Pierangelo Bertoli, a muso duro contro il conformismo | Rolling Stone Italia
Eppure soffia

Pierangelo Bertoli, a muso duro contro il conformismo

Mentre Sassuolo celebra il cantautore con il premio che porta il suo nome, abbiamo ripercorso con il figlio Alberto i luoghi dove sono nati i suoi capolavori. E quella lezione ancora attuale: «Stava dalla parte dei diritti»

Pierangelo Bertoli in concerto. Foto: Archivio famiglia Bertoli

Pierangelo Bertoli durante il tour del 1986

Foto: Archivio famiglia Bertoli

La porta è più larga del normale. Serviva a far passare la carrozzina di Pierangelo Bertoli, che questa casa l’aveva disegnata su misura con la moglie Bruna. Doveva essere l’abitazione del buen retiro, ma non ha mai fatto in tempo a godersela: è stata pronta un mese dopo la sua morte, il 7 ottobre 2002. «Ci siamo ritrovati senza un papà, dentro una casa nuova, senza una guida. Era una sicurezza, un faro intellettuale», ci racconta il figlio Alberto. Per capire chi è stato questo cantautore, refrattario alle luci della ribalta, bisogna tornare indietro, nella Sassuolo dove è nato il 5 novembre 1942. Una città di ciminiere e ceramiche, piena di immigrati dal Sud.

I primi concerti in trio di Pierangelo Bertoli negli anni ’70. Foto: Archivio famiglia Bertoli

Pierangelo, colpito dalla poliomielite da bambino, è cresciuto in una casa popolare al piano rialzato, senza ascensore, dove per farlo entrare avevano trasformato una finestra in porta. Raccontava di una sera in cui l’aveva trovata chiusa: si era arrampicato lungo il corrimano con la sola forza delle braccia, finché il fratello non lo ha sorpreso. Da quel paesaggio di fumi è nata Eppure soffia (1976), scritta mentre l’Italia litigava sul nucleare: il vento che continua a soffiare nonostante tutto è diventato l’inno di generazioni di ambientalisti. E sembra scritta stamattina.

Il carattere, poi, si è formato a colpi di torti subiti. A Formigine, lì vicino, i Bertoli erano atei in un paese molto cattolico, per cui non erano ben voluti. Una maestra ha fatto sapere che i figli si potevano pure esonerare dalla religione, tanto la matematica lei la insegnava anche con le parole del Signore. Quando un vigile gli ha fatto una multa nonostante il contrassegno per disabili, Pierangelo gli ha infilato nel taschino una banconota più grande del dovuto: «Tenga il resto». È la stessa persona che nel dicembre 1978 si è sentito dire da un discografico che il suo linguaggio era superato. Quella stessa notte, insonne a letto, ha scritto A muso duro, il suo capolavoro. Ai concerti raccontava la storia e gli piaceva pensare che quel tizio non lavorasse più lì. Due anni dopo, in Certi momenti, cantava già di aborto e libertà individuali.

La famiglia Bertoli in gita a San Leo (Rimini). Foto: Archivio famiglia Bertoli

Perché Pierangelo Bertoli non ha mai fatto niente per piacere al sistema. «L’ha sempre vissuto come un lavoro. Finito di lavorare, stava con i figli e la moglie», spiega Alberto. Maurizio Costanzo gli aveva persino offerto un posto fisso nei suoi programmi, ma lui non lo ha mai chiamato. Non ha neanche mai venduto le edizioni delle sue canzoni, ed è grazie a quei diritti che oggi vive Bruna: con la pensione di reversibilità, sottolinea il figlio, «non ci mangerebbe. Dal punto di vista dello Stato è una cosa vergognosa». Intanto Pescatore, il duetto con Fiorella Mannoia, è entrato in tutte le case: «È un pezzo popolare», rivendica Alberto.

Lo stesso fiuto lo ha messo al servizio degli altri. Quando Claudio Maioli ha trovato il suo numero sull’elenco telefonico e lo ha chiamato, un caso più unico che raro per un cantautore già affermato, la sera stessa ha invitato a casa lui e un ragazzo di Correggio e, dopo aver ascoltato quelle canzoni, ha deciso di incidere le sue Sogni di rock’n’roll e Figlio d’un cane. Non solo, perché dopo il no della CGD, lo ha portato dal suo produttore, Angelo Carrara, e nel 1990 è uscito il primo album. Quel ragazzo si chiamava Luciano Ligabue:«Incontrare Pierangelo voleva dire ogni volta assistere a una incredibile lezione di forza. Forza morale, intellettuale e, nonostante la sua disabilità, forza fisica», ha raccontato.

Nel 1991 è arrivato Sanremo. Con i Tazenda ha cantato Spunta la luna dal monte e l’Ariston gli ha tributato un applauso così lungo da costringere i conduttori a fermarsi, tra i più lunghi nella storia del Festival. Ma la tv di allora non sapeva come mostrare un uomo in carrozzina. «Mio padre veniva inquadrato dalla vita in su», ricorda Alberto. Lui, intanto, saliva sul palco in tuta: se avesse reso interessante quello che c’era dentro il “pacchetto”, diceva, la gente si sarebbe dimenticata del “pacchetto”. «Io sono nato in una casa dove c’era un disabile e dove il disabile era famoso. Quindi non ho la percezione di un’anormalità», sorride Alberto. Fino ad allora il suo numero era rimasto sull’elenco telefonico, solo che dopo quel Festival le fan hanno cominciato a chiamare a ogni ora, una addirittura si è presentata in giardino e Bruna ha temuto che fosse armata. E il numero è sparito.

Della tv, del resto, aveva un’idea precisa: già alla fine degli anni Ottanta diceva che si era riempita di «culi e tette». Nel 1992 è tornato all’Ariston con Italia d’oro, una canzone sulla corruzione uscita alla vigilia di Tangentopoli. Davanti al telegiornale, ricorda il figlio, ogni tanto gli scappava un «vaffanculo». Ma sapeva guardare oltre, anche alle ideologie: «A un concerto di Pierangelo Bertoli non avevi la percezione di sentire un comunista che cantava, ma una persona che stava dalla parte dei diritti». E Alberto tira fuori dal cassetto un’intervista dove il padre aveva detto di desiderare, in fondo, solo un mondo «un pochino più dolce».

Pierangelo Bertoli nello studio della casa di Formigine nel 1981. Foto: Archivio famiglia Bertoli

A casa scriveva ogni giorno su block notes chiusi in un cassetto. E fumava: sessanta, ottanta sigarette al giorno, Marlboro rosse o Nazionali senza filtro. Con Bruna finivano una stecca ogni due giorni. E il mobile che Alberto conserva ancora era così pieno di stecche che, ai tempi, nemmeno il blocco del Monopolio lo aveva lasciato a secco. Una volta, al mare, ha resistito una settimana intera senza fumare. Era intrattabile. Poi ha ceduto, è andato a comprarle, è tornato con tre stecche, un pacchetto già aperto e ha detto alle amiche della moglie sedute nel cortile: «Vi vedo persino bellissime». Neanche l’ironia gli è mai mancata. Se nessuno andava ad aprire la porta urlava: «Vabbè, corro io». D’estate partivano per Cervia, due mesi e mezzo in una casa in affitto, raggiunta in macchina perché l’aereo, con la carrozzina, era un’impresa. E ai figli ha comprato quattro chitarre, ma non gli ha mai insegnato a suonare: «Devono volerlo loro», diceva. Su un aspetto non transigeva: «La mia eredità sarà la laurea che prenderete».

I figli sono quattro: Lorna, Emiliano, Alberto e Petra. In casa Bertoli i compleanni si festeggiavano sempre a tavola, mai al ristorante. Nessuno ha mai chiesto un paio di Nike, semplicemente «non era nella cultura di questa terra». E a chi avesse preteso la borsetta firmata, «magari te la comprava anche, ma poi ti pigliava per il culo». Durante la chemioterapia Pierangelo ha preso da parte Alberto per spiegargli come stavano le cose. Lui non voleva ascoltare, gli ripeteva che non doveva morire. Dopo, Emiliano ha lasciato Psicologia per andare subito a lavorare e diventare l’uomo di casa, Petra, «una studiona», è diventata psicoterapeuta. Bruna li teneva insieme dicendo cosa avrebbe pensato il padre: «Avevamo bisogno di sentirlo ancora lì». Alberto ha perso un anno intero («Il 2003 non me lo ricordo»), eppure è proprio in quel periodo che ha fatto i primi concerti. Ha lasciato Medicina, è diventato logopedista e poi, dal 2010, cantautore di professione: oggi porta le canzoni del padre in oltre cento concerti l’anno in giro per l’Italia.

Alberto e Pierangelo Bertoli al Teatro Carani di Sassuolo nel 2000. Foto: Archivio famiglia Bertoli

Negli ultimi giorni Pierangelo gli ha confidato: «Forse un po’ più di considerazione mi sarebbe piaciuta, ma in fondo chi se ne frega». Perché il suo obiettivo dichiarato era un altro. E lo ha raggiunto: una famiglia, una casa, la donna che amava. «Ha vinto per quello», dice Alberto, «non perché è diventato famoso come Vasco Rossi». A Bruna, che gli teneva la testa sulle gambe, ha rivolto le ultime parole: «Sei stata la cosa più bella, più vera e più pulita che potesse capitarmi nella vita». E infine: «Amore mio, vado».

Eppure il vento soffia ancora. Soffia sul Teatro Carani, dove in questi giorni (sabato e domenica) va in scena la tredicesima edizione del premio, diretto da Alberto Bertoli con Riccardo Benini. Quello principale a Fabio Concato, che con Pierangelo ha cantato Chiama piano. Mario Biondi, Bungaro e Omar Pedrini ricevono i premi Per dirti t’amo, Italia d’oro e A muso duro. E soffia su via Pierangelo Bertoli, inaugurata nel 2025 accanto all’area di una vecchia ceramica, la Cisa Cerdisa, a cavallo tra Sassuolo e Fiorano. Proprio lì, dove una volta c’erano i fumi.