Comprare vestiti a prezzi stracciati non è etico e incentiva una filiera di sfruttamento | Rolling Stone Italia
Diritti

Comprare vestiti a prezzi stracciati non è etico e incentiva una filiera di sfruttamento

La recente inchiesta che ha travolto il brand cinese Shein ne è la dimostrazione: ritmi di produzione alienanti, turni di lavoro che arrivano a durare fino a 18 ore senza comprendere alcuna pausa settimanale, premi di 4 centesimi per ogni capo prodotto. Fast fashion significa anche diritti negati

Comprare vestiti a prezzi stracciati non è etico e incentiva una filiera di sfruttamento

FADEL SENNA/AFP via Getty Images

Nelle ultime settimane i social sono stati inondati da notizie e immagini di denuncia riguardo alla situazione in cui versano i lavoratori del marchio di abbigliamento Shein. Il tumulto che ha riportato lo sfruttamento dei dipendenti del brand appartenente alla categoria del fast-fashion è dovuto a una nuova inchiesta svolta dal canale britannico Channel 4. Untold: Inside the Shein Machine è il titolo con cui è stata lanciata questa chicca investigativa firmata da Iman Amrani. Per la prima volta delle telecamere nascoste sono state posizionate all’interno delle fabbriche che lavorano per il marchio, per filmare la terribile realtà che si cela dietro la sfrenata produzione di nuovi capi di abbigliamento.

L’inchiesta si concentra principalmente su due fabbriche nella provincia di Guangzhou, in Cina. In entrambi gli stabilimenti che ospitano l’apparato manifatturiero del marchio si sono insediati alcuni giornalisti in incognito dello stesso canale per documentare direttamente le condizioni di lavoro estreme a cui vengono sottoposti i dipendenti. Fondamentalmente il trattamento riservato a questi ultimi segue uno schema che presenta pochissime differenze nelle due sedi prese in esame. I ritmi di produzione sono alienanti, con una soglia di 500 capi da raggiungere entro fine giornata per ogni singolo lavoratore. I turni di lavoro estenuanti arrivano a durare fino a 18 ore senza comprendere alcuna pausa settimanale. L’unico giorno libero viene distribuito su base mensile per un salario che si aggira intorno ai 4mila yuan che (circa 550 euro), sempre se il dipendente non commette alcun errore, in quel caso vengono decurtati circa due terzi dello stipendio giornaliero. La paga per ogni capo prodotto raggiunge circa i 4 centesimi e i lavoratori vengono privati del proprio stipendio per il primo mese di servizio. Una vera e propria catena di montaggio umana che non prevede alcuno stop e costringe a una vita non dignitosa (nel filmato dell’inchiesta, alcune operaie si lavano i capelli durante la pausa pranzo).

Quanto emerso, inoltre, viola le leggi sul lavoro che regolano il mercato cinese. La dichiarazione ufficiale rilasciata a Business Insider è il leitmotiv con cui l’azienda ha risposto alle accuse precedenti: «Qualsiasi inosservanza di questo codice viene affrontata rapidamente, e interromperemo le collaborazioni che non soddisfano i nostri standard». In passato Shein era già stata accusata per aver copiato il design di alcuni brand tra cui Fern Davey (interpellato anche in questa inchiesta), per aver utilizzato sostanze chimiche e tossiche a dismisura e per aver gestito in modo errato i dati dei propri acquirenti.

Complice dell’accelerazione della produzione a livello globale Shein ha avuto la capacità di scavalcare i marchi predecessori che operavano nello stesso ambito come H&M, fatturando nello scorso anno circa 14,5 miliardi di sterline. È divenuto, infatti, uno dei canali prediletti per gli acquisti compulsivi (e spesso senza alcun senso) diffondendosi soprattutto tra i più giovani, principalmente visti i prezzi stracciati dei capi. Amrani stessa sottolinea come questa inchiesta non debba essere considerata come una rivelazione, in quanto la modalità usa e getta con cui i capi di Shein vengono venduti non può garantire alcuna eticità nel sistema di produzione.

Accanto al focus sulle fabbriche inserisce anche uno studio sul consumatore e sulla capacità di Shein di attirarlo attraverso delle tecniche di online marketing. Dai coloratissimi sito web e app affinati per invogliare all’acquisto impulsivo tramite sconti dalla durata limitata e spedizioni gratuite, all’utilizzo di micro-influencer capaci di sedurre target fedelissimi per un costo irrisorio da parte dell’azienda.

L’allarme rispetto a questi modelli produttivi e, in generale, al sistema moda e al suo impatto ambientale e sociale è noto da alcuni anni, con una particolare attenzione ai marchi categorizzati come fast fashion. Grandi assenti in questo panorama distopico di inquinamento su ogni fronte e di irregolarità della catena di approvvigionamento sono istituzioni e regolamentazioni, presenti invece in altre industrie. Negli scorsi anni, infatti, questi argomenti sono stati affrontati da singole associazioni come Fashion Revolution, ONG che opera in diversi Paesi, compresa l’Italia, e ha lanciato diverse iniziative come “Good Clothes Fair Pay” per chiedere all’UE leggi che proteggano il diritto umano a una retribuzione equa, spiegano sui loro canali social. Altra organizzazione non-profit è la Or Foundation che invece si batte principalmente contro il consumo irresponsabile dei capi d’abbigliamento.

Qualcosa sembra muoversi anche ai piani alti. Negli ultimi giorni la Commissione Europea attraverso le dichiarazioni di Vivian Loonela, capo della delegazione estone, ha esortato a una diminuzione nella produzione del numero di collezioni e ha affermando di aver preparato una strategia sostenibile da attuare entro il 2030. Tra le azioni fondamentali già svelate vi sono la concentrazione sulla resistenza dei capi e l’incentivo al riutilizzo oltre che allo smaltimento dei rifiuti tessili. Questi sono già responsabili di situazioni insostenibili come quella in Ghana e in particolare nel mercato di Kantamanto, idealmente adibito per un utilizzo circolare dei materiali ma praticamente destinato ad essere discarica degli scarti di abbigliamento occidentali.

Nei giorni scorsi si è invece riunita la prima alleanza europea del settore, la European Fashion Alliance, che permette l’incontro delle diverse istituzioni che operano a livello locale come Camera Nazionale della Moda Italiana. L’obiettivo, anche in questo caso, è di creare delle strategie condivise per lo sviluppo e il mantenimento in un’ottica sostenibile del settore in ogni suo aspetto, dal lavoro artigianale alla trasparenza e all’utilizzo di certificazioni. Negli Stati Uniti, invece, il Fashion Act mira a stabilire il primo sistema legislativo che garantisca una base comune per l’innovazione nel sistema produttivo ed economico dei diversi marchi. A questo punto, senza meravigliarci per gli scandali su un sistema alla deriva e senza alcuna capacità di rapportarsi all’emergenza ambientale che stiamo vivendo, sembra essenziale l’intervento politico e governativo che attraverso criteri ferrei deve occuparsi di rimodellare il settore partendo dall’etica e dagli obiettivi da raggiungere entro il 2030.