Cinquant’anni dopo, Gianna Nannini torna dove tutto è cominciato. Al Teatro Gerolamo di Milano, dove un’esibizione al pianoforte nel 1976 le spalancò le porte del primo contratto discografico, ha presentato Giannagold, in uscita il 6 novembre: 29 brani, dieci successi riarrangiati in versione sinfonica e nuove canzoni scritte anche con Gazzelle, Brunori Sas e Dimartino. Un modo per celebrare mezzo secolo di carriera senza trasformarsi in un monumento: «Gold significa inossidabile, indistruttibile. Non mi sono arrugginita».
Infatti Gianna, che abbiamo incontrato, non sembra particolarmente interessata a guardarsi indietro. Preferisce parlare di libertà, dei giovani che manifestano (in linea con l’amico e collega Marracash), di una Germania che non riconosce più completamente e di un’America che, già nel 1979, per lei non rappresentava affatto il sogno americano. E se difende l’impegno politico per gli artisti, rivendica il diritto di tenere i comizi lontani dai concerti: «Il palco è sacro».
E mentre la musica dal vivo rincorre stadi sempre più grandi, avverte che lo spettacolo rischia di trasformarsi in «un karaoke». Poi ci sono i duetti, che non dovrebbero servire a conquistare follower, e ha ricordato di un progetto con Vasco Rossi che avrebbe potuto prendere forma dal vivo. Non è successo, purtroppo. Ma per una che considera gli errori sempre una faccenda del presente, il passato non è necessariamente un’occasione perduta.

Foto: Francesco Prandoni
Giannagold arriva 50 anni dopo il tuo primo album. Quando si festeggia una carriera così lunga, il rischio è di diventare un monumento. Tu però continui a pubblicare musica nuova. Questo è un disco per celebrare quello che sei stata o per raccontare quello che vuoi diventare?
Gold significa inossidabile, indistruttibile. Soprattutto, non mi sono arrugginita. Questo disco è il futuro della musica, che mi precede ma allo stesso tempo mi consolida.
Hai lavorato con Gazzelle e Federico Nardelli per Ricominciassimo, con Brunori Sas e Dimartino per Meraviglioso errore, e con Dardust alla produzione. Sono artisti di generazioni e sensibilità diverse dalla tua. Che cosa cercavi in loro e che cosa pensi di avergli dato?
Volevo provare la mia voce con queste nuove realtà musicali, con cantautori che hanno anche del rock dentro. Brunori e Gazzelle mi piacevano moltissimo. Li avevo ascoltati e avevo notato soprattutto un modo diverso di porgere la parola. Pensavo che, incontrando la mia voce, questo linguaggio potesse fare la differenza nel mio. Apprezzo il mio repertorio, ma non mi è mai piaciuto ripetermi. Volevo affrontare nuove avventure. Quando avevo 30 anni ho iniziato a lavorare alla produzione in Inghilterra, mentre oggi certe cose si fanno anche in Italia. Così ho incontrato Dardust, che ha una grande esperienza con gli archi. Da lì sono nati gli inediti.
In Cani sciolti ti rivolgi a una bimba. È la Gianna degli inizi, tua figlia o una ragazza di oggi?
Non è dedicata a una persona in particolare. È un modo per dare coraggio alle persone, per invitarle a sentirsi sciolte, libere dentro.
Siamo al Teatro Gerolamo, dove un’esibizione al pianoforte ti portò al primo contratto discografico. Se potessi incontrare la Gianna che stava per salire su questo palco 50 anni fa, che cosa le diresti?
Di rifare tutto quello che ho fatto, con la stessa intensità, ma senza prendersi troppo sul serio. All’epoca ero molto cupa, perché non vedevo altro che me stessa. Dovevo concentrarmi su di me, altrimenti le altre persone mi distraevano, così come la famiglia, qualsiasi cosa. Ero scappata di casa perché volevo raggiungere il mio sogno, quindi dovevo essere focalizzata: raccontare le mie storie, raccontare l’adolescenza di quell’epoca. Ero completamente presa da questo.
C’è un errore di allora che le consiglieresti di ripetere?
Ma gli errori li faccio soprattutto adesso! In quel periodo non li facevo.
Oggi la musica dal vivo sembra dominata dal gigantismo: tutti vogliono gli stadi, record di pubblico, sold out. Tu hai appena suonato davanti a 20mila persone alla Waldbühne di Berlino e nel 2027 tornerai nei palasport. Ma che cosa pensi di questa corsa ai grandi numeri?
A me piacciono tutte le dimensioni. Nello stadio esprimi un altro modo di essere, più spettacolare, reagisco in maniera diversa. Per l’intimità, invece, ci vogliono i posti piccoli. Mi piace ancora moltissimo suonare in quegli spazi, anche soltanto con il pianoforte. È un aspetto di me al quale non voglio rinunciare.
Che cosa si perde quando un concerto diventa sempre più grande?
Il grande concerto diventa molto un karaoke, soprattutto se lo fai soltanto per far cantare la gente. Diventa meno importante assistere al concerto come spettacolo. In uno spazio piccolo, invece, tutto è più intimo. Anche se oggi è difficile pure lì: in un teatro come questo si sente tutto, il pubblico che canta può persino sovrastarti.
Nel 1979 cantavi America. Oggi, con Trump alla Casa Bianca (nel frattempo ha perso le elezioni di midterm), il sogno americano sembra ancora più sbiadito di allora.
Infatti già allora non cantavo il sogno americano, anzi. Cantavo il sogno della solitudine e usavo la parola America come metafora di libertà. C’era il vibratore a stelle e strisce, c’era la masturbazione, la ricerca della propria sessualità. Era una canzone sulla solitudine e sulla libertà sessuale. Il sogno americano, quello degli hippy e della Beat Generation, lo vedevo già come un sogno soffocato. Oggi, nella versione con Marracash, la canzone è diventata America Inc. Quell’America non ci appartiene più.
A proposito di sogni soffocati, pensi che anche oggi i sogni e le richieste dei giovani rischino di essere soffocati, soprattutto quando scendono in piazza?
Succede spesso. Dal G8 di Genova in poi c’è questa tendenza a infiltrare nelle manifestazioni persone che finiscono per fare tutt’altro. Non è la prima volta che succedono queste cose. Però bisogna approfondire, cercare di capire davvero quello che accade.
La Germania è stata fondamentale per la tua carriera, oggi però cresce l’estrema destra di AfD. Riconosci ancora il Paese che ti aveva accolto?
All’epoca era tutto diverso. C’erano molte sovvenzioni per i giovani che volevano fare musica, c’era un fermento che in Italia non esisteva. Quando ho cominciato a lavorare con Conny Plank, negli anni ’80, c’era la Neue Deutsche Welle, un movimento che mescolava linguaggi e sonorità. Era un grande subbuglio europeo e io ho avuto la fortuna di parteciparvi, di collaborare con i musicisti di quell’epoca. Oggi è diverso, ma non si possono paragonare direttamente quei tempi con quelli di adesso.
Però sembra che oggi, anche in Italia, il fermento politico si stia muovendo nella direzione opposta rispetto a quegli anni.
Secondo me bisogna confrontarsi con queste cose da vicino, perché a volte vengono anche pompate. E poi i governi, alla fine, hanno sempre dei limiti. È difficile creare una vera indipendenza. Ogni governo ha i suoi difetti.
Come ricordavi, hai collaborato con Marracash nella nuova versione di America. Lui ha difeso le manifestazioni sostenendo che «con le buone non si cambiano le cose», mentre Fedez ha criticato i rapper ricordando che anche loro fanno parte del sistema contro cui protestano i ragazzi. Tu da che parte stai?
È molto difficile mettersi dalla parte di chi manifesta senza esserci dentro. Guardando dalla televisione o dai social non riesco a entrare fino in fondo nella questione o nella polemica. Diventa un dibattito che finisce per oscurare l’essenza delle richieste dei giovani. Sono ragazzi che non hanno uno sbocco, che hanno delle aspirazioni e una voglia di fare che non riescono a realizzare. Dovremmo parlare soprattutto di questo.
Se oggi avessi 20 anni, saresti anche tu in piazza?
Sì. Ci andavo ai tempi del femminismo. A quell’età potrei esserci ancora. Ma bisogna farlo con le persone giuste.
C’è poi un’altra discussione che tiene banco nella musica. Uun artista deve prendere posizione pubblicamente oppure può esprimere le proprie idee soltanto attraverso le canzoni, come sostiene Francesco De Gregori?
È il solito discorso, ma per me il palco è sacro. Non riesco a interrompere un concerto per fare una dichiarazione politica. Ma questo non significa che io non abbia mai preso posizione. Sono andata in Iraq per chiedere di fermare la guerra, e non era una cosa semplice: rischiavi la vita per dire «Not in my name». Mi sono impegnata nell’ambientalismo, ho fatto tante cose di persona. Quella è la Gianna attivista rock. Ma non mischio tutto questo con quello che faccio sul palco, perché il concerto ha una sua linea temporale, stilistica, un suo messaggio personale.
Il concerto è una cerimonia laica?
Sì, un rituale. È come andare in chiesa: non puoi interromperlo a metà. Non puoi interrompere un rituale.
Ma dopo 50 anni credi ancora che la musica possa cambiare il mondo? O forse non poteva farlo nemmeno prima, soltanto che in tanti ci credevano?
Cito sempre Fabrizio De André e La guerra di Piero: a che cosa è servita? Nelle canzoni puoi mettere dei pensieri, delle idee. Io sono andata in Iraq, ho scritto contro la guerra, sono sempre stata per il disarmo totale. Ma una cosa è dirlo, un’altra è riuscire a farlo accadere. Non so come si possa cambiare questo meccanismo. Penso però che l’arte serva comunque a manifestare un pensiero libero.
Cesare Cremonini ha raccontato recentemente che avrebbe voluto fare un disco con Lucio Corsi e portarlo nei piccoli club. A te non è mai venuta voglia di fare un progetto del genere insieme a un tuo collega?
Lucio Corsi mi piace molto. Io collaboro volentieri con altri artisti, soprattutto per scrivere canzoni. Ma non mi piacciono tanto i duetti quando non hanno un motivo di esserci, quando non hanno una funzione musicale e si fanno soltanto per avere follower. Il duetto è una cosa seria. Con Angelina Mango, per esempio, ne ho fatto uno bellissimo. Ma non è che ogni volta la soluzione sia dire: facciamo un duetto.
In questo sei come Vasco Rossi, che non si concede a tutti. In passato avete duettato su C’è chi dice no, ma non avete mai pensato di fare qualcosa di più strutturato insieme?
Sì, all’epoca avevamo pensato di fare qualcosa assieme, ma poi non è successo. Sai, non è facile.
Un progetto dal vivo tipo Banana Republic di De Gregori e Dalla?
Sì, una serie di live del genere. Era difficile. Non è stato possibile, chissà.
Ora, dopo 50 anni, che cosa vorresti davvero ricominciare tutto da zero?
Io mi sento ancora un’esordiente! Non perché voglia essere giovane. Ho l’età che ho, sono quello che sono. Ma dipende da dove vuoi stare e da come vuoi continuare la tua missione. Io sono qui per questo. I’m gold! O forse è meglio dirlo in italiano?















