Shygirl vuole farti ingoiare un pugno di libertà | Rolling Stone Italia
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Shygirl vuole farti ingoiare un pugno di libertà

L'artista inglese torna con un nuovo album, più intimo, in cui l'indie flirta con la club music. L'abbiamo intervistata a C2C Festival e parlato di comunità e clubbing, dello scoprirsi nello sguardo altrui e di brutte verità

Shygirl vuole farti ingoiare un pugno di libertà

Shygirl

Foto: Filippo Moscati per Rolling Stone Italia

La chioma accesa di Shygirl contrasta con l’estetica austera dell’architettura torinese. È metà pomeriggio, il sole ha deciso di non presentarsi al lavoro e sul capoluogo piemontese si è disteso un velo di grigiume novembrino. Eppure, la città è più viva che mai. È tempo di Art Week e, per qualche giorno, Torino ritrova i fasti di quando era capitale, con il C2C Festival – il più interessante festival musicale in Italia – a fare da stella principale di questa costellazione di eventi. Shygirl salirà sul palco proprio nella serata di apertura, con uno slot da headliner, per quella che sarà la penultima data prima dell’uscita di Swallow!, il suo nuovo album, atteso per il 6 novembre.

Sorride, è rilassata. L’ansia per una nuova pubblicazione non sembra trovare spazio nelle espressioni del suo viso. Finito lo shooting, ci spostiamo nella hall di un hotel del centro. Il suo accento inglese scorre veloce, proprio come la conversazione. E come la sua carriera. In dieci anni di attività, Shygirl si è tolta parecchie soddisfazioni: il suo disco d’esordio, Nymph, ha raggiunto il primo posto della classifica dance britannica; ha collaborato con Charli XCX, Arca, Lady Gaga e Madonna; ed è stata remixata da Björk. Tutte le colleghe la amano, e il motivo è semplice: l’energia e l’emotività di Shygirl arrivano dritte all’ascolto, senza filtri. Sono da ingoiare.

Mescolando club music a sfumature indie, si è ritagliata un posto speciale nel cuore di alcune delle sue artiste preferite, oltre che in quello di una larga fetta di pubblico legato all’universo avant-pop. Swallow!, il suo secondo album, prosegue lungo questa traiettoria, spingendosi più a fondo nell’intimità dell’artista. Un’intimità che, come ci ha raccontato, passa più dal suono che dalle parole: «Con la musica, con il suono, si arriva alla verità di un’emozione».

Ci incontriamo a pochi giorni dall’uscita del tuo nuovo disco. Come vivi questo momento?
Per me la musica è un catalizzatore verso il futuro. Non mi importa molto di cosa succederà. Non penso a cosa viene dopo perché mi fido di aver fatto qualcosa che porterà qualcosa nella mia vita.

Sei sempre stata così zen nell’affrontare le tue uscite?
No, è una cosa che ho imparato quando è uscito il mio primo album: quello che metto nella musica cambia il modo in cui mi vedo.

Foto: Filippo Moscati per Rolling Stone Italia

Foto: Filippo Moscati per Rolling Stone Italia

Come vivi il fatto che, quando un disco esce, non è più solo tuo?
Mi piace mettere alla prova la mia natura controllante facendo qualcosa su cui non ho alcun controllo. Appena pubblichi un disco, lo lasci andare. Convivere con questo abbandono è un buon modo per trovare un equilibrio.

Qual è il cambiamento più grande che ha subito la tua carriera dagli esordi a oggi?
Il fatto che ora la gente sappia chi sono, che io venga percepita. È uno specchio che mi spinge a indagare di nuovo me stessa. Quando vivi la tua vita non stai sempre a osservare ogni tuo gesto. Ma quando sai che qualcun altro lo farà, inizi a chiederti perché hai fatto una certa cosa, o come ti sentivi mentre la facevi.

E questo ti è utile?
A volte il modo in cui gli altri mi vivono mi fa capire che ho altre possibilità di vivermi. In fondo è quello che facciamo in piccolo con gli amici e la famiglia: ci sono amici che chiami per far festa e amici che chiami per parlare della tua relazione. Li usiamo per ricordarci certe cose di noi, o perché ci propongano versioni diverse di noi stessi. Ora questo succede anche con il mio pubblico, con i miei collaboratori, con tutte le persone arrivate da quando faccio musica.

Sei una persona che pone attenzione su quello che pensano gli altri di lei?
È difficile non lasciarsi andare al voler sapere cosa pensa la gente di noi. Non ne ho il controllo, ma non è il motivo che mi entrare in studio a lavorare.

Nella tua carriera hai fatto molto e importanti collaborazioni, da Fka Twigs a Charli XCX, da Sega Bodega a Arca, da Lady Gaga a Madonna. Se ci sono amici che chiami per parlare di relazioni, immagino ce ne siano tanti che chiami anche per chiedere consigli sulla tua musica.
Probabilmente sono gli stessi con cui parlo della mia relazione! (ride)

Come costruisci il suono di un disco, visto che lavori sempre con tanti produttori?
Ho scoperto che, per quanto collabori con tanti produttori, album dopo album sto ritagliando qualcosa per me. Una direzione mia. Ho usato un EP come Club Shy per dare più spazio ai miei collaboratori e ad altre voci. Era un progetto in cui non mi interessava tanto riflettere su me stessa: volevo creare un ambiente aperto. Per questo album invece ho deciso molto presto che, pur collaborando sul lato sonoro – produttori, strumentisti – non avrei invitato altre voci né featuring. Volevo essere io a tenere la conversazione. Forse, man mano che il disco crescerà e si farà spazo nel mondo, potrò invitare altre persone a portare avanti questa conversazione, come ho fatto con Nymph_O (l’album di remix del suo disco d’esordio, ndr). Ma sento di dover prima avere un’idea chiara di quello che sto dicendo.

Da come ne parli, e da quello che ho ascoltato, mi sembra un disco molto più tuo, più intimo.
Con il primo album non credo di essermi sentita abbastanza sicura da dirigere chi stava lavorando con me. Quando sono arrivata a Swallow! avevo passato molto più tempo lavorando, imparando sul campo, e ho capito che avevo bisogno di esprimermi in un altro modo. Mi preoccupava meno avere ragione o essere perfetta. Ho imparato che con la musica posso trasmettere qualcosa là dove le parole cominciano a mancarmi. Posso parlare dell’essere innamorata, dire quanto amo il mio partner, o raccontare la gratitudine che provo per me stessa e per il mio pubblico, ma è un’esperienza personale.

Quindi dai più peso al suono che alle parole.
Attraverso le parole che uso nessuno potrà mai capirne davvero il peso perché dipende tutto da cosa una persona associa personalmente a determinate parole. Con la musica, con il suono, si arriva alla verità di un’emozione. E in questo disco avevo bisogno di creare un ambiente in cui vivere quell’emozione ancora e ancora.

Shygirl - Lucky[Hymn] (Official Video)

L’album si chiama Swallow!, ingoiare: un’idea di qualcosa che da fuori entra dentro. Ma la copertina, un uovo rotto con un piccolo di uccello, rimanda a qualcosa che da dentro va verso fuori.
Mi piaceva che l’immagine parlasse di durezza, di vulnerabilità, di qualcosa che non sempre appare bello ma che, come idea, lo è. Mi piace quando la verità può essere brutta. Persino nel costruire questa copertina c’è una verità brutta: quello che vedete è un uccello vero che ho comprato in un negozio di animali dove sarebbe diventato cibo per un altro animale.

Intenso…
Ho riguardato le altre copertine che avevo fatto, quelle di Alias e di Nymph, che sono le mie preferite: c’è sempre un oggetto, un modo di guardare qualcosa senza che io ci sia per forza nell’inquadratura. Quanto al titolo, Swallow! non parla tanto di qualcosa che porto dentro di me, ma di qualcosa che metto dentro agli altri. Non posso davvero costringerti ad accogliermi, ma nella mia arte vivo nella fantasia di poterlo fare: qualsiasi cosa io faccia in studio, tu la ascolterai.

C’è un momento, prima di entrare a capofitto in un disco, in cui capisci che stai iniziando qualcosa di nuovo?
C’è sempre un pezzo che ha questo ruolo, qualcosa che nasce e diventa il punto di partenza. Per Nymph era Woe, per questo disco è stato Lucky (Hymn). Un mese prima di entrare in studio ero così stanca per il tour che non pensavo affatto d fare un album. Ma è buffo: siccome nella mia musica mi è concessa questa libertà di esprimermi, quando finisco qualcosa è il primo posto in cui torno. Forse sarà così anche la prossima volta. Faccio molta fatica a capire quando smettere di lavorare.

Da stacanovista come vivi l passaggio tra la fine di un’era e l’inizio della successiva?
Ho passato tanto tempo senza lavorare a questo disco: ci sono voluti tre anni, ma se condenso il tempo in cui ci ho lavorato davvero, saranno forse due mesi. Volevo smettere di pensare a cosa succede dopo l’uscita. Non volevo che fosse quello a dettare le ragioni per cui creo qualcosa. Per questo nel disco c’è una conversazione profonda con me stessa, dall’inizio alla fine. Spero che arrivi.

La tua musica è sempre legata in qualche modo al dancefloor. Anche in questo album, dove si sentono più chitarre, più indie, la batteria porta sempre qualcosa di ballabile, una sensazione molto UK anni ’90.
È vero, anche se adesso non vado molto nei club, se non per suonare. Amo stare a casa. Ma ne sono ancora attratta perché il club apre sempre un dialogo con il corpo. Lì ci è concesso questo spazio. È catartico, e c’è un forte senso di comunità.

Soprattutto oggi. Per molto tempo, almeno in consolle e in produzione, è stato un ambiente molto maschile, non credi?
Quando ho iniziato a fare musica, l’ambiente era piuttosto tecnico, molto maschile. Era tutto molto analitico. Per me invece il club è solo divertimento: nel club bisognerebbe solo divertirsi. Non voglio essere elitaria sulla musica, mi piace la democrazia di quello spazio. Credo ci sia un motivo se sono stata attratta da quel mondo: lì esiste una libertà concreta. È un luogo che rispecchia molto la società e i suoi cambiamenti, e se la mia musica riporta lì, ne sono contenta. Anche quando non l’avevamo, durante il Covid, la mia musica circolava più che mai. La musica da ballo non ha bisogno dei confini di un edificio, è metafisica.

Foto: Filippo Moscati per Rolling Stone Italia

Oggi però molti club stanno chiudendo.
A Londra si parla continuamente dei locali che chiudono, o cambiano. Io non sono preoccupata: magari chiudono, ma c’è sempre qualcos’altro che apre. Non puoi eliminare il desiderio di libertà che questi spazi racchiudono.

Spesso, poi, quando diciamo che le cose cambiano, siamo noi i primi a essere cambiati.
Sì, è vero: siamo noi che cambiamo.

Non abbiamo più vent’anni, non possiamo aspettarci di avere la stessa reazione in pista.
Esatto! Il clubbing deve rispecchiare tutti. Ci sono ragazzi nuovi in giro che apprezzano tantissimo la musica venuta prima. Nel Regno Unito in questo momento c’è un grande ritorno della nostalgia: vecchi pezzi usati nelle sincronizzazioni, o artisti come PinkPantheress che campionano da quel mondo in modo intelligente.

Anche Swallow! cita un certo passato.
Per me era naturalissimo incanalare suoni come quelli di Massive Attack, Bloc Party o Madonna. Fanno parte del mio background. Spero di poter essere un portale attraverso cui i più giovani scoprano certa musica che poi ameranno.

Non avrei mai pensato mi citassi i Bloc Party.
Adoro questo ritorno agli anni 2000. A ogni cotta, a ogni litigio con i miei genitori, ascoltavo quella musica e mi sentivo vista. Mi toglieva tutta la frustrazione di non avere lo spazio per fare scelte, sai, ero ancora una ragazzina. Ora che quello spazio ce l’ho, posso usare quei suoni per dire dove sono oggi. E questo mi rende felice.