I Lacuna Coil suonano senza pubblico: ma era un concerto o un videoclip? | Rolling Stone Italia
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I Lacuna Coil suonano senza pubblico: ma era un concerto o un videoclip?

La prima volta della band in live streaming senza pubblico: come è andata e perché – almeno per ora – questo modo di fruire dei live non può sostituire un concerto vero

I Lacuna Coil suonano senza pubblico: ma era un concerto o un videoclip?

Per tutte le band e gli artisti, l’arrivo del COVID-19 ha comportato un’interruzione brutale e totale delle attività. I Lacuna Coil, in particolare, nel febbraio-marzo di quest’anno erano in piena promozione del loro album Black Anima (uscito a novembre 2019): un tempismo devastante. Per ritornare a calcare un palco, la band meneghina si è lanciata in quella che è l’alternativa più logica: il live in streaming one shot, cioè visibile solo in tempo reale, tramite device (computer, smartphone, tablet) e a fronte del pagamento di un biglietto che dà diritto a un codice d’accesso. 

Il tutto si è tenuto nella prima serata di venerdì 11 settembre presso l’Alcatraz di Milano – rigorosamente vuoto e senza pubblico – gli unici presenti parevano essere i tecnici e l’entourage delle persone che lavoravano all’evento. Un esperimento che segue di meno di una settimana l’evento Heroes dall’Arena di Verona – realizzato tramite la medesima piattaforma (A-Live), ma con anche il beneficio di un po’ di pubblico in loco, sparuto e sparso, ma presente.

Andra Ferro, voce dei Lacuna Coil insieme a Cristina Scabbia, una decina di giorni prima del live all’Alcatraz ci diceva: “Per noi è una cosa del tutto nuova, mai fatta. Abbiamo mandato dei concerti in streaming in passato, ma erano concerti veri. Sarà strano anche per noi… una cosa molto sperimentale. È una sfida sicuramente. Ma sarà eccitante farla, c’è molta adrenalina e speriamo di essere ripagati dalle persone”. E aggiungeva: “Abbiamo scelto di farlo in una venue vera per i live… ci avevano proposto di farlo in uno studio: sarebbe stato anche più economico e conveniente, ma non ci sembrava la cosa giusta, perché volevamo un evento che fosse il più vicino possibile a dare un feeling live vero”.

Tutti ottimi intenti che, fra l’altro, hanno dovuto fare i conti con l’iter organizzativo e preparatorio che non è una passeggiata, come commentava sempre Andrea Ferro: “Il lavoro che c’è in vista di un evento simile, a livello burocratico e normative, è lungo e difficile. Ci sono molte limitazioni per via del COVID-19… e quindi c’è un enorme preparazione, dietro”. Ma come è stato? Davvero un live di questo tipo può sostituire la sensazione di un concerto vissuto e sperimentato di persona?

L’evento inizia puntuale e la prima cosa che noto è che, purtroppo, la qualità video non è altissima. Potrebbe essere la mia connessione Internet, però su altre piattaforme non ho riscontrato problemi del genere – lo rilevo, ma non so darmi una spiegazione né voglio fare congetture: ammetto ignoranza e probabilmente mi merito anche un bel coro di “Ok boomer”.

La scenografia sul palco dell’Alcatraz è assolutamente minimale, ma suggestiva. Però da subito l’atmosfera è asettica, da videoclip. Mi sento un po’ come quelli della favola che fingono di non vedere il re nudo, quando cerco di non pensare al fatto che non si sente il minimo rumore: non un grido, non un applauso, non un fischio… e il caratteristico boato – regola incontrovertibile di ogni live – quando i musicisti compaiono sul palco.

Cristina, Andrea e tutti gli altri si scaldano di brano in brano e offrono un’esibizione mai meno che ottima – del resto, oltre ad avere alle proprie spalle più ore di volo di un veterano dell’aviazione e tanto mestiere, si sono preparati con metodo a questo evento (“Facciamo le prove tutti i giorni, per creare il feeling di quando siamo in tour e si suona tutte le sere. Ogni giorno andiamo in sala prove e facciamo la scaletta un paio di volte, per non dovere pensare troppo a quello che stiamo suonando e avere naturalezza di esecuzione sul palco”, ci aveva spiegato Ferro).

I pezzi scivolano via rapidi, suddivisi in blocchi separati da pochi attimi di silenzio, con le luci che si abbassano quasi ad arrivare al buio totale. Visivamente è tutto molto professionale, con un lavoro di regia piuttosto classico e scarno – noto poche inquadrature che escano dai canoni – però il vero problema (e torniamo al re nudo di cui sopra) è che non si percepiscono la tensione e lo scambio col pubblico. Pubblico che, dal canto suo, manda messaggini di saluto o apprezzamento e si scatta qualche foto con le webcam (foto che compariranno su un wall, a metà circa del concerto, e che sono visibili sul lato destro dello schermo durante l’evento). Ci sono anche dei bottoni che consentono di applaudire, fare un’ovazione (sic), ballare e fischiare – li si prova, si constata che sono un po’ da cringe e li si lascia stare per godersi meglio il concerto… che resta la cosa più importante.

Dopo una pausa, a metà, il live riprende. Poco dopo le 22:00 si conclude con una breve frazione nel backstage in cui i ragazzi (senza la loro frontwoman) salutano il pubblico e commentano l’esperienza appena fatta. Subito dopo una sorpresa: Cristina, da sola sul palco insieme alla pianista Silvia Zanaboni, propone una versione piano-voce di “Save Me” molto apprezzata e sentita. Poi i saluti e l’arrivo di parte dell’entourage sul palco – sono tutti rigorosamente con mascherina. Si chiude con una loro immagine freezata e con un errore di server con “X” in mezzo allo schermo. Sipario, tutti a nanna.

Alla fine dell’evento mi restano alcune riflessioni random a ronzare fra i pensieri. In primis è palese che i Lacuna Coil siano dei consumati e navigatissimi performer, ma si è percepita la loro sensazione di “solitudine”, che si è tradotta in poca energia trascinante sul palco e in una sorta di disciplina quasi teatrale nei movimenti. L’unica che ha giocato un po’ di più con le videocamere è Cristina – ma, ovviamente, non è stato come farlo con un migliaio di fan che sudano e cantano sotto al palco. E si è visto in maniera netta. 

A questo proposito, Andrea aveva sintetizzato il pensiero del gruppo durante la nostra chiacchierata dicendo: “Magari per alcuni generi la formula streaming funziona, ma per generi più sanguigni, metal o hard, in cui ti viene a mancare l’energia del pubblico, la botta, diventa difficile. Va bene, ma è un palliativo e non può essere la regola. È chiaro, però, che piuttosto che niente…”. Anche durante le battute backstage a fine evento è emerso il medesimo pensiero da parte della band: “Speriamo sia l’ultima volta che suoniamo senza pubblico – lo speriamo per noi e per tutte le altre band che, come noi, sono in difficoltà”. Insomma, come dice il proverbio: “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”.

In secondo luogo mi trovo a riflettere su come questo tipo di eventi streaming possano davvero essere il futuro delle esibizioni dal vivo. Devo dire che ho percepito l’entusiasmo e la “dedizione alla causa” da parte di chi questo format e piattaforma li ha ideati e creati con l’intento di smuovere un cambiamento – come il vulcanico Alex Braga, musicista sperimentale e molto altro, che mi diceva: “L’esperienza del live è più o meno sempre uguale a se stessa da circa 60 anni ed è una cosa, per me, intollerabile dal punto di vista artistico – non imprenditoriale, attenzione! Cioè io, come artista, chiedo a me stesso e a chi mi segue qualcosa in più: più chiedo di avventurarci insieme in territori che non sono stati ancora battuti. E chiedo di seguirmi in modalità che possono aumentare le nostre capacità comunicative, le nostre capacità di creare energia e chimica tra un artista e il suo pubblico. Una cosa che è stata molto, ma molto, tralasciata”.

Eppure – mea culpa (o semplicemente mea vecchiaia?) – quello che ho visto io è stata una performance più che un live. È vero: mi è mancato qualcosa di fondamentale, se penso al concerto nella forma in cui sono, da oltre 30 anni, abituato a concepirlo. Ma forse il punto è proprio questo: eventi del genere, probabilmente, non possono sostituire i live tradizionali, che chissà quando si potranno ancora tenere, purtroppo. Ma potranno divenire un binario parallelo o, per usare una locuzione della politichese della Prima Repubblica, creare una convergenza parallela con il mercato dei live “alla vecchia maniera”.

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