‘C’mon C’mon’, Joaquin Phoenix & C. non cadono mai nella trappola dell’indie sdolcinato | Rolling Stone Italia
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‘C’mon C’mon’, Joaquin Phoenix & C. non cadono mai nella trappola dell’indie sdolcinato

Il premio Oscar interpreta uno zio scapolo che si deve prendere cura di un nipote particolarmente precoce nell'ultimo drama by Mike Mills. Che evita tutte le trappole del genere

Joaquin Phoenix (Johnny) e Woody Norman (Jesse) in 'C'mon C'mon'

Foto: A24 Films

Forse il modo più semplice per descrivere C’mon C’mon, il nuovo film di Mike Mills, è: “un’avventura da babysitter”. Johnny (Joaquin Phoenix) è un produttore radiofonico che viaggia per il Paese, con l’ambizioso progetto di intervistare le nuove generazioni sul futuro e sui loro sentimenti a riguardo: i cambiamenti climatici, l’estinzione degli animali, la solitudine. Ma anche sul presente per come lo comprendono, sul loro destino di giovani, sui difetti e le contraddizioni degli adulti nelle loro vite. Johnny sonda gli argomenti con delicatezza, accompagnato dal suo enorme microfono, nelle conversazioni con bambini di età, etnia ed estrazioni diverse: ci sono ragazzini immigrati, alcuni che a casa fanno le veci dei genitori incarcerati e altri le cui vite – a confronto – sembrano privilegiate, ma Johnny non fa mai l’errore di prendere meno sul serio le loro voci e le loro intuizioni.

Una delle prime caratteristiche che percepiamo di Johnny, quindi, è che è bravo con i bambini in quel contesto. Li rispetta, dà spazio e attenzione ai loro sentimenti mentre li esprimono, dice in anticipo che possono evitare di rispondere a qualsiasi domanda in qualsiasi momento. Le interviste a volte entrano in un territorio piuttosto privato, come quando uno confessa che odia il disprezzo di sua madre per il pianto. È estremamente personale. Ma il newyorkese Johnny riesce anche a lasciarsi questi incontri, le loro esistenze, le loro città – Detroit, New Orleans, zone di New York lontane dalla sua Manhattan – alle spalle. Sta raccogliendo le loro storie, non certo diventandone parte.

Invece Johnny non può lasciarsi alle spalle il nipote di nove anni Jesse (Woody Norman), che rientra nella sua vita per un favore chiesto all’ultimo minuto da sua sorella, Viv (Gaby Hoffmann), con cui il protagonista ha ormai pochissimi rapporti. All’inizio del film, Johnny e Viv si ritrovano solo perché è passato un anno dalla morte della madre a causa di un tumore al cervello. Nel frattempo, però, c’è stato un allontanamento, più che altro un vuoto di parole. Si capisce da subito che i due hanno passato l’ultimo anno senza sapere cosa dirsi.

Ma ora hanno ricominciato a parlare. Il marito di Viv, Paul (Scoot McNairy), è in difficoltà (“di nuovo”, potrebbe dire Johnny in una delle loro numerose discussioni sul tema). Paul, un promettente direttore d’orchestra nel mezzo della sua carriera, è bipolare. Non gli piacciono le cure ospedaliere a lungo termine, semplicemente perché ha paura. Ma il trasferimento a Oakland per un nuovo lavoro – che significa anche nuove strade, nuove abitudini, nuova vita – lo ha destabilizzato. Quindi Viv se ne va per qualche giorno, lasciando Jesse alle cure di zio Johnny. I giorni diventano una settimana. La settimana si allunga. Prima che siamo in grado di accorgercene, Johnny è tornato a New York. E Jesse ci è tornato insieme a lui.

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C’mon C’mon, che è stato scritto dal regista stesso, è un film con molto in testa e nel cuore e più di qualche espediente stilistico e drammatico a sua disposizione. Nelle mani sbagliate, avrebbe potuto semplicemente equivalere a qualche stronzata indie sdolcinata: le sue immagini sfocate, sensoriali, in bianco e nero non sono una maschera. In superficie, Mills rischia consapevolmente un’eccessiva dipendenza obsoleta dal cinema di un certo tipo e dalle stranezze dei suoi personaggi. E l’integrazione delle interviste di Johnny con i giovani conferisce al film quella spina dorsale radicata nella realtà documentaristica che non è così distante dall’attuale gusto dell’industria per lo stile realista con attori non professionisti.

Ma Mills intreccia questi intermezzi nel suo dramma con l’istinto di un musicista per il tempo e l’umore, con la trama centrale stessa che viene ulteriormente complicata da flashback, una divisione della narrazione sulle due coste americane e una serie di digressioni interne, come i monologhi di Johnny che prendono la forma di audio-diari. La storyline di New York introduce anche un paio di colleghi, interpretati da Molly Webster (una veterana della radio nella vita reale nota per il suo lavoro con Radiolab di WNYC) e il comico Jaboukie Young-White, che aggiungono più sapori al mix: buonumore, pazienza e un paio di orecchie extra per Jesse attraverso cui farsi ascoltare. Intimità, conflitti e confusione sono intrecciati in una storia diretta attraverso forme di connessione di base: telefonate, messaggi. Questi ultimi appaiono sullo schermo in stile sottotitoli, spogliati di ogni tentativo stucchevole e faticoso di apparire eccessivamente moderno. Vite e pensieri interiori sono mappati su scene di cui vediamo ma non ascoltiamo i drammi. Perché non ce n’è bisogno.

Tutto concorre a farci percepire il mondo intimo e scivoloso di questi personaggi. E così l’abbondanza emotiva del film confina con i dettagli granulari. Le visioni sulla vita urbana si intrecciano con le minuzie sentimentali della vita di Johnny e delle storie che raccoglie. E il suo lavoro non può fare a meno di riflettersi nella sua esistenza. Un uomo di mezza età non può chiedere a un giovane di descrivere le proprie ansie per il futuro, e le proprie speranze nei confronti di esso, senza riconoscersi come una versione di quel futuro rispetto al proprio io più giovane.

Mills non ha nemmeno bisogno di insistere troppo su questa connessione: la faccia di Phoenix, la sua sensibilità dolente, fa la metà del lavoro. E la vita quotidiana dei personaggi – le continue negoziazioni emotive tra fratelli, genitorialità e altre forme di collaborazione – emergono come il fulcro di un film che altrimenti sarebbe troppo da questo punto di vista. L’abilità di Mills e dei suoi collaboratori nel cucire tutto insieme impedisce alla storia di cadere nelle trappole con cui flirta. Le sue immagini sono così belle da non essere riducibili a quella bellezza. Il suo montaggio ci pungola ritmicamente senza che lo percepiamo. E la scrittura di Mills, unita a un cast estremamente capace, fa il resto.

Come sceneggiatore, Mills sa perfettamente dove vuole arrivare. Echi e parallelismi sono incisi nella storia. Non guardate oltre il conflitto che separa Johnny e Viv: entrambi stanno ancora vacillando per i litigi che hanno avuto un anno prima per la madre morente e, prima, quando Johnny dava a Viv consigli che lei non voleva sentire sul suo matrimonio. Sono fratelli le cui vite sono state complicate da vari gradi di perdita. Per Viv, Johnny era troppo indulgente con le illusioni indotte dal tumore della madre, troppo disposto a giocare con la regressione infantile di lei. Johnny si è schierato dalla parte della mamma a spese degli altri, vale a dire di Viv. Ora Johnny può accusare Viv della stessa cosa, a proposito di suo marito e di questo viaggio a Oakland.

Ma Johnny non è crudele. Quindi, a proposito di una delle stranezze del nipote – e cioè la sua insistenza quasi ritualistica a proposito di un gioco di ruolo notturno con la madre, in cui lui è un orfano e lei una madre sola i cui figli sono morti – Johnny si astiene dal giudicare l’eccessiva indulgenza di Viv nei confronti del figlio e la sua disponibilità ad assecondare questo cosplay. L’eco però ovviamente c’è. Ed sta di nuovo lì: nel temperamento irrequieto di Jesse, nelle sue improvvise giravolte tra alti e bassi. Sullo sfondo del film, vengono ricordate più e più volte le domande che Johnny pone ai giovani sul loro futuro. E in primo piano, proprio di fronte a lui, mentre gioca con la sua attrezzatura audio, eludendo le sue gentili domande, c’è Jesse: un ragazzino che ama moltissimo suo padre, che potrebbe persino somigliargli, anche solo per una questione di mimetismo infantile.

C’mon C’mon è un dramma intricato e commovente, costantemente sbilanciato da questo diavolo di un ragazzino, una forza imprevedibile della natura. Jesse è un ragazzino al contrario, un bambino delle elementari che non frequenta altri bambini delle elementari, che è abituato a parlare con gli adulti (a parlare, punto: cosa che fa incessantemente, in modo intelligente e, sì, preoccupante). Il film di Mills corre un rischio considerevole, schierando quella che si è rivelata un condanna per molti indie: un bambino precoce. Un simpatico chiacchierone evidentemente speciale, spudoratamente schietto, con domande ficcanaso che portano avanti la trama e convincono gli altri personaggi, Johnny in particolare, ad aprirsi. (Quando Johnny porta Jesse a New York, viene tempestato di domande come “Perché non sei sposato?” – attraverso la quale veniamo a sapere che Johnny si sta ancora riprendendo da una rottura – e “Hai problemi a esprimere le tue emozioni?”)

Jesse – iperstimolato, sempre curioso – non è il tipo di bambino che puoi tenere all’oscuro delle lotte di suo padre con la salute mentale. Apparentemente non è nemmeno all’oscuro del fatto che una volta Johnny ha consigliato a Viv di lasciare Paul, per il bene della loro famiglia (un altro seme dell’allontanamento dei fratelli). Jesse è schietto finché non lo è più, aperto finché smette di esserlo. Nel giovane Woody Norman, Phoenix ha trovato un compagno di set formidabile. La loro relazione è uno scontro continuo fin dall’inizio, perché Jesse è fin troppo consapevole di cosa sta succedendo. Sa che c’è qualcosa che non va in suo padre; semplicemente, non ha senso per lui sospendere la scuola e andare New York per così tanto tempo. E Norman, uno straordinario attore-bambino, comunica questa condizione senza sforzo. Sa e non sa. È saggio per i suoi anni, ma anche limitato a quell’età.

Nel suo ultimo film, Le donne della mia vita (20th Century Women), Mills ha preso un adolescente e gli ha messo attorno una galleria di donne sorprendentemente originali e memorabili. Il loro ruolo non era (solo) quello di guidarlo nella vita, ma, nel vivere ciascuna a modo suo, facevano esattamente questo. Alla fine di quella storia, avevi la sensazione che la sensibilità di quel giovane sarebbe rimasta identica in età adulta, e che sarebbe stato in gran parte dovuto a quelle signore.

C’mon C’mon capovolge l’equilibrio di genere, ma il suo centro è, per certi versi, lo stesso. Viv è in inferiorità numerica rispetto al suo partner, fratello e figlio, i quali (come lei) hanno i loro spigoli. Viv è in minoranza; e questo per la maggior parte sembra il film di Johnny, dato che sentiamo soprattutto la sua voce. Ma l’effetto duraturo del lavoro di Mills è che, con la meravigliosa Hoffmann al seguito, rende Viv il suo centro emotivo, anche se, per gran parte del film, è sulla costa opposta, a chilometri e chilometri di distanza, e perlopiù catturiamo lampi di lei attraverso le (frequenti) telefonate e i messaggi necessari per sopravvivere a una giornata con Jesse. Un incidente in cui Jesse fa i capricci e scompare in un mercato per scherzo, spaventando a morte Johnny, si rivela particolarmente istruttivo. Tutto lo sforzo da babysitter che Johnny deve fare – capire come gestire gli umori di Jesse e le sue intuizioni taglienti, ricordargli di mangiare le verdure, assecondarlo nel suo rituale notturno – equivale a una genitorialità single a tempo pieno.

Ma sono i panni del padre di Jesse quelli che Johnny deve assumere, e anche quelli di sua madre. È la vita della madre che in qualche modo viene chiarita nei crescenti legami di Johnny con questo ragazzino ribelle. Viv non è il personaggio principale di questo film nel senso che di solito intendiamo. C’mon C’mon però è in larga misura un film sull’amore di una madre (e l’amore dei genitori in generale), con tutte le scelte difficili che richiede, molte delle quali necessariamente imperfette. (Ancora una volta, Mills fornisce un’eco: il ruolo di Viv come madre in contrasto con la sua sensazione di non essere mai stata capita.) C’è una ragione per cui Viv non porta semplicemente Jesse a Oakland con sé, opzione che sembrerebbe quasi ragionevole. E sebbene questo motivo possa sembrare ovvio, “ovvio” non significa “facile”. Sta proteggendo suo figlio dal peggio. O almeno sta provando a farlo.

“È intelligente, ed è così strano”, dice del bambino. L’intero arco del film porta alla comprensione reciproca, i personaggi “crescono”. Ma non è questa la parte interessante. Ciò che è più significativo è lo spettro completo di pensieri ed emozioni che Mills riesce a stipare nella sua trama fitta ed episodica, prismatica nella sua capacità di rivelare così tante sfaccettature contemporaneamente. Prende l’ovvio e lo usa per distruggerlo. E, anche se non l’avesse fatto, questi attori, con il loro amore palpabile e quelle tensioni realistiche, ne avrebbero fatto qualcosa di notevole. Ma per tutta quella sincerità devi essere dell’umore giusto: questo non è un film che funziona per tutti i suoi eccessi. Ma perché fa di quegli eccessi un puro caso.

Da Rolling Stone USA

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