Segni particolari: rosso, frizzante, piacione (e ovviamente bellissimo) | Rolling Stone Italia
LA RIVINCITA DEL BRUSCO

Segni particolari: rosso, frizzante, piacione (e ovviamente bellissimo)

Da guilty pleasure a vino dell’anno per il Gambero Rosso: it’s Lambrusco, baby, il vino che fa impazzire americani, russi (così narra il gossip), e pure gli astemi. Una relazione che sgrassa, sta bene con tutto e non impegna

Damian Lewis in 'Billions'

Foto: Showtime

Il primo amore con un vino si ricorda con precisione tattile. A me successe con una boccia da cinque euro circa, trovata nello scaffale basso di un supermercato di Reggio Emilia. Lui, dentro, è rosa, esplode in bocca con prepotenza, e ha l’acido del lampone. Si chiama Chiaro del Pescatore, smorza la canicola estiva e si appiccica alle labbra più di un film di Sofia Coppola. Viene da poco lontano, giù da lungo la provincia che diventa Po: il Comune è Gualtieri, il vino, prodotto della Cantina Sociale del posto.

 

 
 
 
 
 
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È un Lambrusco, anzi, un Lambrusco Reggiano, della razza che, lo scorso ottobre, ha fatto chiacchierare per un pettegolezzo sugoso e acido: è proprio vero che Berlusconi ha inviato una caterva di bottiglie di frizzante emiliano a Vladimir Putin? E se sì, perché proprio di Lambrusco e non di un Chianti pregiato, bello maschio, così tipicamente Italian Stallion? Alla prima domanda, probabilmente, non vale la pena trovare risposta. Ci penserà la Marietta con le amiche del bar. Per quanto riguarda la seconda, invece, qualche riflessione si può fare. Partendo, come spesso succede, da un salotto milanese.

È una festa, si fuma, girano bicchieri con fare supponente: Nebbiolo, Brunello, il Prosecco scorre a fiumi. «Ma hai visto che ha fatto quello?» «E dell’ultima uscita di questa casa editrice, ne vogliamo parlare?» «Ah, i cinema, non sono più quelli di una volta.» Eh, già. A un certo punto, però, arriva lui: appena tornato dagli Stati Uniti, non vede sulla lista il nome del nettare per cui gli americani hanno perso la testa. Pronuncia la frase che gli invitati si tenevano dentro, che rimuginavano scorrendo le etichette delle bottiglie servite, perché, a pensare che Milàn sia più indietro di New York, si sarebbe nel torto: ma un goccino di Lambrusco? Ed è allora che saltano i tappi. Il vino brusco – la denominazione deriva dall’antico nome della sua tipica vite, che i romani chiamavano, appunto, la brusca – dell’Emilia è sulla bocca di tutti, nella bocca di tutti. A volte in una variante profana che prevede la sua sostituzione al Prosecco nella composizione dello Spritz. Non entriamo nel merito. Sta di fatto che la bottiglia verde rigorosamente spremuta in casa, che i bisnonni mettevano in tavola pranzo e cena, è ora il vino rosso più venduto al mondo, per numeri complessivi secondo solo proprio al Prosecco.

Il perché me l’ha spiegato Paola Rinaldini, proprietaria dell’Azienda Agricola Il Moro di Calerno di Sant’Ilario d’Enza, nella campagna reggiana che tira verso Parma. È qui, al confine tra le due province, che le generazioni della famiglia di Paola coltivano e vinificano. Lambrusco, si capisce. Incontro Paola in una classica mattina di merda emiliana. È gennaio, c’è questa bruma che sale dalla terra smossa dei campi, ‘sa vêd mia un câs (non si vede un cazzo, Nda), l’odore dell’umidità minaccia di sovrastare i vapori di fermentazione delle uve, e ce ne vuole. Fa caldo che sembra primavera. «Qui, adesso, dovremmo stare a meno cinque, averci del ghiaccio, o almeno del freddo da far morire i patogeni delle piante. Invece siamo invasi, prime fra tutti le cimici asiatiche. Oggi il consumatore non se ne accorge, vede il futuro in cui la sua tavola sarà intaccata dal cambiamento climatico molto lontano. Io ti dico che si sta già muovendo da anni».

 

 
 
 
 
 
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Paola ha fatto la prima vendemmia a sedici anni. L’anno scorso sono state quarantaquattro, una diversa dall’altra. Quello che non è mai cambiato, la cura per il suo prodotto, la voglia di innovazione continua. Mi spiega che il Lambrusco è sempre andato forte sui mercati internazionali, ma soprattutto come prodotto da prezzo, industriale e per le masse. Lì sì che era più simile a quello che avrebbe potuto imbottigliare il bisnonno. Ma poi arriva una rivoluzione – tecnica prima ancora che del gusto – iniziata suppergiù una trentina d’anni fa.

«Vedi, ci sono stati degli anni, circa dai Cinquanta agli Ottanta, dove il mangiare era una cosa diversa. Dalla tradizione venivano gusti forti, e l’industria ci aveva abituato a tantissimi ingredienti chimici o comunque in aggiunta rispetto al prodotto puro». Per il vino, il cambiamento è iniziato proprio dai prodotti di lavorazione, ora in gran parte di origine naturale e appositamente studiati per ogni tipo di uva. E poi nuove macchine, più gentili; l’entrata delle lavorazioni a freddo; e, soprattutto negli ultimi anni, il recupero della pratica Amarcord della fermentazione in bottiglia o metodo ancestrale, spesso associata alle produzioni biologiche e biodinamiche. Il risultato, vini più buoni. Su tutto il mercato, ma soprattutto per le bollicine, che Paola chiama “vini tecnologici”: il Prosecco e, appunto, il Lambrusco.

Io facevo il Lambrusco anche quarant’anni fa, no? E i clienti lo bevevano e mi venivano a dire che era buonissimo. E lo era, per i tempi. Oggi, nessuno si sognerebbe mai di bere una roba del genere. E avrebbero ragione!» Già. Come tutta la lore del Made in Italy, pure quella sulla qualità del vino è molto più recente di quanto si possa pensare, una questione di marketing. Anche perché il vino, e il Lambrusco in primis, una volta era un alimento, e per questo consumato così spesso. Oggi, invece, per il vino si parla di edonismo, consumo di piacere e occasionale, a cui piace variare: venerdì Pignoletto, sabato Nero d’Avola, Gewürztraminer la domenica. E il mercato, per assecondare i capricci del palato, si è infittito e complicato. «Vendere, vendere, vendere. Non è un mantra, ma una maledizione. Anni fa il vino lo davi porta-porta ai ristoranti, quattrocento bottiglie a cliente le facevi senza problemi. Ora non si prendono più rischi, comprano piano. A chiunque volesse aprire da zero un’attività per fare del vino, direi: prima capisci a chi vendere, poi come fare il prodotto. Però è vero che, alla fine, l’importante è che del Lambrusco si parli. E con così tanti giocatori sul campo, è impossibile non farlo».

Consiglio tutt’altro che ozioso: tra nuovi e storici produttori, l’offerta di Lambrusco si è notevolmente ampliata nelle tre province di produzione principale, Modena, Reggio Emilia e Parma; i premi, moltiplicati. Non è un caso che Gambero Rosso abbia dedicato la copertina del suo numero 363, lo scorso aprile 2022, proprio al Lambrusco, eleggendolo “vino dell’anno” per la lezione che ha saputo impartire al mercato internazionale, raccogliendo menzioni d’onore in tutto il mondo, specialmente, però, sul mercato anglosassone. Il Vecchio Moro di Paola, per esempio, un Lambrusco strutturato, dal corpo bello prominente e un tannino purissimo, è finito nelle classifiche del britannico Independent e dell’americano Washington Post. Vedi che, alla fine, quei contadini avvinazzati…

D’altronde, non c’è da meravigliarsi. Il Lambrusco non è una bevuta da corteggiamento: un sorso – il primo, il più frizzante – è tutto quello che serve per cadere ai suoi piedi. È vero per onnivori, flexitariani, vegani, pescetariani, aggiungerei gli astemi: il Lambrusco (rosso, rosato, bianco; frizzante, secco, spumante, amabile, ancestrale che sia) sgrassa, pulisce, esalta, in poche parole, sta bene su tutto, anzi, fornisce un’ottima scusa per concedersi quell’abbuffata di troppo. Tanto, c’è l’anidride carbonica che manda giù.

Ma Putin? Davvero-davvero non riusciamo a indagare la questione? Mi torna ancora in aiuto Paola, che sghignazza e mi dice che lei, i giornali e il chiacchiericcio social, a volte non li capisce. «Dopo che era uscita la notizia hanno iniziato a chiamarci. Una valanga di telefonate, volevano sapere se questa storia di Putin era vera, se era vero che noi serviamo Berlusconi. Io ho solo risposto che non potevo né smentire, né confermare: sui miei clienti privati mantengo il riserbo più totale. Però, quanta bella pubblicità.» Mh, Peccato. Alla fine, però, meglio così: è molto più romantico sognare intrighi internazionali a base di bollicine piuttosto che arrivare fino in fondo alla visione e scoprire che il colpevole non era così Bogart-glam come pensavamo.

Torniamo un attimo al famoso salotto milanese, dove abbiamo lasciato i nostri personaggi a bocca secca perché, alla lunga, tartine e paninetti asciugano. «Alura, ‘sto Lambruschino?». Vogliamo immaginare che un curvo vecchietto emiliano intervenga a salvare la situazione, una cassa di gonfie bocce da imbottigliamento sulle spalle, scure e polverose, il viso scottato dal sole della vigna, le mani ancora morbide di terra e rugiada. Lo immaginiamo raggrinzito, a far la raccolta a mano va a finire che ci si può racchiudere in una noce. Epperò li guarda in faccia, questi radical festaioli, ha lo sguardo torvo e profondo tipico della brulla nebbia padana. Si avvicina al tavolo, sparge tracce di melma dai calcagni. Si libera le spalle dal gravoso carico. Lo stappa, lo accarezza, lo ama. Lo smesta con cura per servirlo ai presenti. È vivo, rosso, frizzante. Un bouquet di frutti rossi riempie la stanza. I milanesi avvicinano la superficie delle labbra al gradito nettare. Gli esplode in bocca, e urlano di piacere. Quello là che è tornato dall’America non contiene l’entusiasmo: «Truly, a match made in heaven!». Il contadino l’inglese non lo mastica, ma se ne va lo stesso compiaciuto. Non ha tempo da perdere. Ha altra uva da pigiare, lui.

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