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A ognuno la sua: fenomenologia del pasto più anarchico della giornata

Salata o dolce; ricca o essenziale; a casa o al bar: la colazione è un atto libertario e nichilista, dove è proprio l'assenza di regole a diventare regola. Voi scellerati che la saltate, non sapete che vi state perdendo

Foto: Getty Images

Viaggiando per il mondo mi è capitato di fare le colazioni più disparate. Forse la più sorprendente fu quella che mi arrivò direttamente in camera, alle ore 8, in un hotel in Sri Lanka: curry di pesce accompagnato da finissimi spaghetti, conditi con salsa piccante a base di cocco. Seconde classificate le chilaquiles, che ordinai scegliendo a caso dal menu al mio primo risveglio a Cancún: tortillas di mais fritte e spezzettate, ammorbidite da un abbondante quantitativo di salsa rossa, sovrastate da formaggio, coriandolo, avocado e panna acida. In Rajasthan vanno forte le lenticchie (speziatissime, ça va sans dire) e, senza andare troppo lontano, a Edimburgo – ordinando una full scottish breakfast – ci si ritrova nel piatto anche l’haggis (un insaccato di interiora di pecora). Potrei andare avanti elencandone molte altre, esperite o di cui mi è stato raccontato, ma penso si sia capito dove voglia andare a parare: quasi ovunque, sul pianeta Terra, la prima colazione non si discosta più di tanto dagli altri pasti della giornata. Da noi, invece, sì.

Merendine, biscotti, succhi di frutta, latte, spremuta, yogurt, creme spalmabili, miele, burro, confetture, cereali, muesli, fette biscottate, brioche: nell’immaginario collettivo della tipica colazione nostrana rientrano quasi esclusivamente cibi dolci. Devo dire che la cosa mi dispiace un po’, essendo ormai da tanti anni abituata a mangiare pane tostato con affettati e formaggio, uova e avocado. Sono consapevole di non essere sola, ma altrettanto certa di far parte di una minoranza.

Il problema non si pone facendo colazione a casa, dove ognuno è libero di prepararsi quel cavolo che gli pare, ma al bar la situazione è ben diversa. Talvolta si fatica a procacciarsi anche un banalissimo toast: «Mi dispiace, non li abbiamo ancora preparati», ci si sente rispondere. Ok, le eccezioni esistono; sicuramente dipende molto anche dalla regione in cui ci si trova — focaccia ligure sempre grazie di esistere — e dalla tipologia di locale che si ha a disposizione — bakery e panetterie con annesso servizio di caffetteria, per esempio, sono senz’altro più inclusive e possibiliste — ciononostante, solitamente, la ricerca di una colazione salata soddisfacente può risultare alquanto difficile e fallimentare.

Foto: Eryk Piotr Munk on Unsplash

Come mai? «In Italia sono state fondamentalmente le réclame in onda durante Carosello a definire i tratti della colazione nazionale» — racconta Nicola Robecchi, gastronomo — «È col boom degli anni Sessanta che iniziano a fare capolino, prima in televisione e poi nelle case degli italiani, marmellate e prodotti da forno confezionati, creme spalmabili, preparati solubili a base di cacao e orzo e, soprattutto, il caffè, che fino a quel momento era considerato un bene di lusso. Fino agli anni Cinquanta il primo pasto della giornata consisteva fondamentalmente in una zuppa di latte e pane raffermo o avanzi del giorno precedente; formaggio, polenta, minestra, salame». La colazione dolce è dunque un’invenzione relativamente recente e strettamente legata allo sviluppo dell’industria alimentare ma anche a un’evoluzione dei ritmi di vita: “Nel secondo dopoguerra le abitudini cambiano e il tempo da dedicare alla colazione si restringe. In questo contesto storico i bar assumono un ruolo centrale, diventando la tappa ideale per una colazione rapida, leggera e poco costosa, da fare andando al lavoro”.

Dolce, dunque, ma anche veloce ed economica. Eppure non ci siamo sentiti ripetere fino allo sfinimento che «La colazione è il pasto più importante della giornata»? C’è anche il famoso detto «Colazione da re, pranzo da principe e cena da povero»: «Da un punto di vista puramente scientifico, la prima colazione effettivamente dovrebbe essere il pasto cardine perché permette di carburare e rimettere in moto il metabolismo dopo le ore di inattività e astinenza notturne. Tant’è che moltissimi termini stranieri che la connotano (desayuno, petit-dejeuner, breakfast) indicano proprio una rottura del digiuno», sottolinea Riccardo Migliavada, ricercatore presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. «Andrebbe anche ben bilanciata, inserendo sia carboidrati che proteine e grassi, in modo tale da evitare picchi glicemici. Nella pratica, però, tutto dipende dallo stile di vita. Per gli italiani alimentazione e convivialità sono strettamente legate; mangiare significa riunirsi intorno alla tavola, conversare, socializzare: i frenetici ritmi cittadini, la sveglia presto, il traffico, non permettono di ritagliarsi un momento del genere, la mattina, cosicché la situazione finisce per ribaltarsi e ad assumere maggiore rilevanza è la cena».

Poco tempo, poco piacere, ergo poca spesa. «Negli Stati Uniti per esempio si è abituati a spendere cinque, sei, sette dollari per un caffè. In Italia invece il prezzo è bloccato su uno o due euro al massimo. Pur considerandosi un esperto in materia, l’italiano medio è in realtà piuttosto ignorante in merito e di conseguenza poco disposto (e abituato) a spendere per bere un buon caffè, ignaro della scarsa qualità di una miscela servita a un prezzo così contenuto», continua Migliavada. Dimostrazione ne è un recente fatto di cronaca avvenuto a Firenze, dove — dopo aver bevuto un decaffeinato considerato troppo costoso (due euro) — un cliente indispettito si è rifiutato di pagare il conto, facendo addirittura intervenire la polizia municipale (che ha poi multato per ben mille euro il proprietario dell’attività, giudicato colpevole di non aver riportato sul menu cartaceo il prezzo della bevanda).

Foto: Rachel Park on Unsplash

Sarà un po’ per tutte queste ragioni che molto spesso, anche i più insospettabili, quelli che nei giorni feriali saltano la colazione a piè pari o ne fanno una davvero essenziale, subiscono una netta metamorfosi quando, in vacanza, si ritrovano a farla in hotel. Avendo tempo, non dovendosi minimamente sbattere né tantomeno cacciare un centesimo e trovandosi già bello che pronto ogni bendidio, cedono anche loro al fascino del buffet pantagruelico, dell’abbondanza e della varietà, delle uova preparate al momento, della frutta già sbucciata e tagliata, del bacon croccante e del caffè a nastro.

La colazione quindi, in un certo senso, rappresenta il pasto più anarchico della giornata. Lontana anni luce dall’idilliaco quadretto propinatoci per anni dagli spot Mulino Bianco — in cui la famiglia al gran completo si ritrova puntuale e sorridente intorno alla tavola imbandita per mangiare gli stessi biscotti —, la colazione è un rito dal carattere fortemente individuale. Al di là dei gusti, c’è chi preferisce dormire fino all’ultimo minuto e dunque rinunciarci e chi si alza appositamente in anticipo per farla con calma; chi non concepisce di farla fuori casa per ovvie ragioni fisiologiche (trovarsi dopo colazione senza il proprio bagno a disposizione? Non scherziamo) e chi non rinuncerebbe mai a “il solito” servito dal barista di fiducia; chi la fa in pigiama e chi vestito di tutto punto; chi la consuma a letto e chi in piedi vagando per casa mentre finisce di prepararsi.

Di fatto, a diventare regola a inizio giornata, non è proprio la mancanza di regole?

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