C’è un passaggio nell’autobiografia di Igor Stravinsky a cui ripenso quando ascolto certi dischi strumentali che pur essendo stati realizzati senza l’idea di esprimere concetti extramusicali finiscono per evocare mondi. In pratica, Stravinsky diceva che la cosa non ha alcun senso. Scriveva che la musica, si intende qui quella strumentale, è «impotente a “esprimere” alcunché» e quindi niente sentimenti, stati psicologici, figuriamoci messaggi sociali o politici. Se sembra esprimere qualcosa, si tratta di un’illusione. Amare «la musica in sé e per sé» porta a un godimento «di un ordine ben più elevato e più potente».
Anche quella di The Soft Collapse è musica che va ascoltata in sé e per sé ed effettivamente il godimento è assicurato. È l’album eccitante e volutamente informe di un nuovo gruppo formato da Eraldo Bernocchi alla chitarra (Sigillum S e mille altri progetti), Tomas Järmyr alla batteria (Motorpsycho, Zu), Colin Edwin al basso (O.R.k., Voyage 35, già nei Porcupine Tree), Gareth Davis al clarinetto basso (Merzbow, Oiseaux-Tempête). Quest’ultimo è uno strumento che non è difficile trovare nel jazz o nella musica contemporanea, roba che effettivamente Davis suona. Più raramente lo si ascolta nel rock e ancora più di rado in una line-up del genere. Il disco uscirà venerdì 6 novembre, ma lo potete ascoltare in anteprima qui sotto.
Il gruppo mette assieme strumentisti indaffaratissimi in molte avventure sonore a tal punto da rendere difficile mettere in piedi un vero tour, forse li vedremo in qualche festival estivo nel 2027 o forse no. Si fanno chiamare Jaberdarwin, dall’unione dei loro cognomi. È musica senza nome che sta all’intersezione fra rock, jazz, ambient, metal, contemporanea e molte altre cose. Ogni traccia è un viaggio in direzione dell’ignoto, è nato da jam in studio e, lo posso scrivere tanto Stravinsky è morto e non mi può contraddire, sembra suggerire qualcosa sul nostro tempo.
«A parte un po’ di editing, tutto quello che sentite sul disco è venuto fuori senza che avessimo preparato alcunché», spiega Colin Edwin. «La magia accade quando non cerchi di forzare le cose». Ad eccezione di Skimism, che inizia subito con un ritmo martellante, i pezzi dell’album partono lentamente, come se i musicisti stessero esplorando un territorio sconosciuto, come se stessero prendendo le misure, come se dovessero immergersi in un mistero prima di cercare di risolverlo, come se dovessero cercare un argomento comune prima di “parlare”. La loro musica è una conversazione che non ha bisogno di parole e fa leva non su concetti cerebrali, ma su emozioni e adrenalina. Si suona e si vede che cosa succede. «L’entusiasmo per la musica registrata in questo modo deriva anche dal fatto che non sai mai esattamente cosa farai. Interagisci con gli altri e magari alla fine viene fuori un risultato inatteso».
Bernocchi ed Edwin hanno già collaborato in passato, sono tra i principali istigatori del progetto e non fanno che ripetere quanto suonano bene (verissimo) i loro due compari assenti dalla conversazione a tre che facciamo su Zoom. Non vogliono dare un nome a quello che fanno. Lo stile? «Mai ragionato in termini di generi», dice Bernocchi, «ho fondato i Sigillum S negli anni ’80 proprio perché non sopportavo l’idea di appartenere a un genere musicale». Il concept? «La nostra musica è un flusso più che una dichiarazione di intenti». I titoli dei pezzi? Presi da un piccolo archivio sul telefono di Bernocchi dove sono annotati qualcosa come 600 titoli potenziali da abbinare ex post alle composizioni. È un modo di far musica liberatorio, assicurano i due, «visto che molta della roba che viene pubblicata oggi è sovraprodotta a tal punto da sembrare artificiale».
Questi sei strumentali possenti, articolati e cangianti, carichi di una cupezza mai disperata e forse causata dal registro del clarinetto basso (che in Skimism sembra un sax, ma come fa?), ben si accordano alla copertina di Petulia Mattioli, realizzata con post produzione e AI imaging di Bruna Rotunno. Ritrae una ragazza che si scatta un selfie per strada e mentre lo fa la sua carne si scioglie, letteralmente. A me pare la rappresentazione di quel che siamo diventati. È un’immagine politica, è evidente, e unitamente al titolo The Soft Collapse spinge ad ascoltare l’album come un racconto cupo della nostra apocalisse quotidiana. «Abbiamo tutti bisogno di un momento di catarsi e credo che questa cosa venga fuori quando suoniamo», dice Edwin quando lo spingo a dare un significato alla musica che suona, cosa che fa con riluttanza essendo in linea di massima d’accordo con la tesi di Stravinsky. «È musica fatta di contraddizioni. Nel disco ci sono momenti pesanti e oscuri, ma anche luminosi. C’è un senso di inquietudine che lo attraversa, è una cosa presente del resto costantemente nella vita quotidiana, basta ascoltare le notizie. Lo assorbiamo e lo restituiamo attraverso la musica».
«La musica per me è il modo di raccontare storie, esprimere emozioni, riportare quel che vedo fuori dalla finestra», dice invece Bernocchi. «Non mi interessa l’idea di essere un musicista in quanto tale, uso il suono e la musica per raccontare storie e sì, c’è una certa cupezza in quel che faccio. Mi piace pensarmi come un pittore che dipinge coi suoni». Forse allora The Soft Collapse è espressionismo astratto.











