Abbiamo provato in anteprima Yakuza 7 | Rolling Stone Italia

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Abbiamo provato in anteprima Yakuza 7

Destreggiarsi tra code e ideogrammi non è semplice… ma per Yakuza 7 ne vale la pena!

Riuscirà il quartiere di Isezaki a essere all’altezza della leggendaria Kamarucho?

È una sera come tante a Tokyo. L’estate sta vivendo i suoi ultimi giorni, con un caldo ancora opprimente (maledetta umidità) che viene solo parzialmente mitigato da qualche refolo di vento. Sto camminando circondato dagli schiamazzi della gente e da enormi insegne al neon che pubblicizzano negozi e locali di ogni genere. Questo è Kabukicho. Ma non solo. Per gli appassionati di videogiochi, è anche Kamarucho. Mentre cammino tra una sala giochi e un ristorante, tra un karaoke e un hostess club ho l’impressione di scorgere un volto noto. Lo osservo tra la folla, poi lo perdo di vista. Sembrava proprio Kiryu. Ma era davvero lui? Non lo scoprirò mai, e un po’ mi dispiace. Perché gli avrei voluto dire grazie per anni di strepitose avventure. E perché gli avrei voluto fare una domanda: “lo conosci Ichiban Kasuga?”

Un nuovo inizio

Alla fine, io l’ho conosciuto Ichiban Kasuga. Per un breve periodo di tempo, ma l’ho conosciuto. L’ho incrociato una mattina al Tokyo Game Show. A dire il vero, incrociato non è il termine adatto, perché presuppone una certa casualità. Invece nel nostro incontro non c’è stato nulla di casuale. Ho trascorso infatti un’ora in coda per vederlo, circondato dai suoni e dalle luci sfolgoranti che caratterizzano qualunque fiera di videogiochi che si rispetti. Accolto da una guida ai controlli (in giapponese), salutato da una gentile standista (in giapponese) e introdotto al gioco da una lunga sequenza (in giapponese) ho mosso i primi passi nella città di Yokohama, più precisamente nel quartiere di Isezaki Ijincho. Impressioni iniziali? Strane, non semplici da spiegare. Sembrava che un mondo a me noto e conosciuto, a cui ormai ero abituato e di cui conoscevo praticamente ogni dettaglio, fosse cambiato pur rimanendo uguale a sé stesso. Le strade e i palazzi erano simili a quelli che avevo visto per anni, ma non erano gli stessi, E poi c’era lui, Ichiban Kasuga. Abituato all’eleganza di Kiryu, al suo impeccabile abito bianco e alla sua pettinatura senza un ciuffo fuori posto, è stato strano avere a che fare con un soggetto tanto diverso. Con un vestito di un colore che fatico a individuare (azzarderei vinaccia, ma la mia scala cromatica si limita all’arcobaleno e a poco altro), una barbetta accennata e un’esplosione di capelli, Kasuga è entrato in scena accompagnato da due amici e ha subito messo in chiaro che, per la sua prima avventura, le cose erano destinate a cambiare. Perché Yakuza è sempre Yakuza, ma lui non vuole essere una copia, sbiadita, di quanto visto in passato…

Da quel poco che sappiamo, Ichiban Kasuga sembra essere un personaggio ben diverso da Kiryu Kazuma. Meglio così.

A chi tocca picchiare?

Yokohama sembra un bel posto. C’è tanto da fare, tanto da vedere, tanto da scoprire. Un ambiente più grande rispetto alla Kamarucho a cui siamo stati abituati, che avrei voluto esplorare con calma e tranquillità. Purtroppo, o per certi versi per fortuna, tutto questo non è stato possibile. Mossi i primi passi, mi sono infatti imbattuto in un gruppetto di simpatici guasconi che, dopo aver lungamente inveito contro il sottoscritto, ha avuto la brillante idea di affrontarmi in combattimento. Pronto a scattare, a raccogliere oggetti, a lanciarmi in combo già note e ampiamente sperimentate, mi sono trovato di fronte uno scenario diverso, nuovo, per certi versi spiazzante. Salutiamo con un fazzoletto in mano (e una lacrima che scorre sulla guancia) i controlli action, diamo il benvenuto a un combat system in stile GDR a turni. La partenza è, lo ammetto con la massima onestà, all’insegna della casualità. Mi muovo in un mare di ideogrammi senza la minima consapevolezza di quali saranno i risultati delle mie azioni. Vengo trascinato dalla corrente. Faccio cose, premo tasti, eseguo azioni. Guardo lo schermo e un po’ intuisco, un po’ capisco, un po’ continuo a brancolare nel buio. Faccio passi in avanti, e al secondo turno ho un’idea di cosa sta accadendo. In fondo è, di base, tutto abbastanza semplice. Attacchi “normali”, mosse speciali, utilizzo di oggetti, una poco eroica (ma a tratti necessaria) fuga: quattro tasti, quattro azioni. Poi c’è, però, tutto il resto. Sottomenù che aprono le porte a ulteriori opzioni (e a un’ulteriore valanga di ideogrammi), e che conducono all’esecuzione di una serie di mosse sempre più avanzate che risultano estremamente spettacolari nella loro assurdità. Ammetto di essermi quasi strozzato dalle risate quando è apparsa su schermo una gigantesca aragosta, utilizzata come corpo contundente in un tripudio di sangue, violenza, punti (di sutura) che aumentano e punti (vitali) che diminuiscono drasticamente. Procedendo con una fidata mazza da baseball, una sorta di novella Excalibur estratta dal cemento, Kasuga ha messo subito in chiaro due cose. La prima è che avere a che fare con lui non sarà facile, chiunque sia l’avversario gli si parerà davanti. La seconda è che, pur con la necessità di ulteriori e più accurati approfondimenti, la scelta di stravolgere completamente le dinamiche di combattimento ha superato il primo esame. Una decisione coraggiosa, che vuole segnare un distacco dal passato e mostrare il nuovo protagonista non come una copia in carta carbone di Kiryu ma come un personaggio a sé stante, che sembra funzionare piuttosto bene.

Il nuovo sistema di combattimento riduce la velocità d’azione ma offre una gestione più ricca di opzioni e di soluzioni differenti.

Tutto qui?

No, non è tutto qui. Una prova di un titolo della saga di Yakuza, anche se si tratta solo di una demo, non sarebbe completa senza un minigioco o una sottotrama secondaria. E così, mentre valuto quale bevanda energetica acquistare nel classico distributore automatico, mi imbatto in un vecchietto che mi propone una gara di kart. E non una gara qualunque. Una sorta di Mario Kart incontra Yakuza, in cui i gusci colorati sono sostituiti da veri e propri missili, in cui ci sono turbo, curve a gomito e tante sportellate. Scendo in pista, vinco e perdo, mi diverto e impreco contro gli avversari. Proprio quando sono pronto a nuove ed emozionanti avventure, sullo schermo compare un enorme logo. Una simpatica ragazza mi porge un gadget, poi indica la via d’uscita accompagnando il tutto da un breve discorso in giapponese. La guardo perplesso, sorrido, un inchino e mi allontano sorridente. Ho capito tutto? No, direi di no. Però ho una cosa chiara in mente. Ho un nuovo amico, e il suo nome e Ichiban Kasuga.

Modelle e una vasca piena di soldi… cosa aspettarsi di più da uno stand in una fiera di videogiochi?

 

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