, controller che funzionano alla perfezione. Difficile trovare qualcosa di cui lamentarsi. E poi, perla finale, non c’è neanche il tamarro di turno che ti disturba con il classico “scusa, hai un gettone?” o che ti spinge via al grido di “te lo faccio io il boss” per poi morire miseramente…

Picchiare selvaggiamente su due tamburi è un ottimo modo per combattere lo stress. Più difficile è riuscire a farlo tenendo il tempo…

A cosa gioco oggi?

A prescindere da ordine e pulizia, ha ancora senso andare in una sala giochi, quando ormai le console moderne hanno raggiunto un tale grado qualitativo da offrire titoli di stampo arcade di qualità assoluta, divertenti da giocare e spettacolari da vedere? La risposta a questa domanda è un chiaro e netto sì, per un semplice motivo. Per un semplicissimo motivo. Le sale giochi giapponesi offrono qualcosa di diverso. Qualcosa di più. Offrono strutture e dinamiche di gioco che magari abbiamo già sperimentato e provato a casa, ma le inseriscono in un contesto differente. Un contesto che permette di vivere una vera e propria esperienza impossibile da replicare all’interno del proprio appartamento. Perché se è vero che tutti possiamo controllare un robot comodamente seduti sul nostro divano, nessuna persona con disponibilità economiche nella norma può farlo rinchiuso all’interno di una vera e propria plancia di comando. Perché se è vero che tutti possiamo utilizzare il nostro simulatore di treni preferito una volta usciti dall’ufficio, nessuna persona con disponibilità economiche nella norma può farlo entrando in una cabina che contiene controlli, maxischermi e sedie. Oltre a un appendiabiti con tanto di giacca e cappello, per immedesimarsi di più. Questi sono due esempi, ma si potrebbe andare avanti ancora a lungo spaziando tra diversi generi. Giochi di pesca che permettono di gettare l’amo nelle profondità marine in cerca di pesci più o meno pregiati. Oppure gli immancabili simulatori di guida, con volanti, pedaliere e cambi che scorrono tra le dita e sotto le suole dei piedi con un’assoluta precisione e perfezione. O ancora il genere principe delle sale giochi nipponiche, perfetto per essere giocato anche in compagnia e che si presta benissimo a un contesto colorato e rumoroso: i rhythm game. Gli enormi tamburi di Taiko no Tatsujin da picchiare con una cadenza ben precisa dopo aver recuperato le due mazze ordinatamente riposte nel proprio alloggiamento. Lo schermo touch di MaiMai Deluxe, che a prima vista può sembrare l’oblò di una lavatrice, ma che in realtà è uno squarcio in un mondo di luci e suoni. E poi, classico dei classici, postazioni con chitarre e batteria per trasformarsi per qualche minuto in una vera rockstar.

No, non è un nuovo modello di lavatrice luminosa. È MaiMai Deluxe, rhythm game targato Sega.

Farsi coinvolgere dall’atmosfera è solo una questione di tempo, ed è impossibile resistere alla tentazione di investire qualche yen per una partita. Così, dopo aver trascorso alcuni minuti da “guardone videoludico” a osservare le incredibili evoluzioni di un manipolo di giovani e giovanissimi, mi sono buttato anche io nella mischia. Risultati? Vagamente sufficienti in alcuni casi (6– per l’impegno dimostrato, avrebbero detto i miei professori al liceo), tra il tragico e il comico in altri. Malgrado il mio spirito competitivo, chiunque si alternasse al mio fianco riusciva a essere più veloce, più agile, più preciso, più a tempo del sottoscritto. Mentre due studentesse con ancora indosso la loro uniforme colpivano selvaggiamente (ma con un invidiabile senso del ritmo) le “pelli” del già citato Taiko no Tatsujin, io annaspavo cercando di non perdere troppe battute. Mentre un giovane pennellava traiettorie sull’asfalto di Initial D Arcade Stage Zero, la mia auto sbandava selvaggiamente. E non una di quelle sbandate fighe in stile Fast & Furious. Una di quelle del tipo “mamma mia, e ora dove andrò a sbattere?”. Figuraccia dopo figuraccia mi sono allontanato comunque con il sorrise sulle labbra, divertito per quanto provato, sicuro che avrei ripetuto l’esperienza nei giorni successivi. Mentre mi incamminavo verso l’uscita ho posato il mio sguardo su una ragazza che, una pistola per mano, muoveva con impressionante rapidità le braccia colpendo bersaglio dopo bersaglio. Stava giocando a Gunslinger Stratos Σ, ultimo nato di una serie di coin op tanto bello da vedere quanto esaltanti da giocare.

Perché accontentarsi di una foto normale, quando si può “abbellirla” con filtri ed extra di ogni genere?

Foto e oggetti ricordo

Tutto qui o c’è dell’altro? Le sale giochi giapponesi nascondono magari qualche altro segreto? A ben vedere, un paio di altre cose di cui parlare ci sarebbero. La prima sono i photo booth o, per dirla alla giapponese, i purikura. Si tratta di una versione riveduta e corretta delle classiche cabine fotografiche, con una serie di “piccole” varianti che le rendono uniche. Gli scatti non sono infatti pensati per essere utilizzati per documenti ufficiali, ma come veri e propri oggetti ricordo unici nel proprio genere. Per differenziarsi, ogni purikura offre quindi un set di filtri e di effetti grafici con cui modificare l’immagine, oltre alla possibilità di aggiungere scritte che la rendano ancora più personale. Un tripudio di cuoricini, stelline e animaletti piuttosto stravagante che, lo ammetto candidamente, non ho avuto il coraggio di provare. La seconda invece è un’area della sala giochi ampia, ampissima. Un’area che in alcuni casi arriva addirittura a estendersi su due o più piani. Al suo interno si trovano decine di macchine tutte simili tra loro. Come sono fatte? Struttura metallica, vetro trasparente, un paio di pulsanti, oggetti buttati al loro interno in maniera (solo apparentemente) casuale. Sono gli Ufo Catcher. Ma per loro non c’è spazio qui. Perché saranno i protagonisti di un’altra storia…

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