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Deli, I love you (e grazie per salvarmi la vita)

Se in Italia sono poche, care come il fuoco, spesso pretenziose, nel Regno Unito spopolano: elogio delle gastronomie londinesi, luoghi di culto degli expat a cui manca il Parmigiano e che non vogliono mettere un po’ di nostalgia nella busta blu della Tesco

Foto: Mark Kerrison/In Pictures via Getty Images

Il suono del campanello appena sopra la porta è inconfondibile, così come lo è il profumo che assale e l’acquolina in bocca che esplode. Per noi expat sono un luogo sicuro, famigliare, conosciuto. Quasi una comfort zone con i loro prosciutti e salami appesi, le vaschette di carciofi sott’olio e di olive cotte al forno, le forme di pecorino e formaggio di malga, e le pareti ricoperte di biscotti dell’infanzia e pacchi di pasta. Alcune vendono anche vassoi di pasta e ravioli fatti a mano. Sono le gastronomie, o deli come li chiamano a Londra. Quando si cambia casa (cosa che a Londra succede spessissimo), c’è sempre un amico italiano che conosce le gastronomie della nuova zona narrandone pregi e difetti.

«Che fortuna, vi spostate vicino a Mario, dovete provare la sua pancetta, è spaziale!». A volte il suddetto amico sa anche il prezzo al chilo della bresaola – bene preziosissimo usato come metro per valutare la convenienza dell’intero negozio. Sì, perché come mi ha fatto notare un’amica slovena qualche giorno fa, a Londra il cibo italiano è fancy (di lusso), hard to get (difficile da trovare) or overpriced (eccessivamente costoso). Lei faceva riferimento giustamente alle pizzerie ma, ahimè, lo stesso discorso vale anche per il mondo delle deliziose gastronomie: alcune rispettano l’allure caratteristico della classica vecchia gastronomia italiana, cioè poche pretese e fronzoli e prezzi tutto sommato accessibili; altre invece hanno imboccato la via del marketing. Facile immaginare chi abbia perso in clienti italiani e acquistato in orientali e russi.

Se in Italia questi luoghi sono delle rarità che si contano quasi sulle dita di una mano e sono meta praticamente esclusiva delle sciure che non temono di mettere mano al portafoglio, qui sono luoghi di culto. Sì perché è di culto che si tratta. Talmente culto un giornalista del Guardian, Tony Naylor, ha deciso di scrivere i dieci caratteri fondamentali che le gastronomie dovrebbero a suo parere seguire. La sua preoccupazione era come definire una gastronomia attraverso pratiche e prodotti: si andava dal «le gastronomie non dovrebbero pre-tagliare il formaggio o il prosciutto» al «tutte le buone gastronomie fanno la maggior parte dei loro prodotti da zero, compreso il pane, i dolci, il pesto, etc.», passando per «le gastronomie non dovrebbero essere pretenziose», fino a «l’unicità dovrebbe essere celebrata attraverso i prodotti che i negozi di gastronomia vendono, per cui è necessario cercare costantemente prodotti nuovi e diversi». Amen. Dunque se l’origine etimologica della parola vuole che i Delikatessen siano nati nel XVIII secolo in Germania, con la k invece che con la c, con chiara ispirazione francese (délicatesse) se non addirittura latina (delicatus), è vero anche che nel tempo sono diventati dei punti di riferimento culinari in un panorama urbano.

Per noi italiani expat sono il place-to-go quando abbiamo bisogno di mangiare una mozzarella di bufala come dio comanda, per gli inglesi lo sono quando vogliono qualità e prodotti italiani per loro ricercati e di nicchia. Una certezza da una parte, una consolazione dall’altra. Parliamoci chiaro: non è che da Sainsbury’s, Marks & Spencer o Tesco non si trovino la bresaola o la mozzarella di bufala. Semplicemente non sono la stessa cosa. Né lo è acquistare due etti di una e una confezione dell’altra in queste grandi catene di supermercati piuttosto che da Mario. Questione di esperienza (keyword del secolo, pure in cucina). Ma da dove arriva l’amore per questi scrigni della bontà? Dai racconti e dall’infanzia con i nonni? Dalla spesa fatta insieme a mamma e papà nel paesino della casa in campagna? Da fotografie mai vissute?

Ho chiesto. E ho scoperto che il nostro amore è diviso in tre. In primis, ovviamente, ho chiesto all’amico che ha mappato Londra con la bresaola. Per lui si tratta di fiducia, quasi di amicizia. Gli alimentari italiani, mi ha raccontato, sono una seconda dispensa casalinga, un luogo di fiducia perché con la fiducia il proprietario conquista i suoi clienti. Caffè, riso, formaggi e salumi, vino e olio. Pasta fresca e non, dolci e pane. In quei negozietti si trova tutto ciò che si può desiderare, sfuso e a peso, e soprattutto selezionato a monte dal Mario-di-turno (verrà da lì la famosissima domanda pro forma nell’affettare due etti di prosciutto «che faccio, lascio?»). A volte, se sono proprio gastronomie pure come una volta, si lasciano anche i debiti, credito aperto. Ci si conosce di persona, per nome. Insomma, ci si fida: di quello che consiglia Mario, non della marca del prodotto. 

Il secondo arriva da un’altra amica, napoletana. Lei le chiama ‘emozioni d’Italia’. Va bene fare la spesa online, va bene Amazon Fresh, va bene il farmer market che vende quasi esclusivamente cavoli e patate (unico prodotto davvero a chilometro zero sull’isola), ma quella coccola che si prova nell’entrare in una di queste botteghe, nel mangiare con gli occhi le dieci tipologie di taralli esposte e magari assaggiarne tre prima di scegliere, è un’esperienza impagabile. Questione di bontà, di poesia visiva racchiusa su quegli scaffali ricchi di ricordi e leccornie, di qualità e scelta, di sicurezza del gusto. Il cibo, buono, è argomento principe per gli italiani (siamo d’altronde l’unico popolo che parla di cosa cucinare e mangiare per cena mentre sta mangiando il pranzo) e le gastronomie ne sono il regno. Tu chiamale se vuoi, emozioni. Al di là del marketing. Al di là della globalizzazione.

E poi il terzo motivo, che in qualche modo riunisce gli altri due. Fiducia, gusto e? Senso di comunità. Era una mattina di aprile, passeggiavo per il quartiere boho-chic dove vivevo allora, direzione Giacobazzi, soprannominata “gioielleria alimentare” dagli amici visti i prezzi ma i suoi carciofi erano e sono inimitabili. Tutto d’un tratto avevo capito. Il paradosso meraviglioso, il cortocircuito, il potere del mix-and-match londinese. Ero in una delle città più grandi e popolate d’Europa, eppure mi sentivo in un paesino, e quella dimensione così raccolta, accogliente, tranquilla e rilassata non l’avevo mai provata a Milano. Era (ed è) così nel mio quartiere, ma anche in altri, a nord e a sud del Tamigi, è così dovunque perché Londra è ancora oggi fatta di tanti piccoli paesi, tante piccole comunità che coesistono. E dove si inserisce meglio un negozio di alimentari nel quale ci si riconosce e nel quale si vende qualità se non in un crocicchio di vie dalle dimensioni contenute?

Il paradosso è presto spiegato: Londra pur essendo gigantesca e cosmopolita e caotica è la città ideale per i deli perché, in realtà, a guardarla bene, è un insieme di paesini e villaggi affiancati uno all’altro. Bresaola, mozzarella di bufala, taralli e amore. I deli italiani, a Londra, sono più integrati che a Milano, convivono affianco al pub di quartiere e sono il punto di riferimento per la comunità che ci abita vicino. E anche se nel 1948, seguendo la scia di innovazione americana, ha aperto il London Co-operative Society di Streatham, ossia il primo supermarket europeo, l’essenza vera della città è rimasta un’altra: quella perfetta per i piccoli negozi di alimentari, quella perfetta per le gastronomie italiane.

PS. CONSIGLI SPASSIONATI:

Lina Stores
18 Brewer Street, Soho

Da Mario
34 Highbury Park, Highbury

Giacobazzi
150 Fleet Road, Hampstead Heath

Salvino
47 Brecknock Road, Kentish Town 

Luigi’s
349 Fulham Road, Fulham

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